Nuovi Sguardi – Uroboro, la potenza dell’arte

Francesco Malgeri

Ottobre 31, 2019

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Siamo determinati e ambiziosi perché amiamo l’arte, amiamo il cinema.
Così come nient’altro che l’amore permette al flauto di essere suonato e alla tela di essere riempita, così il cinema, nelle sue più timide e sincere realtà, nasce e germoglia in un’iniziale, irrazionale sentimento capace di dare luce a progetti, seppur piccoli, dal grande cuore.

Uroboro diretto dal ventiquattrenne Federico Gasca e prodotto da Specter film collective è un germoglio d’amore, verso l’idea degli anni ’20, verso il cinema che esplora e dilata tempo e spazio, verso l’arte, vera protagonista del cortometraggio.

Perché Uroboro posa lo sguardo su Giovanni, pittore d’inizio ‘900 colpito dal Parkinson, e del suo relazionarsi con l’ultima tela alla quale sta lavorando: un enorme lavoro scenografico a ricreare l’atmosfera d’inizio secolo, un grande coinvolgimento di ogni singola componente della troupe volta a riportarci, seppure per pochi minuti, a quasi cent’anni fa.

Uroboro

Il titolo Uroboro racchiude il concetto stesso sul quale il cortometraggio costruirà questo breve racconto: il serpente che si morde la coda, la ciclicità del tempo che rallenta nel momento dell’illuminazione dell’artista, che in un intangibile e brevissimo attimo crea mondi e ci si abbandona.

Giovanni, faccia a faccia con la sua tela, nell’ombra del suo studio, si acceca da una luce che filtra dall’esterno: la luce si chiama Matilde, una donna che lo saluta col braccio sinistro, poiché priva del braccio destro. Nel momento immediatamente successivo, la donna cade rovinosamente a terra, venendo soccorsa dall’uomo che in quel preciso istante vede in lei l’ispirazione che cercava; in quell’istante, un nuovo mondo si crea, il tempo rallenta e si dilata, e lo studio oscuro, nel quale fumi di sigari e alcool si mischiano in un’atmosfera rarefatta, si illumina con l’ingresso al suo interno di Matilde. L’ispirazione artistica fa così il suo ritorno nella vita di Giovanni.
Uroboro

Il regista Federico Gasca

Come spiega il regista è il concetto a fare da base all’intera narrazione: una metafora, Uroboro, sulla condizione di un artista in declino quasi verticale – sommata la mancanza d’ispirazione alla malattia degenerativa che l’ha colpito forse troppo presto – ma il cui buio interiore viene trafitto dalla luce dell’idea che colpisce quando meno la si aspetta.
Una squadra di cineasti compatta, solida, vogliosa di poter dire la loro in questo panorama sempre più caotico ma sempre più costellato di piccole perle bisognose di poter dire la loro.
Un Sottosuolo il cui oro brama d’esser scoperto.

Uroboro, che fa della gioventù più brillante il perno del progetto, è senz’altro tra i lingotti più preziosi, nel cosa racconta e nel come lo racconta.
Vale la pena posarvi lo sguardo.

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