Sulla Mia Pelle – Cronaca di uno sperante

Sante Di Giannantonio

Settembre 16, 2018

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Mi denuncio subito: non faccio parte delle schiere di osannatori del film.  La potenza che trasuda mi è arrivata tutta e forse non dovevo cercarci più nulla, eppure non credo che come pellicola debba essere incensato più di tanto. Ma il messaggio, la lezione che vuole tramandare, non solo arriva ma ti penetra sino a contorcerti insieme allo straordinario Alessandro Borghi, perché il disagio che ti scatena dentro è davvero troppo pesante.

Andiamo per ordine. Il film rievoca l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, ragazzo di borgata, che il 15 ottobre 2009 fu arrestato dai carabinieri per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti e condannato alla custodia cautelare. Durante l’udienza preliminare il giovane si mostra in precarie condizioni fisiche presentandosi in tribunale con dei lividi apparsi durante la notte. Ebbe un calvario di cinque giorni in cui passò da una struttura carceraria all’altra, dove furono ravvisati tutti i danni fisici, inclusa un’emorragia alla vescica che gli impediva di urinare. Morì all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre. Questi i fatti.

Senza troppi fronzoli, inutili moralismi e santificazioni post mortem, il film li racconta tutti. È semplicemente vero e reale, crudo ed empatico e mostra senza motivi propagandistici le ingiustizie provate dal ragazzo in quella triste e terribile settimana. Non c’è bisogno di idealizzare, non c’è bisogno di stravolgere la realtà per dare la corretta giustizia ad un dramma, basta saperla raccontare ed è quello che è riuscito a fare Alessio Cremonini.  Per conto mio io avrei ambito a una potenza narrativa maggiore, avrei forse romanzato di più, per acuire, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il pathos di questo film. Ma forse l’iter giudiziario ancora in corso ha influito su questa scelta e allora si è preferito rimanere su una sceneggiatura al limite della documentazione, più cronaca che cinema, per non rischiare che il film post uscita potesse essere rovinato. Quasi fosse il prodotto di un Grande Fratello delle varie strutture circondariali che hanno ospitato Cucchi.

Lo si intuisce sin dalla prima scena, vedere nei primi secondi il corpo morto del ragazzo romano, inerme ai richiami degli infermieri, uno schiaffo allo spettatore quasi volesse svegliarlo immediatamente, farli capire che non è cinema da entertainment ma ciò che si sta per mostrare è l’autopsia di un cappio al collo, la documentazione di come agisce un veleno. Una scelta perfetta quella di Cremonini che, alla seconda regia, dimostra padronanza del mezzo eccellente. L’utilizzo del buio e del grigiore claustrofobici, il silenzio di un fiato corto, poco dialogo, per lo più superfluo e spesso quando si parla è solo per urlare, per chiedere aiuto o per dare un comando. La scelta registica è quella di raccontare l’evento con empatia, ma senza ergersi a deus ex machina, ma con uno sguardo da uomo a uomo. Aderente ai fatti, ai verbali dei processi, alle testimonianze, al contrario ricostruisce un’esistenza votata alla rovina senza nulla nascondere. Non vi sono giudizi, non vi sono supposizioni o teorie e nemmeno accuse, si concentra semplicemente sulla sofferenza fisica e psicologica del protagonista.

E qui bisogna fare una statua ad Alessandro Borghi. Assoluto trasformista ci dona uno Stefano Cucchi credibile, riuscendo a farlo rivivere con una accuratezza fisica e caratteriale tale da far percepire quasi un’aura mistica. Da brividi l’incontro sotto il portone di casa con la sorella Ilaria (un’identica Jasmin Trinca), nell’ultima notte in cui i famigliari hanno potuto vedere Stefano. Una figura esile e segnata fatta rivivere dal protagonista di Suburra, immedesimato nel ragazzo sino alla sofferenza estrema eppure mai eccessivo. Il dimagrimento, la voce, l’andatura cercati e trovati nello sforzo di aderire al vero Stefano lasciano senza fiato. La cura che ha avuto Borghi nel modellare il corpo è evidente poiché è il corpo il triste protagonista. È quasi surreale ascoltare quanto simile siano le voci di Borghi e Cucchi alla fine del film in un estratto del processo, ma il corpo trasmette tutti i presunti colpi subiti, gli spasmi, le fitte che quel esile fisico provava in ogni momento di quella tragica settimana. Ma a colpire più di ogni altra cosa è lo sguardo rassegnato di chi ha perso fiducia nel mondo e nelle istituzioni.

Vien da sé che innanzi all’interpretazione di Borghi tutto il resto scompare, comparse, attori, squarci della periferica Roma, nulla è paragonabile. La sua interpretazione rende superfluo tutto e tutti. E soprattutto rende forte e chiaro il messaggio del film.

Un primo fine è quello di ridare dignità alla vita di Stefano Cucchi tolta sin troppo presto da un circo mediatico che solo la stoica sorella Ilaria è riuscita ad interrompere. Ma c’è un secondo fine, più importante del primo. Quello di evidenziare come non ci fu un unico Belzebù, o un tetro disegno volto a far fuori Cucchi ma una sequela di errori, omissioni, omertà, crudeltà, che il ragazzo pagò sul suo corpo e che si incastrarono alla perfezione in quella settimana e che portarono all’evitabile morte. Ora questo calvario non è il calvario di uno solo, il problema delle carceri in questo paese e di tutti i burocratici microcosmi che vi ruotano attorno rappresentano il vero problema ed appunto l’urlo di denuncia del film. Come sia possibile avvenga questo in un paese civile è un mistero, potrei cercare un a bozza di risposta nella canea dei social network dove banalità e ignoranza generano solo macabri giudizi e pensieri verso chi ha sbagliato. La pena non deve essere esclusivamente punitiva ma rieducativa, deve puntare alla ricollocazione della persona stessa, la cui umana natura durante questo percorso non deve mai essere dimenticata.

Pur se lo Stefano incarnato da Borghi ha perso la fiducia (come scritto in precedenza) nei confronti del mondo e delle istituzioni, egli infine si dichiara ancora sperante. Sperante che avrebbe incontrato la pace nel viaggio che lo aspettava ancora. Ma la speranza spesso prospera nella prigionia, compagna fedele di chi sconta una pena, perché alimenta ciò che magari inizialmente sembra un miraggio, ma che diviene nel tempo un sogno e poi una concreta occasione, quella di uscire e di ricominciare. È un concetto da sempre presente ma che purtroppo oggi è spesso fondato sul nulla, vano poiché nessuno ti fa ricominciare , nessuno perdona, nessuno dimentica. Una condanna che diviene perpetua e rende la speranza parte di una tortura e non di un sogno. Un esempio della speranza torturatrice già visto in un altro film: “C’è una ragione per cui questa prigione è il peggiore inferno sulla terra: la speranza! Ogni uomo che è marcito qui nei secoli, ha guardato la luce e immaginato di arrampicarsi verso la libertà. Così facile, così semplice. E come naufraghi che si gettano in mare per la sete incontrollabile… molti sono morti nel tentativo. Qui ho imparato che non ci può essere disperazione senza speranza”. Così Bane recitava a Batman appena recluso nella prigione sotterranea di Ra’s Al Ghul.

Noi non dobbiamo più permettere che sia così, non dobbiamo più permettere che la speranza invece che spronarci al cambiamento ci sproni verso la disperazione. Perché chiunque può sbagliare. E chiunque può cambiare ed uscire migliore. Lo dobbiamo a Stefano, alla nostra umanità, lo dobbiamo a noi stessi.

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