Come l’arte si nasconde nel paradosso tra immanenza e divenire, così l’artista, dotato forse già dal principio, riscopre sé nel perpetuo riproporsi, fallace, perfetto.

Esistono artisti la cui firma non è mai mutata, artisti che hanno colto l’apice dopo tanto, artisti che hanno raggiunto il culmine prima ancora di capirsi.
Eccoci con 10(+1) tra i migliori Esordi cinematografici della Storia del Cinema
L’Ordine è casuale.
Alla fine, come sempre, una sorpresa.
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Si parla qui di esordio a lungometraggi per cinema
1. Sesso, bugie e videotape – Il medium come oggetto rivelatore (di Gabriel Carlevale)
Wim Wenders rimase talmente estasiato dall’opera prima di Steven Soderbergh, che lo premiò con la Palma d’oro al Festival di Cannes del 1989. Una scelta che fece discutere, ma che per alcuni tratti è largamente condivisibile da chi vi scrive. La storia gira intorno a quattro personaggi (due maschili e due femminili), che incrociano le loro vite: esistenze, le loro, permeate da bugie continue, amori flebili, desideri repressi e paure. Soderbergh mette in scena il lato più nascosto della sessualità, intrecciandolo in una scia di tradimenti. Ann e John sono due giovani sposini che attraversano una crisi sessuale. L’uomo, stanco della pausa imposta da sua moglie, sfoga le sue passioni con la sorella di quest’ultima, Cynthia, belle e provocante donna che fa della disinibizione sessuale la sua bandiera. L’arrivo in città di Graham è la goccia che fa traboccare il vaso: Ann rimane affascinato dalla sua presenza, sentendo subito una particolare empatia. Il dialogo che si instaura tra i due è spia e detonatore di quello che succederà.

Nel frattempo, anche Cynthia vuole esplorare l’animo profondo dell’uomo, cedendo alla sua richiesta di “cassetta”. Quando le due sorelle svilupperanno il dialogo riguardante l’uomo, Ann vedrà la luce della verità spalancarsi: scoperta la relazione tra suo marito e Cynthia, lascerà l’uomo che nel frattempo è stato allontanato anche dalla sua amante, restando solo nel suo mondo di bugie. L’idillio tra Ann e Graham ora può consumarsi, liberando l’uomo dalla sua impotenza mentale/morale e sessuale. Se c’è una forza in questo film, è quella di esplorare il mondo del sesso senza passare per la sua esibizione: nessuna scena di nudo, nessuna messa in scena del rapporto sessuale. Tutto è analizzato antropologicamente, portando lo spettatore al centro del discorso mediando il suo sguardo con il solo uso dei dialoghi e del medium della videocassetta (un’ossessione per Graham), quasi maniacale, che sta lì a testimoniare lo sconfinamento dalla realtà delle dipendenze, oltre che per solleticare il piacere voyeuristico. Un’opera, quella del regista americano, da riscoprire in ogni occasione, elaborando anche quanto, con largo anticipo, ha saputo anticipare riguardo al violento uso dei media nella nostra intimità.
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2. La morte corre sul fiume – Una fiaba buia che si illumina nella speranza (di Gabriele Fornacetti)
Opera prima ed unica del più famoso attore Charles Laughton, “The Night of the Hunter” è un capolavoro senz’età e senza categoria, in cui il racconto fiabesco si mischia con la storia nera e la critica al fanatismo religioso. Un amplesso polifonico di pensieri armonioso e mai greve, in un bianco e nero dal fascino gotico ed espressionista.

