«Vorrei che la vita fosse come le soap opere americane, lì quando le cose si fanno drammatiche c’è una dissolvenza e poi tutto torna come prima».
(Oliver Tate)
Submarine – Un piccolo gioiellino della scena indipendente
Al giorno d’oggi, alle nostre orecchie troppo spesso sta arrivando la parola Indie, usata e abusata in maniera totalmente sbagliata. Fondamentalmente perché l’Indie non è un genere o che so una moda passeggera, ma uno modo di fare, scrivere, realizzare, sia essa nella musica che nel cinema.
Parlando della settima arte, senza dubbio uno degli esempi più importanti della scena indipendente degli anni Zero del Duemila, è sicuramente Submarine, l’opera prima del regista/attore Richard Ayoade.
È un film di chiara matrice Indie, ma che non disdegna di strizzare l’occhio al cinema d’essai, partendo dalla nouvelle vague (in particolar modo Godard, ma anche Rohmer) fino ai riferimenti, neanche troppo casuali, al cinema di Wes Anderson.
Submarine narra le vicende del giovane Oliver Tate, un quindicenne di Swansea che vive il più classico dei coming of age, tra primi amori, perdita della verginità e consapevolezza del difficile rapporto che stanno vivendo i genitori, che porta sua madre (interpretata da Sally Hawkins), a tradire il marito con il vicino ed ex fiamma Graham. A tutto questo si aggiunge la difficile situazione di salute che affligge la mamma di Jordana, la giovane ragazzina di cui Oliver si innamora.
Quello che ci fa apprezzare questo film è non solo il confrontarsi con situazioni e tematiche giovanili che tutti noi abbiamo vissuto almeno una volta, specie in materia di sentimenti amorosi, ma il come Ayoade realizzi l’intreccio narrativo: innanzitutto dividendo il film per capitoli, quasi a testimoniare una sorta di passaggio delle stagioni; successivamente, attraverso delle interessantissime scelte di regia, in quella che potremmo definire una sorta di fantascienza emotiva, in quanto il film riesce a essere allo stesso tempo reale e concreto, ma continuamente pervaso da elementi sospesi. Lo spettatore osserva le vicende del giovane, ma allo stesso tempo entra emotivamente in contatto con lui, quasi essendo co-autore delle sue scelte, restando continuamente nel dubbio sulla veridicità dei momenti.

Gli elementi che fanno Indie
Nella composizione delle immagini, Ayoade mette in scena una meravigliosa atmosfera nostalgica figlia dei nostri tempi, con rimandi a polaroid, macchine da scrivere, riprese in Super 8 (in una sequenza che da solo vale tutto il film), musicassette, poster su pareti e soffitti, tra cui riconosciamo anche il volto di Woody Allen.
A questo, ecco una meravigliosa (quanto intelligente) gestione della scala cromatica, che passa dai colori accessi, specie nelle chiusure delle sequenze, alle tonalità pastello, specie nell’utilizzo delle gradazioni più fredde. Notevole è anche il lavoro sui dialoghi, sempre convincenti e mai contaminati da quello stucchevole imprinting zuccheroso che di solito permea le storie adolescenziali, di cui è priva anche la voce over del protagonista, che evita di essere didascalia per farsi veicolo del collegamento emotivo con l’opera.
In questa ottica, un ruolo fondamentale lo assume la colonna sonora, realizzata in toto dal leader degli Arctic Monkeys Alex Turner che, in questo lavoro, realizza senza dubbio alcuno uno delle sue migliori composizioni, alternando meravigliosamente momenti di celebrata felicità a pause intimistiche e riflessive (Glass in The Park e Piledriver Waltz sono straordinarie).
Cosa aggiungere ancora?
Tra riferimenti cinematografici che spaziano negli ultimi cinquantanni di cinema, unendo il cinema mittle-europeo con quello di oltre oceano, e contornando l’opera con un sapore agrodolce, che non per forza deve essere etichettato a quanto stiamo vedendo nelle ultime stagioni cinematografiche, Submarine si impone come un piccolo gioiellino nascosto del cinema indipendente che, almeno in questa occasione, possiamo chiamare tale senza essere tacciati di abuso inconsapevole del termine.





