Blade Runner e il ruolo degli animali – Sul significato dell’empatia

Davide Capobianco

Ottobre 2, 2020

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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? era il titolo di un certo libro uscito nel lontano 1968. Siamo lontani dall’enigmatico e accattivante Blade Runner. Un titolo singolare per un’opera letteraria, una domanda sorta dalla visionaria mente di Philip K. Dick, un quesito rivolto al futuro, ma per interrogare il presente.

Il celebre romanzo di fantascienza si pone come un dialogo di alterità: umani, animali e replicanti, ognuno in perenne conflitto con sé stesso nella disperata ricerca di una definizione.

La chiave di volta, per il narratore, del rivelarsi di una coscienza è l’empatia; quest’ultima, e lei solamente, permette di distinguere gli esseri umani dagli androidi che infestano la terra. La capacità di empatizzare si manifesta, non a caso, nell’accudire gli animali, cosa di cui non sono capaci, secondo il testo, gli automi.
In effetti, a un animale non interessano prestazioni fisiche o capacità analitiche, non gli importa del reddito del padrone o di cosa si componga il suo corpo, se di carne o tessuto sintetico: la relazione che si instaura tra una bestiola e una persona è puramente istintuale, totalmente irrazionale, una consacrazione reciproca che non conosce barriere, se non quelle emotive.

Nella San Francisco di K. Dick, inoltre, possedere un qualunque ovino, canide o equino è uno status symbol, determina la posizione del singolo nella scala sociale.

Tuttavia, il mondo è collassato, la realtà per come la si conosceva non esiste più, un sacco di specie si sono estinte. Pertanto, molti animali in circolazione sono fabbricati ad hoc, elettrici, inautentici, così come lo sono alcuni individui; nel momento in cui, però, una pecora si compone di lamine e cavi, ben più difficile è distinguere sintetici e umani autentici, ammesso che una definizione di “autentico” si possa dare. L’empatia, appunto, come dicevamo, dovrebbe facilitare il discernimento.

Qui entra in gioco la trasposizione cinematografica del libro di Dick, Blade Runner (Ridley Scott, 1982), e l’apparente riduzione del ruolo giocato dagli animali nella trama.

La Colomba e l’Unicorno

Nel riprendere atti e scene del romanzo, la sceneggiatura di Ridley Scott intraprende una strada diversa e, per certi versi, più efficace nella sua semplicità.

Rick Deckard (Harrison Ford), nella sua visita alla Tyrell Corporation, nota un gufo; questo momento è identico a come descritto da Dick. Il cacciatore di replicanti si chiede se quel volatile sia vero, poiché a sua memoria i gufi si erano estinti. Deckard non si interroga mai, se non alla fine del film, sulla propria di identità, sulla propria autenticità. Nel romanzo, viceversa, a più riprese viene insinuato il dubbio che lui, agente di sicurezza che ripete meccanicamente la stessa infelice vita da anni, magari non sia così diverso da un cyborg, o viceversa, che un cyborg sia molto simile a un umano.

Solo il dialogo con l’altro permette di capire cosa si è e cosa no, ma a patto che delle differenze ci siano, altrimenti parliamo di identità, appunto.

Il Deckard delle pagine inchiostrate, però, coltiva un sogno: una capra, una autentica, da accudire, in modo da dimostrare a sé stesso di essere ancora vivo. Tuttavia, inizia a provare lievi e pericolose forme di rimorso per quello che sta facendo, “ritirando” (leggi “sterminando”) replicanti; deve ogni volta convincersi che non sono altro che automi, e alla domanda che lui stesso si pone, «ma gli androidi sognano pecore elettriche», si risponde con un secco «no». Le macchine non possono sognare.

Questo è l’ultimo punto di congiunzione tra pellicola e cartaceo, poiché la risposta alla domanda fondamentale è leggermente diversa per il film di Scott: gli androidi sognano, e uno in particolare sogna un unicorno.