Lo straordinario Robert Mitchum è il sadico pastore evangelico Harry Powell, un ex galeotto alla ricerca del bottino del compagno di gattabuia Ben. Powell così si incammina fra le campagne della Virginia Occidentale fino a giungere a casa Harper. Qui corteggia e sposa la vedova Willa, avendo come unico intento l’estorcere dai figli dove fosse nascosto il denaro. Ma il piano fallisce e Powell uccide Willa, mettendo in fuga i ragazzi con la bambola contenente i soldi. I due orfani, fuggiti a bordo di una barca lungo il fiume, trovano così accoglienza presso le braccia materne della signora Rachel che, vedendo al di là della mera apparenza, farà arrestare Powell.
La straordinaria capacità di Laughton in La morte corre sul fiume risiede nel chiaroscuro della fotografia e dei personaggi. Ciascuno desidera dei punti di riferimento in assenza di un’ordine sociale che stavolta trova in una fede accecante e possessiva. Così non resta che illuminare chi ancora è incapace di vedere al di là della semplice apparenza, confidando in coloro che saranno il futuro. I ragazzi divengono così il fulcro della narrazione, portatori di quel fuoco di speranza che illuminerà il mondo. Laughton, noto anticlericale, mostra così la realtà di molte zone rurali dell’America del Sud, ancora troppo ancorate a certi valori protestanti.
The Night oh the Hunter è quindi più di un semplice thriller, un manifesto del cinema di Laughton andatosene via troppo presto e troppo in fretta. Ah, se solo fossi ancora qui Charles…
3. Badlands di Terrence Malick – Road-movie alla ricerca della libertà, un amore speciale e criminale (di Giacomo Zanon)
Regista pluripremiato, discusso, amato ed odiato: Terrence Malick. Conosciuto per capolavori come “The Tree of Life” e “La sottile linea rossa” e film autoriali e controversi come “Knight of Cups” e “Song to Song”, Malick ha esordito nel 1973 con questo road-movie, a metà tra il dramma e il crime-romance. “Badlands” è infatti una bellissima storia d’amore tra il venticinquenne Kit, che ricorda il ribelle James Dean, e la timida quindicenne Holly. Il padre di lei non è contento della relazione e i due fuggiranno dopo aver compiuto un’azione illegittima.
Da sottolineare fin da subito è il talento di Malick nella regia: già al suo primo film il regista americano si dimostra abile dietro la m.d.p., dando vita a sequenze ricche di pathos e dai movimenti di macchina fluidi ed eleganti. Inquadrature di notevole impatto visivo, grazie alla fotografia a dir poco meravigliosa, rappresentano al meglio gli splendidi paesaggi dell’America rurale dove si ambienta il film.

I due protagonisti formano una coppia stupenda: molto convincenti nella recitazione Martin Sheen e Sissy Spacek, che danno vita a dei moderni Bonnie e Clyde. Lui, deciso e scontroso, lei timida e dolce, si completano perfettamente a vicenda e lo spettatore riesce ad empatizzare con loro. Malick è obiettivo nella descrizione del rapporto tra i due, sincero e realistico. Un amore profondo e tenero, nonostante il gesto estremo compiuto. Ma il regista non vuole giustificare il terribile atto, che deve venire condannato e il responsabile punito; egli vuole parlare della libertà e di quanto essa è speciale, parlare della giovinezza, della magia della fuga e dell’amore, quello autentico.
Il film, sceneggiato impeccabilmente, è uno splendido spaccato della società, dove dei giovani vengono lasciati allo sbando, costretti a contare solo su se stessi, ma la loro immaturità e scarsa forza di volontà può portarli su strade sbagliate. Malick costruisce così un film sempre attuale dal punto di vista del messaggio, coinvolgente dal punto di vista umano ed eccellente tecnicamente e cinematograficamente.

Un road-movie appassionante e struggente, di quei classici film che non vengono più realizzati purtroppo, un’odissea simile ad un western moderno e atipico, capace di rapire il cuore dello spettatore e di farlo ragionare.
Molte le sequenze da ricordare; ogni inquadratura contiene al proprio interno il Grande Cinema. “Badlands” è una delle opere fondamentali degli anni ’70, uno dei film simbolo della mitica Nuova Hollywood. Secondo il sottoscritto, il miglior Malick e uno dei più grandi esordi della storia del Cinema, purtroppo spesso dimenticato e poco citato, quindi assolutamente da scoprire, vedere e rivedere.
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4. Pranzo di Ferragosto di Gianni de Gregorio (di Francesco Malgeri)
Pranzo di Ferragosto, film del 2008 diretto da Gianni de Gregorio, è una meteora di enorme valore. Senza imbarazzo nel dirlo, uno degli esordi italiani più profondi e brillanti degli ultimi dieci anni.

