Il Realismo Emotivo: Boyhood e Io, Daniel Blake

Giacomo Zanon

Settembre 13, 2018

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Boyhood

Il dramma è considerato il genere letterario e cinematografico per eccellenza; la maggior parte delle opere pluripremiate e osannate nella storia del Cinema appartengono proprio a tale genere. Ci sono però diverse sfumature del genere stesso, che si può mescolare con altri generi a sua volta. Molti film drammatici di grande successo di pubblico sono caratterizzati da una patina buonista e leccata che infastidisce molti cinefili accaniti e la parte di pubblico e critica più esigente, questo perché sono pellicole che vogliono arrivare alle masse e puntano al successo commerciale mondiale. Altre pellicole invece, rinunciano alla popolarità più diffusa per soffermarsi sulla qualità, e questo tipo di dramma è il focus della seguente analisi.

Il dramma realistico, quello che racconta della nostra società e dell’umanità senza filtri e in maniera diretta. Due grandi film recenti che appartengono a questa categoria sono “Boyhood” di Richard Linklater (2014), e “Io, Daniel Blake” di Ken Loach (2016). Il primo – vincitore dell’Orso d’argento per la miglior regia a Berlino – tratta dell’infanzia e dell’adolescenza, della crescita e del cambiamento di un giovane americano, mentre il secondo – vincitore della Palma d’Oro a Cannes – ha per protagonista un sessantenne britannico che, dopo aver avuto un attacco di cuore, si vede costretto a vivere senza un lavoro e senza aiuti economici.

Manchester by the sea – Un arido ritratto di umanità

“Boyhood” va premiato alla base per una qualità (quasi) unica, essendo un film girato a piccoli pezzi lungo il corso di 12 anni (dal 2002 al 2013) per seguire in tempo reale la crescita di Mason (Ellar Coltrane). Già per questo motivo, il realismo dell’opera è massimo: oltre a ciò però la sceneggiatura del talentuosissimo regista americano tratteggia i personaggi con enorme amore e realismo e i dialoghi risultano ottimi, specialmente perché totalmente naturali.  Linklater dirige meravigliosamente, con eleganza, delicatezza e uno stile coerente nonostante il lungo lasso di tempo della lavorazione. La regia segue perfettamente i personaggi, facendoci appassionare a loro e rendendo lo spettatore completamente coinvolto nella vicenda.

Boyhood

Linklater riesce ad essere totalmente autentico, e lo spettatore si indentifica nel protagonista e vive in prima persona la sua vita. La fotografia è perfetta nella sua semplicità e il montaggio raccorda al meglio tutti gli eventi dell’opera, facendo scorrere le due ore e tre quarti splendidamente. Il cineasta texano è molto abile in un aspetto che nel Cinema riesce solo ai veri Maestri, ovvero il tratteggiare i personaggi tramite piccole azioni e gesti (quasi) insignificanti che riescono a rendere gli stessi più veri e reali.

Ethan Hawke incarna il padre di Mason benissimo, così come l’ottima Patricia Arquette è la madre: due genitori profondamente umani, con numerosi difetti ma anche molti pregi. Loro si separano, litigano, compiono errori, ma amano i figli e vogliono per loro il meglio. Tutti i rapporti tra i personaggi sono gestiti con la grande sapienza che un genio come Altman aveva per i film corali, nessuna  sotto trama oscura un’altra e “Boyhood” assume così un equilibrio impeccabile.

Boyhood

Dall’inizio alla fine la storia parla di tutti noi, perché ogni essere umano è Mason stesso: tutti cresciamo e maturiamo, e mentre lo facciamo sbagliamo, cadiamo e ci rialziamo. Ogni persona è curiosa, affronta la vita in modo unico e il film parla proprio di tutto ciò. Ogni sentimento possibile, dall’amore alla paura, dall’amicizia all’incertezza è presente in “Boyhood”, un Capolavoro contemporaneo che ha molti meriti, compreso il più grande di tutti: parlare della vita. E Linklater lo fa in modo eccellente, senza eccessi e senza mancanze.

Diverse le scene commoventi, in cui chi guarda è travolto da un turbinio di emozioni, come nel meraviglioso finale, in cui Linklater interrompe il racconto filmico ma lascia intendere che la vita (del protagonista ma anche in generale) continua. E le emozioni rappresentate non sono fittizie o esagerate, ma vere.

Io, Daniel Blake – Cosa accade realmente nel mondo oggi?

Anche in “Io, Daniel Blake” del Maestro britannico Ken Loach, le emozioni sono messe al centro. La storia tratta di dolore, amicizia, delusione, solidarietà, speranza. Il racconto è quindi estremamente realistico: i personaggi sono tutti descritti alla perfezione e, come nel film di Linklater, sono persone come noi, reali, vere. Tutti gli attori meravigliosamente calati nella parte, a partire dal protagonista Dave Johns, non creano nessuna distanza tra lo spettatore e i personaggi del film.

Il film è estremamente contenuto ed elegante: la regia di Loach arriva all’eccellenza grazie a riprese semplici ed efficaci, con inquadrature studiate benissimo e mai superflue. Una regia che non appesantisce il racconto, ma lo rende appetibile ad ogni tipo di spettatore. Azzeccata anche la scelta di non inserire la colonna sonora, rendendo così il racconto ancora più vero. Anche i dialoghi della sceneggiatura non risultano mai forzati, ma profondi e intensi, così l’evoluzione dei protagonisti naturale e appassionante.

I, Daniel Blake

Un montaggio secco e deciso ed una fotografia grigia, spenta, a dir poco perfetta per il tipo di pellicola, rendono “Io, Daniel Blake” uno dei film migliori visti in molti anni. Un’opera invidiabile per intensità drammatica: la sequenza finale commuove anche la persona più impassibile e la scena alla mensa dei poveri – tanto per citarne una – è di una potenza tale da far star male chi guarda.

Un film attualissimo anche per le tematiche, che trattano il lavoro e la disoccupazione, ma anche l’integrazione nella società, che si rivela particolarmente difficile per molte persone. Loach è molto abile nell’indirizzare una critica ai potenti, che siano agenzie, banche o  altro, che non aiutano chi ne ha bisogno. La povertà è molto presente ma questi ultimi non si preoccupano realmente delle condizioni di vita disagiate degli ultimi della società, che non vengono aiutati concretamente, ma anzi, allontanati ed ignorati perché considerati dei pesi.

I, Daniel Blake

Loach, figlio di operai, ha dedicato la carriera a raccontare la vita del sottoproletariato, delle classi meno abbienti, e la sua poetica si vede con grande coerenza anche in “Io, Daniel Blake”. Scena chiave, bellissima, è quella in cui Daniel scrive con una bomboletta spray una frase sul muro della banca che lo ha rifiutato. Una frase provocatoria, assolutamente vera e potente.

Grazie allo stile asciutto, realistico e senza eccessi e filtri di “Boyhood” e “Io, Daniel Blake”, Linklater e Loach colpiscono lo spettatore, rendendolo attivo e non passivo rispetto alla narrazione. Questo è il Cinema che fa emozionare, che non smette mai di coinvolgere pienamente chi guarda, riuscendo a farlo riflettere e ragionare su temi importanti e sempre attuali.

Questo è ciò che possiamo chiamare il Cinema della vita, reale, che tratta storie vicine a noi e che potrebbero capitare a ciascuno di noi. Due Capolavori moderni, che fanno capire perfettamente cosa la Settima Arte possa dare. E quello che può dare sono dei regali magnifici, come questi due film.

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