Perché i fratelli Safdie?

Matteo Melis

Marzo 11, 2020

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C’è una scena, in Uncut Gems (Diamanti Grezzi), in cui un malavitoso bloccato dietro un vetro guarda Howard, un commerciante di oggetti preziosi con la malattia del gioco d’azzardo, e gli chiede «Are you having a good time?». Quel personaggio non ha solo chiesto al protagonista se si stesse divertendo, stava creando una connessione, stava citando il precedente Good Time, sia nel titolo sia in una battuta molto simile contenuta al suo interno. Il modo in cui i registi hanno messo l’accento su quella semplice domanda, e la convinzione con cui il personaggio la pronuncia, danno un evidente segnale di come i fratelli Safdie abbiano le idee estremamente chiare.

In quel momento li ho scelti, ho iniziato misteriosamente a confidare in loro come si fa con i grandi artisti, ho scorto cosa vedono nel Cinema; non mi sono chiesto il perché, ho istintivamente scavalcato tutti gli artifici retorici e stilistici e ho risposto semplicemente «Perché sì». Ma dietro questo perché ci sono mille perché.

Perché Josh e Benny Safdie sono il nuovo che avanza e si fa strada con prepotenza, a spallate, con un rispetto enorme per ciò che c’era prima, ma con un’attenzione estrema per ciò che sta arrivando: un cinema ruvido, crudo, maniacale e senza compromessi.

Good Time, J. e B. Safdie, 2017

Perché nonostante i pochissimi film prodotti i due fratelli hanno già trovato una personale cifra stilistica, grazie a una regia che abusa della camera a spalla, di movimenti di macchina rapidi e di aggiustamenti della messa a fuoco che danno l’impressione di assistere a un documentario, a degli estratti di vita vera nei quali l’operatore non sa cosa sta per succedere e fatica a seguire l’azione; se a questo tipo di regia uniamo una fotografia tutt’altro che pulita, un montaggio martellante, dei dialoghi al limite della nevrosi e le soffocanti musiche synthwave di Oneohtrix Point Never, otteniamo uno stile che è già sorprendentemente inconfondibile.

Così i due registi costruiscono un’impeccabile estetica del brutto, una bruttezza vissuta a tutto tondo, da quella particolare a quella generale, dalla bruttezza di un outsider qualsiasi alla bruttezza che il capitalismo provoca, dalla spietatezza dei criminali newyorchesi fino alla desolazione dei sobborghi nel loro complesso.

Uncut Gems, J. e B. Safdie, 2019

Perché New York non veniva rappresentata così sporca e cattiva da decenni, da quando il Maestro Scorsese, che non a caso ha preso i due registi sotto la sua ala, ci mostrava lo squallore della Grande Mela attraverso gli occhi di Travis in Taxi Driver.

In  Good Time e Uncut Gems, i due film che hanno consacrato i Fratelli Safdie al grande pubblico, New York non è la solita metropoli da cartolina che Hollywood si è abituata a mostrare al mondo, ma è un’infinita periferia fatta solo di asfalto e cemento, una giungla con poche regole e tanta criminalità che mostra la sua anima durante la notte. Insomma, un affresco di quel contesto suburbano che la maggior parte dei registi ha trascurato ed evitato.

Uncut Gems, J. e B. Safdie, 2019

Perché i protagonisti outsider non devono necessariamente essere passivi e sfortunati, ma possono essere cattivi e impopolari, e perciò, in un certo modo, magnetici. I due protagonisti della coppia di film che ha lanciato i Safdie sotto l’occhio del ciclone non sono soltanto carismatici, ma anche persi, inevitabilmente alla mercé dei propri errori, condannati a una vita che non può migliorare nemmeno con una spiccata forza di volontà. Ciononostante tentano di costruire attivamente il proprio destino, lottano, imbrogliano, si reinventano, e noi non riusciamo a staccarci da loro, anzi, costruiamo con questi uomini un legame sempre più forte dopo ogni passo falso, anche se la distanza col baratro continua a dimezzarsi.

Per costruire dei protagonisti così complessi serve una sceneggiatura solida, e soprattutto servono due interpretazioni di livello assoluto come quelle di Robert Pattinson e Adam Sandler, entrambi, a modo loro, degli outsider della recitazione.

Good Time, J. e B. Safdie, 2017

Perché c’è sempre una chimera, una sorta di Sacro Graal che i due protagonisti inseguono con estrema avidità, ma che a noi appare piuttosto come un oggetto carico di magia, in un caso rinchiusa in una bottiglietta con dentro LSD, in un altro incastonata in un opale prezioso.

Man mano che il film avanza, da una parte l’oggetto perde il suo reale valore economico, come accade per esempio a Howard quando all’asta scopre la valutazione reale dell’opale, dall’altra, acquista un tipo di prestigio che va oltre quello stesso valore: per Connie quella sarà l’unica ancora per salvare il fratello; con Howard creerà una connessione quasi ancestrale; con Kevin Garnett l’opale diventerà, addirittura, l’amuleto per vincere il campionato.

Quest’anima salvifica, questa inaspettata magia, racchiusa nel verde della bottiglietta e in quello dei diamanti degli opali, è tale per noi spettatori, ma non per Connie e Howard, che nonostante costruiscano un rapporto particolare con questi oggetti, li vedono solo come fonte di profitto. Perché i protagonisti dei film dei Safdie sono così profondamente innamorati dei soldi, del guadagno e del raggiro, da diventare stupidi e ingenui. Perciò anche se la loro lotta li rende caparbi, la loro incapacità di ragionamento fa di loro delle vittime, ancor prima che degli altri, di se stessi.

Questa è solo una parte dell’energia e della spregiudicatezza del cinema dei Safdie. È difficile assistere a esordi così convincenti, quando questo accade facendoci passare del tempo così bello, ci sono mille perché in quel «perché sì», e derivano da un’unica splendente gemma: il talento puro.

Leggi anche: Infine, Travis 

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