Nonostante alle prime armi, De Gregorio maneggia la cinepresa con mestiere e talento: uno stile estremamente realistico, privo di elementi inverosimili o eccessive edulcorazioni del reale. In poco più di un’ora, il regista romano racconta, in scenari comici e a tratti grotteschi, uno spaccato di vita estremamente amaro. Come da tradizione nostrana, il dettaglio originario è caricato, dilatato, volto a mostrarci tutto il ridicolo della corrente situazione pur rimanendo nel campo del quotidiano.
Un uomo di mezz’età (lo stesso Gianni de Gregorio), solo, sotto l’afa del Ferragosto romano, è costretto da anni a badante di sua madre, un’ex nobildonna di 93 anni (interpretata da Valeria de Franciscis, che a tale veneranda età compie il suo esordio cinematografico), la cui totale incapacità di badare a se stessa ha precluso al figlio ogni speranza di costruirsi una vita normale. E ci galleggia, il cinquantenne Gianni, in tale situazione a tratti umiliante e demotivante, a tratti in fondo accomodante, poiché vive mantenuto dalla pensione della madre.

L’ingente bisogno di denaro, tuttavia, spinge l’uomo ad accettare di badare ad altre tre anziane signore, che trasformano la tranquillità del suo appartamento in un caotico asilo nido. Sorretto da alcool e sigarette, Gianni si destreggia tra i bisogni ed i capricci delle quattro donne, che lo costringono, seppur per pochi attimi, a dimenticare il vuoto della sua esistenza, colmato da commissioni per conto della madre e chiacchiere superflue e vacue con il Vichingo, un improbabile vicino di casa con il quale condivide la passione per l’alcool.
Nel torrido vortice del giorno di Ferragosto, si giunge al culmine, alla catarsi del tragicomico: dopo essersi riuniti di fronte ad un’infornata di pesce pescato al Tevere, il lato ridicolo della vicenda sovrasta il dramma personale del protagonista, il quale, oramai alienato dalle richieste e dalle lamentele delle quattro anziane, si rende conto di quanto tutto sia fondamentalmente comico e patetico: il rapporto tra sua madre e le tre ospiti, le fatiche compiute per asservirsi ai loro bisogni, la presenza del Vichingo, che dopo il pranzo si addormenta ubriaco sul letto dell’ex nobildonna. Una risata, amara e consapevole, condenserà il tutto, in una delle scene finali più significative mai girate.
La meravigliosa colonna sonora di Ratchev e Carratello che accompagna gli stati d'animo del protagonista, fino al fatidico pranzo di Ferragosto, che lo vede sfinito, alienato, quasi assente dall'assurdità della situazione.
Ma la commedia della vita va avanti. Nonostante distrutto, Gianni accetta, sotto cospicuo consenso, di tenere in casa le tre donne per un’altra giornata. Buio e titoli di coda. La desolazione della Roma estiva si rende perfetta cornice di quello che è un racconto sulla solitudine autentico, vero, ironico, sì, ma maledettamente reale.
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5. American Beauty (di Davide Leccese)
L’esordio alla regia di Sam Mendes è una storia ordinaria, raccontata in modo straordinario. Un uomo, padre di una famiglia che non si parla, bloccato in un lavoro che odia, in preda di una chiara crisi di mezz’età. Una parte importante del successo della pellicola sta nell’interpretazione di Kevin Spacey, valsa un meritatissimo Oscar. La grandezza del film è nei suoi personaggi, e sia la sceneggiatura di Alan Ball che la regia danno loro molta attenzione. Un chiaro esempio è la celebre scena della cena.

E’ evidente, sia nella scrittura che nell’impatto visivo, la distanza tra i personaggi. Non solo si comportano come se fossero degli estranei, ma la telecamera vuole evidenziarne il distacco emotivo, posizionandoli equidistanti tra di loro con un chiaro vuoto a separarli.
L’impatto del film di Mendes è dovuto alla sua capacità di trattare un argomento caro a tutti: la ricerca di se stessi. Lester Burnham capisce come da tempo la sua vita vada avanti per inerzia e prova a darle una svolta. Non ha un piano, non sa cosa vuole, per la prima volta dopo tanto tempo si lascia guidare dal suo istinto e si comporta in maniera totalmente irrazionale per gli standard della società contemporanea. Questo suo cambio radicale di atteggiamento ha una chiara influenza con i personaggi con cui entra in contatto. Nell’ambito familiare, la moglie, legata alla sua apparenza della donna di successo sul lavoro, si allontana, mentre c’è un riavvicinamento con la figlia. Lega con Ricky, perfettamente consapevole di chi è, ma si attira le antipatie del padre, che reprime una sua parte fondamentale come la sessualità. E’ facile riconoscere se stessi in una, o perché no, in tutte le figure del film: in ognuno di noi c’è sempre un conflitto tra chi realmente siamo e chi vorremmo essere.

