Almost Blue – Quando il blu scava l’anima di quattro film

Carmine Esposito

Marzo 30, 2020

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«La profondità [tra i colori] la troviamo nel blu, sia in teoria sia in pratica, se lo lasciamo agire, in qualsiasi forma geometrica, su di noi. La vocazione del blu alla profondità è così forte, che proprio nelle gradazioni più profonde diviene più intensa e più intima. Più il blu è profondo e più richiama l’idea di infinito, suscitando la nostalgia della purezza e del soprannaturale».

(W. Kandinsky, “Lo spirituale nell’arte”)

Fasci di protoni si incendiano al largo dei bastioni della ionosfera, colorando il cielo a schizzi e ondate. Sulla cima del mondo, l’aurora boreale tinge la volta stellare di mille sfumature di blu cobalto; fenomeno naturale e sovrannaturale al tempo stesso, faro notturno di un porto sicuro nelle traversate interstellari.

Viandanti su mari di nebbia livida, guidati dagli astri della settima arte nel cielo blu, i cinefili si perdono ai confini dell’esistenza in cerca del sublime; di fronte all’immensità del fato, delle sue circonvoluzioni attorno alle vicende umane, cercano un fuoco fatuo che li guidi verso il tesoro. Scavando tra mille e mille esistenze che si imprimono sulla pellicola, sono minatori alla conquista dello zaffiro che faccia tremolare il cuore del poeta.

 

Piccole macchie insignificanti che interrompono il deserto di ghiaccio artico. Isolati dal mondo e dalla civiltà, i ricercatori de La Cosa (1982) si trovano aggrovigliati nel sublime, costantemente scossi dalla natura implacabile e ostile. Ognuno si lascia coccolare dalle proprie ossessioni, per non farsi sopraffare dal silenzio e dai miraggi; c’è chi si rifugia nel whisky, chi nella musica e chi invece cerca un pizzico di calore tra le zampe di un cucciolo peloso. Qualsiasi cosa per illudersi di non essere solo formichine brulicanti nel deserto.

La neve, però, non è bianca; brilla di una strana luce livida che illumina il buio pesto della notte. Un luccichio soprannaturale, che nasconde una minaccia strisciante e mimetica; un essere alieno, capace di assumere le sembianze di qualsiasi essere vivente con cui viene in contatto e imitarne aspetti fisici e psicologici. Il bagliore plumbeo illumina una vita di angosce e di domande; l’enigma investe la quotidianità: chi è alieno e chi umano? Di chi fidarsi? Dubbi inevasi, nessuna sicurezza, condizioni al limite; è tutta benzina sul fuoco dello straniamento di piccoli esseri, al confronto con la crudeltà cieca della natura, messi a nudo di fronte all’enigma dell’esistenza.

Quell’enigma che andrebbe interrogato di continuo, per penetrare a fondo nel mistero dell’immanenza. Il mistero che viene soffocato in uno stile di vita borghese, tra mille domande inutili e assillanti. Il sublime, il senso della vita, la profondità della natura umana; domande messe in secondo piano da casa, lavoro e famiglia. Il sobborgo come condizione letargica dell’animo umano, che rinuncia alla sua essenza in nome di una sicura apatia; come la piazza vuota di un quadro di De Chirico, in cui l’azione è l’eco in lontananza di un treno, e la sensazione costante di qualcosa pronto per accadere. Un avvenimento straordinario, come l’orecchio nel prato che Jeffrey trova in Velluto Blu (1986), che apre una breccia nella piatta normalità.

La lady in blu spalanca la porta dell’enigma, è la musa inquietante; simulacro indaco dell’inquietudine, del dialogo tra l’uomo e il mistero della propria esistenza, che danza in equilibrio tra ragione e follia. La vita non sarà più la stessa dopo aver strappato il velo di sonnambulismo che annebbia la vista; per Jeffrey la sensazione del velluto blu sotto le dita avrà il sottile gusto della verità, un senso di completezza e appagamento che riempirà il vuoto di quelle piazze abbandonate e silenziose. Occhi felini cerchiati di blu, gli occhi della sfinge; come mongolfiere trascinano lo sperduto ragazzino per bene verso le più alte volte del cielo, della conoscenza e dell’arcano.

L’occhio come simbolo di conoscenza; in un triangolo, per i massoni, o attaccato al polsino della camicia, per Alex di Arancia Meccanica (1971). Occhio naturale e occhio artificiale, come contrasto tra natura e costrutto sociale; ma soprattutto, l’occhio come volontà di completezza, ben al di là dei limiti imposti dalla società.

I drughi

Quattro contorni si stagliano nella luce, figure nere su sfondo blu notte, all’imbocco del tunnel che conduce dritti verso le profondità aberranti dell’animo umano. Quattro demoni racchiusi da un’aureola livida di morte. Quest’atmosfera cinerea sarà il brodo di coltura degli istinti di morte di Alex; il nutrimento per un’affermazione al di sopra delle leggi dell’uomo e della razionalità, in una corsa folle per distruggere la civiltà a tutto vantaggio dell’Eros.

La sensualità frustrata e repressa viene fuori sotto le sembianze di uno Thanatos biondo e vestito di bianco, in preda a infantili istinti di violenza; mentre un faro caravaggesco di un blu accecante sparge la propria benedizione su quest’opera di distruzione. Radere tutto al suolo, ogni costruzione e ogni ordinamento, scendere giù nell’abisso più oscuro dell’animo umano, per poi ricominciare; avanguardie di esseri superiori, non schiavi delle leggi e della razionalità, ma armati di emozione e istinto.

Martin Eden (2019) ha attraversato per una vita intera gli abissi del mare e della conoscenza; a bordo di un piroscafo, ha tagliato in due la nebbia livida, pregna di pioggia e ignoranza, per approdare a casa Orsini. La vita di Martin, fino a quel momento, è stata solo oceano a perdita d’occhio, e una camera buia piena del blu della notte, che per la prima volta si illumina a contatto con la poesia.

I suoi ricordi da bambino, il basolato dei quartieri popolari e le mura dei vicoli popolati di prostitute e contrabbandieri, tutto brilla di una luce color zaffiro; come se i quartieri fossero scrigni, pieni di gemme rare e sincere che diffondono un’atmosfera di genuinità, troppo stretta per Martin. Il fascino della lettura, la fame di conoscenza, per lui sono troppo forti; gli sembra di esser vissuto in una prigione mentale, lontano dal mondo vero, quello delle menti eccelse, assaggiato dagli Orsini. Si sente di nuovo bambino, ingenuo ed entusiasta, pronto a tuffarsi a caccia di polipi a cui mordere la testa callosa e piena di inchiostro, blu come il mare e come la vita.

Martin è convinto di salire la scalinata fuori dal pozzo meschino della sua subalternità e non si rende conto, invece, cdi stare scavando più a fondo dentro di sé; accecato dal sogno dello Übermensch, non riconosce l’abisso folle che sta scavando nel suo animo, lontano dalla sua gente e dal suo amore.

Che fine ha fatto il Martin che camminava sul lungomare baciato dal sole? È un ricordo lontano. È un uomo solo che si perde nell’immensità del mare, una città diroccata sulla battigia; è una nave alla deriva che affonda e torna alla sua casa, al mare. Meglio il blu dell’abisso, che il nero dell’anonimato.

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