In un’inverosimile e patinata America degli anni Cinquanta, Mrs. Fairytale si muove nella sua casa tutta carta da parati e pastelli, che sarà quasi l’unico territorio esplorato durante il film. La locandina trasmette efficacemente l’atmosfera surreale di questa Favola in cui lo spettatore verrà catapultato, seppur gli ci vorrà un po’ prima di ambientarsi e accettare le stramberie del film, e ancora un po’ più di tempo per coglierne i significati.

Favola, prodotto da Palomar con Rai Cinema e distribuito da Nexo Digital, è rimasto nelle sale italiane per soli tre giorni (il 25, 26 e 27 giugno 2018), ma ha partecipato alla trentacinquesima edizione del Torino Film Festival, godendo degli elogi della critica.
L’origine della sceneggiatura risale a uno spettacolo teatrale del 2011 di Filippo Timi, che resterà protagonista indiscusso nel film, affiancato, come a teatro, da una strepitosa Lucia Mascino. Questa volta la regia è di Sebastiano Mauri.

Mrs. Fairytale è una signora compita e per bene, che non dice mai una parolaccia e pronuncia le zeta doppie come fossero delle dure – una citazione voluta dal regista alle doppiatrici degli anni Cinquanta – divertendo e ammaliando lo spettatore.
Il linguaggio riveste un ruolo rilevante nel film, anche se i dialoghi non assumono un’importanza eccessiva e ridondante, come spesso accade alle pièce riadattate per il grande schermo. Gli autori hanno dovuto dimenticare, superare, tradire quello spettacolo iniziale per trasformarlo in qualcosa che è diverso e originale.
In Favola, la protagonista ha una cagnetta imbalsamata tanto quanto i suoi anacronistici e spassosi modi di fare e di parlare. Sembra vivere perfettamente felice in quel suo piccolo angolo di mondo, relegata nel mito della moglie americana perfetta, nonostante la restituzione di quest’immagine sia sempre ironica e mai davvero verosimile, quanto piuttosto stilizzata e bidimensionale.
Infatti ben presto si svelano sempre più chiaramente le maschere e le bugie che Fairytale sta effettivamente narrando a se stessa (probabilmente anche di qui, ironicamente e un po’ amaramente, il titolo del film): «la felicità è una favola che ci raccontiamo», un sogno, una narrazione in fondo angosciante per quanto ricostruita in perfetto stile Barbie.

Come scrive Pirandello, il passaggio dall’ironia all’umorismo consiste in una presa di consapevolezza di quell’ “avvertimento del contrario”, quel sentimento con cui ci accorgiamo che c’è palesemente qualcosa che non va, che ci fa sorridere e riflettere più che ridere a cuor leggero.
È questo il mood dominante di Favola, introdotto in primis dalla figura principale che si dichiara donna (e tale sembra essere nella finzione) ma che è incarnata da Timi, uomo vestito da donna.
La cagnetta non è imbalsamata ma è un peluche; la casa non è dimora candida ma una gabbia; il marito, sempre citato ma per lo più assente, fa di Fairytale una vittima picchiandola e rendendola schiava del suo ruolo di moglie perfetta. Più che bugie si tratta di pezzi di una costruzione dell’immaginazione fervida della protagonista.
In parte lo si scopre più avanti nella trama. Forse una piccola pecca del film sta nei due passaggi un po’ bruschi che rimescolano le carte in tavola e rendono l’insieme all’apparenza sconclusionato. Questi coincidono con le trasformazioni da un sesso all’altro vissute, prima nell’immaginazione, nella favola, e poi nella realtà dalla protagonista.

Fairytale dovrà infatti svegliarsi una mattina scoprendosi, con sgomento, uomo. E ancora, noi dovremo scoprire che la favola era una visione, un sogno lungo un’operazione di cambio di sesso. Stanislao è finalmente diventato, anche nella realtà, Fairytale, perché la storia narra la vicenda di uomo che si sente donna, che è donna.
E noi perché abbiamo dovuto assistere a tutti questi vertiginosi passaggi?
Probabilmente perché la protagonista ha dovuto riconoscere e vivere la parte maschile di sé incarnata non solo nell’apparato genitale maschile che una mattina si ritrova, ma anche nella figura del marito, che lei ha dovuto vivere, riconoscere, oggettivare e simbolicamente uccidere. Non a caso infatti è chiamato Stan, a riecheggiare Stanislao. Ma anche perché, piccolo dettaglio che aumenta la (necessaria?) confusione, la protagonista, ancor prima di subire l’operazione, è attratta e s’innamora di un’altra donna, e insieme decidono di fare un figlio.