Film di registi debuttanti che sono riusciti ad avere un così alto livello ed impatto culturale si possono contare sulle dita di una mano. Da allora Mendes ha avuto un’ottima carriera sfornando film come Era mio padre, Revolutionary Road e Skyfall, ma senza mai raggiungere i picchi del suo film di esordio.
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6. Le Iene – L’Origine di un Genere (di Giammarco Chiellino)
Tarantino.
Il suo esordio alla regia è senza dubbio meritevole di essere ricordato.

Per alcuni secondo solo al Quarto Potere di Welles, per altri addirittura superiore poichè sancisce la poetica prettamente tarantiniana, grezza e primordiale in questo film, quanto sottile e tagliente nei successivi capolavori.
E’ il primo dei prodotti con cui, in modo improvviso seppur graduale -quasi attraverso un iter fisiologico- Tarantino abitua lo spettatore che la migliore rima per la parola crudeltà sia senza dubbio la creatività.
E’ il tarantino della tortura quale mezzo di soddisfazione e della follia quale mezzo di espressione.
“Stuck in the middle with you” -Bloccato nel mezzo con te- segna il vero esordio della truce ironia tarantiniana, in una scena cruda nelle immagini eppure estremamente lenta e dolcemente ovattata, se ci si sofferma solo sulla musica.
I dialoghi: altro esordio nell’esordio per un Tarantino che in questo film è regista, attore e coordinatore della sceneggiatura, nonchè -occorre ovviamente ricordarlo- creatore del soggetto.
“If you shoot me in a dream, you better wake up and apologize”, lascia dire ad uno dei suoi ‘cani da rapina’ durante il dialogo d’apertura, prima di concentrarsi sul sistema delle mance delle tavole calde o, ancora, sul vero significato di alcuni brani di Madonna.
I trentacinque giorni di riprese, la post-produzione portata avanti fino a tre giorni prima della presentazione al Sundace Film Festival, lo scarso budget e soprattutto l’incredibile riuscita.

Tarantino tratta in maniera sconvolgente questioni ordinarie e questioni ordinarie in maniera sensazionale: questo forse è il suo aspetto più peculiare.
La cosiddetta “Storia del cesso”, cala lo spettatore in un doppiogioco patologico ed infinitamente personale, tra paure e considerazioni di un poliziotto americano -intraprendente ed anche un po’ sconsiderato- che Tim Roth, attore inglese, ci restituisce solido e credibile. E’ pura meta-recitazione dell’infiltrato.
Milioni sono le parole che si potrebbero spendere per descrivere questo film. Poche, invece, quelle a me concesse.
Eppure credo sia giusto tentare di riassumere quanto, per esempio, la struttura cronologicamente stravolta serva al regista per gestire il colpo di scena e la caratterizzazione dei singoli personaggi. L’uso del flashback, che crea e mostra allo spettatore gli intrecci personali e (se così si può dire) lavorativi tra i soggetti, lasciando poi al dispiegarsi autonomo della vicenda.
Le vicende criminali vengono reinterpretate in chiave normalizzante, umana.
E la rapina, centro del soggetto pensato da Tarantino, è l’univo momento che non viene mai sviscerato, anzi non viene affatto mostrata in modo del tutto funzionale allo sviluppo delle singole scene.
Senza dubbio un’eccellente anticipazione del cinema tarantiniano complessivamente inteso.
7. Hunger (di Francesco Gamberini)

Hunger narra la storia di Bobby Sands, manifestante dell’IRA, che, nell’Irlanda del nord degli anni 80, all’interno del carcere Maze, iniziò uno sciopero della fame contro il governo Tatcher. La sua protesta lo portò alla morte.
Il britannico Mcqueen, al suo esordio alla regia, instaura un rapporto viscerale con le immagini e le parole. Non ha paura di realizzare un film che indugia nel silenzio, che si esprime attraverso la brutalità delle immagini, per poi esplodere nella parola rivelando il suo messaggio. Il regista infatti narra un poema morale sul rapporto fra violenza e libertà, fondato sulla fisicità del corpo. Il corpo è un oggetto deturpato e lacerato dalla violenza del potere, ma anche l’ultimo baluardo della libertà umana.