Un falso animale per un “falso” protagonista, poiché il Deckard di Harrison Ford non è umano. Eppure, di empatia ne ha dimostrata, e ne dimostrerà fino al 2049. Nella sua mendacia, nel suo essere un mero costrutto, l’unicorno non partecipa della costruzione dell’identità di Rick in quanto ricordo, ma in quanto finzione in relazione alla quale il cacciatore di taglie scopre una sua nuova verità: di essersi innamorato, di aver provato compassione e di aver fatto una cosa fin troppo umana, ovvero aver creduto per tutta la sua vita a una menzogna.

Viceversa, il suo antagonista Roy Batty, uno dei replicanti “più spietati”, accoglie nelle sue mani, durante quella poesia che è il suo monologo finale, una colomba. Non ci è dato sapere se sia autentica o meno, tuttavia Roy la accarezza, la avvolge calorosamente e, infine, la lascia libera.

I confini si sgretolano lentamente, ma inesorabilmente, e ciò che resta delle definizioni svanisce come una lacrima nella pioggia. Nel dialogo con un animale ci si riconosce in quanto umani, l’empatia dovrebbe delimitare e identificare, eppure non ha limiti; e infatti, se un androide è altrettanto capace di sentire i sentimenti di un altro essere, allora cosa distingue l’essere umano? Poiché i ricordi si dimostrano inaffidabili, sia nei due capitoli della saga sia in un qualsiasi romanzo di Dick.

E ancor di più, laddove la ragione dovrebbe distinguere uomini e belve, molte personalità in Blade Runner si dimostrano più ferali di molte specie animali, e così anche alcuni androidi.

Le capacità emotive sono tanto il più grande pregio dell’umanità, quanto il suo peggior difetto: l’amore, in fondo, è tanto irrazionale quanto l’odio, e tutti sono accomunati dal disperato bisogno di sopravvivere, che siano fiere, uomini o replicanti.

Blade Runner riguarda la dialettica tra l'essere o non essere umani. Un ruolo fondamentale, però, è giocato dagli animali e dall'empatia.

Roy Batty (Rutger Hauer) – Blade Runner (Ridley Scott, 1982)

Cosa li distingue dunque? Invero, forse, gli animali sono più “distanti”, eppure sono un anello di congiunzione fondamentale tra i molteplici estremi dell’essere umani, sia nell’opera di K. Dick sia nella sceneggiatura di Scott. L’empatia sembra essere l’unica forma di dubbio, e insieme certezza, su quel che siamo o che possiamo sperare di essere.

Uomini che sono automi, automi che diventano uomini, tutti accomunati da medesime paure e angosce, ma capaci di riscoprirsi esseri di amore nei rapporti con un cane, o un gatto, o una pecora. Ed è sempre il dolore a ricordare che l’eventuale gioia provata è reale.

L’empatia è forse l’unico vero modo di entrare a contatto con l’altro, di percepirlo pur rimanendo sé stessi, un istante di autentica sospensione.

I sentimenti spaventano, specie la sofferenza da cui è naturale voler fuggire, ma in Blade Runner si ha la perfetta dimostrazione visiva di cosa resti quando anche le emozioni svaniscono: una sacca di carne che trascina la sua carcassa fino alla fine dei propri giorni, senza che si cerchino cose che «non possiamo nemmeno immaginare», senza che si provi a vivere un secondo di più.

La disperazione della morte rende nuova linfa a Roy Batty, lo inietta di un’energia violenta, che si placa però di fronte a quella colomba, e lo rivela in quella tenerezza che suscitano i piccoli esseri in un vasto mondo dopotutto; come gli uomini, che ancor prima di sapere cosa sono, temono di perderlo.

Perché la definizione dell’essere umani è, e deve essere, sfuggente, così che si possa continuare a cercarla. Deve sempre essere una tensione, quasi un’utopia, la possibilità che alla fine riusciremo a capirci. Così che quand’anche ci dicessero che sognare unicorni non è umano, come Rick Deckard, saremo comunque capaci di amare un qualcuno di altro da noi, di confondere le idee e annichilire l’ipocrita presunzione delle certezze.

Leggi anche: Blade Runner e Blade Runner 2049 – Cosa significa essere Umani

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