Tecnicamente e graficamente il film è diviso infatti in due parti: una prima parte dominata dalla violenza fisica delle guardie contro i prigionieri e una seconda parte dominata dalla violenza eroica a cui Sands sottopone il proprio corpo in nome delle sue idee. Queste due parti hanno un ritmo lento, irrigidito dal silenzio in cui non manca però l’azione e la brutalità. La telecamera infatti indugia molto sui particolari, sulle azioni, sulle espressioni, senza tralasciare alcun dettaglio, ma mostrando anzi tutta la sofferenza fisica e mentale che un uomo può infliggersi e infliggere. A dividere queste due parti c’è un dialogo di diciassette minuti in piano sequenza, seguito da un monologo, in cui vengono spiegate le motivazioni morali e antropologiche dello sciopero della fame, che motivano quindi la scelta registica di mostrare la violenza per sconcertare e commuovere lo spettatore.
Perciò Hunger è un film morale, violento ed eroico ma soprattutto scomodo. Fare un film così audace con uno stile così personale e un significato così profondo, soprattutto in un’opera prima, significa avere coraggio. Coraggio di scandalizzare lo spettatore, ma anche cercare di stimolarlo, instaurando un dialogo con l’altro lato dello schermo.
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8. L’Uccello dalle Piume di Cristallo – L’Estetica Argenteniana (di Andrea Vailati)

E’ la storia di un ex critico cinematografico, non noto ai molti, che fu persino, in origine, collaboratore di Bertolucci nella stesura della sceneggiatura di C’era una volta il West.
E’ la storia di uomo che pensa per immagini, come confessò anzi tempo in una meravigliosa MasterClass al Bif&st. Bertolucci gli mostrò un soggetto ispirato ad un libro, egli sprofondò nella ricerca della giusta scrittura, così innovativa, così curiosa da forse non essere accettabile per un neofita del cinema.
E’ la storia di uomo che, insieme al padre, fondò un società di produzione autonoma, Seda Spettacoli, per poter tenersi stretto quel sogno. Nessun altro poteva dirigere il suo sguardo, che sarebbe diventato icona e grande fonte di ispirazione.
Così, inizia la storia di Dario Argento, il maestro del brivido, che con la sua prima opera già indaga i colori del suo cinema, autenticamente irripetibile, fatto di quadri dell’orrore, di un’estetica così rara nell’occidente delle trame dominanti.

Il primo film della Trilogia degli Animali, riscoperto nel tempo, seppur già in principio avesse stupito, possiede già tanti slanci dei contrasti visivi, dei giochi compulsivi e dei divertissements di Argento, che alla fotografia, sempre primeggiante nella sua arte dell’orrore e non ancora rivendicata da Tovoli, ha il grandissimo Storaro.
Ah, la musica è di Ennio Morricone.
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9. L’uomo in più di Paolo Sorrentino
2001. Esce in sala l’opera prima di uno dei registi italiani più influente del panorama contemporaneo, Paolo Sorrentino. Ed il tratto, il marchio, è già immediatamente evidente, seppur in forma assai più grezza rispetto al suo cinema più recente.

Spicca immediatamente il viso e il carisma di Toni Servillo, che interpreta il cantante Tony, il quale ricerca il suo ideale di bellezza nella mondanità, nello sfarzo, in quel circo immenso e luccicante che nasconde desolazione e vuoto. Vizi, debolezze, squallore invadono le giornate di Tony, tanto bello di fronte a pubblico ed ammiratrici quanto riprovevole nel campo del privato. Tony verrà risucchiato in un vortice di meschinità e falsità, venendo infine risputato ed abbandonato in un deserto popolato dai fantasmi del suo passato.
Così come Antonio, interpretato da Andrea Renzi, rifiuta i sotterfugi disonesti di due compagni di squadra, decretando la fine della sua carriera sul campo. Illudendosi di poter continuare la scalata in quel mondo in maniera onesta e genuina, affidandosi al solo talento, si ritroverà presto di fronte ad una realtà ipocrita, opportunista, finta. La moglie lo abbandona non appena i soldi incominciano a diminuire, il presidente del club nel quale ha per tanto a lungo militato gli rifiuta ogni possibilità di approcciarsi al lavoro di allenatore. E ad Antonio non rimarranno che i frantumi delle sue ambizioni, i brandelli di speranze a lungo coltivate ma bruciate al primo contatto col sole.

Uno sguardo, un semplice sguardo metterà in contatto i due protagonisti, per la prima e unica volta nel corso del film. Un’occhiata densa di consapevolezza che proietterà entrambi verso un tragico finale.
Sorrentino, pur senza travolgerci con le suggestioni e le enfatizzazioni del suo cinema più altisonante, mostra nel suo primo lavoro molti degli elementi salienti della sua produzione. Smaschera, scopre, ci sbatte davanti la vera realtà del mondo alto-borghese italiano, luccicante e dorato all’esterno, sudicio e misero all’interno.
Perché in fondo, è solo un trucco.
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10. Following – L’Essenza di Christopher Nolan

Christopher Nolan espone sé stesso e la propria idea di cinema al mondo nel 1998, con il suo primo lungometraggio, Following.
Chi cercasse di capire chi sia davvero Nolan, chi tentasse di scovare il segreto che questo regista nasconde, chi volesse sognare un’ennesima volta, deve assolutamente scoprire il suo primo lavoro.
Questo piccolo, ma veramente piccolo film, che viene autoprodotto dal regista, oltre ad essere diretto, scritto e montato da lui stesso, rappresenta il primo origine, il primo bagliore di luce, il primo germoglio, dal quale nascerà l’artista che ora tutti noi conosciamo.
Following tratta gli eventi di un aspirante scrittore, che alla ricerca di ispirazione per un romanzo e per la sua vita in generale, inizia a pedinare le persone, per scoprire lati della realtà che a lui sembrano essere preclusi. Nella sua ricerca, il protagonista incontrerà un ladro di professione, con un’ideologia del suo mestiere molto affascinante, che gli insegnerà la sua attività. La trama si complicherà, soprattutto perché caratterizzata da un intreccio narrativo dai tratti spaesanti, dovuto dal montaggio non lineare di stampo radicalmente nolaniano.
Allo spettatore viene oscurata la vista, e si perde in una nebbia, simile a quella presente in Insomnia, senza alcun appiglio, alcun punto di riferimento. Lo spettatore viene ingannato, pur sempre nascondendo la verità in bella vista, facendolo smarrire in un teatro di specchi, come fosse in un sogno, come fosse in Inception.

Following custodisce in potenza tutte le profonde tematiche più care all’autore, che ossessivamente si ritroveranno nei suoi successivi più grandi lavori. Il doppio, la vendetta, il risentimento, un Male che ammalia ed un Bene inevitabilmente sporcato da quest’ultimo, la speranza, l’Amore.
Queste, che saranno le colonne portanti di uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo, sono presenti in potenza nel primo film di Nolan, pronte ad esplodere, a manifestarsi totalmente.
Si rende così chiara la disarmante capacità dell’artista di trasportare le proprie idee da un genere all’altro, dall’esperienza della guerra in Dunkirk alla moralità di un eroe pipistrello, da una rivalità tra illusionisti ad un viaggio interstellare.
In questo modo, Christopher Nolan trascende l’esser regista, e si impone come autentico autore.
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+1 AD HONOREM – Quattro asincronie di quattro maestri
Quarto Potere di Orson Welles

L’esordio più grande della storia del Cinema, poiché inflazionato all’encomio implacabile, non potrà mai essere amato per la spontaneità del primo approccio, giovane e geniale, all’essere umano. Ma forse proprio provando a vederlo senza la sua leggenda, capiremmo l’acutezza così rara non tanto di aver già capito l’uomo nella gioventù, ma di averlo saputo mostrare.
Lupin III – Il castello di Cagliostro di Hayao Miyazaki

Prima che vi fosse lo Studio Ghibli. Prima di una delle poetica più belle della storia del cinema. Prima vi fu Lupin. Eppure, sempre svuotandoci da pregiudizi, in quel divertente e fiabesco mondo, già troviamo il sussurro.
As Tears Go By di Wong Kar-Wai

Tanto razionalmente narrativo quell’Occidente, tanto poetico quell’Oriente. Eppure, l’origine del meraviglioso silenzio sospeso del cinema di Kar-Wai, nulla è se non un tributo, proprio ad un grande occidentale, così grande che forse trascende i limiti dei suoi luoghi: Martin Scorsese e il suo Mean Streets.
Ma questo film è pur sempre di Kar-Wai.
I Duellanti di Ridley Scott

L’aulicità che il grande regista aveva raggiunto nel principio, passata poi per Alien e Blade Runner, si è compiuto in questo terzetto. Perfetto, triadico, totale.




