I’m thinking of ending things – La crudeltà dell’immaginazione

Enrico Sciacovelli

Ottobre 7, 2020

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Facciamo un esperimento.
Usate la vostra immaginazione e pensate al vostro partner ideale, l’anima gemella tanto famigerata. Prendete tutto il tempo necessario per creare questo personaggio.
Che suono ha la sua risata? Di che colore sono i suoi capelli? Sa fischiare o schioccare le dita?
Qual è il suo film preferito? Cosa ha studiato all’università? Quali sono i suoi hobby?
Ruba le coperte a letto? Quando canta in macchina, stona? O ha la voce di un angelo?
Come vi siete incontrati? Quando racconta quella storia, sorride ancora?

Questa persona, vi ama? È felice, quando state insieme? Avvertite un tremolio del labbro inferiore, quando vi baciate?
Va d’accordo con i vostri genitori? Litigate? Rimprovera spesso qualche difetto specifico?
Come si chiama? A cosa avete rinunciato per restare insieme? Che sapore ha il suo sangue? Lo percepite, nell’angolo della vostra bocca?
Perché siete ancora insieme? Meritate di essere amati?
Perché avete bisogno di questo personaggio?

Nel giro di venticinque domande, i vostri pensieri dovrebbero passare dal roseo e speranzoso al freddo e meschino. Immaginare l’amore è un passatempo agrodolce, gioioso, ma indulgente ed egoista. Charlie Kaufman è ormai quasi un’autorità in quest’ambito, un professore della fantasia. Lo sceneggiatore de Il ladro di orchidee (2002) e di Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004) ha già dimostrato la sua curiosità nel reame dell’immaginazione, ma in I’m thinking of ending things (2020) emerge una verve analitica, gelida e critica.

In questo film, per Kaufman, immaginare di essere amati è l’imposizione di capriccio esistenziale.

Jessie Buckley, sul poster di ‘I’m thinking of ending things’

L’ultimo film di Charlie Kaufman riguarda Jake e la sua ragazza, durante un lungo viaggio in macchina e una incerta visita presso i genitori di lui. Sin da subito, lo spettatore viene allineato con il punto di vista della protagonista femminile, attraverso l’ascolto dei suoi monologhi interni. Già durante il percorso in macchina, però, emerge un elemento paradossale, come un germoglio dal terreno. Jake sembra quasi in grado di captare i pensieri della sua compagna, aggiungendo ulteriore tensione a un lungo viaggio ricco d’incertezze.

Una volta piantato questo seme di assurdità, il film degenera gradualmente in una serie di eventi sconnessi da spazio e tempo, legati invece da ricordi, impressioni e deja-vu. Lo spettatore si aggrappa ai pensieri della protagonista, per cercare un appiglio solido, per poi perdere gradualmente questa presa. Durante il viaggio in auto, i film vengono paragonati a virus, ed è una similitudine efficace. I’m thinking of ending things scivola elegantemente nell’immaginazione dello spettatore, come se fosse sempre stato lì, a suggerire idee stupide, assurde e irritanti, un mal di testa a ventiquattro frame per secondo.

Questo però è l’effetto del film, il suo metodo. Si potrebbe studiare ogni scena, per catalogare ogni dettaglio riguardante Jake, i suoi genitori, la sua compagna, i suoi desideri e le sue paure. Tutti indizi, che puntano a una tesi comprensiva e severa: la percezione umana tende sempre a feticizzare egotisticamente il proprio contesto. Un disgustoso desiderio di cui siamo consci, ma in cui continuiamo a indulgere.

E il film offre la propria chiave di lettura nei primi trenta secondi. 

Immediatamente prima dell’inizio del film, appare questa breve clip, facilmente dimenticabile durante la prima visione. Si tratta di una creazione di Lev Kuleshov, uno dei fondatori della più antica scuola di cinematografia al mondo, l’università statale pan-russa S. A. Gerasimov. Kuleshov sosteneva che la pratica di montaggio rappresentasse l’essenza stessa del cinema, il fattore che già negli ormai lontani anni ’20 distingueva la settima arte dalle altre.

Il video mostra un uomo dall’espressione neutra, impassibile, contrapposto a tre diverse immagini: un piatto di zuppa, una bambina in una bara e una donna sdraiata sul divano. L’immaginazione dello spettatore associa automaticamente sensazioni diverse a queste tre sequenze: fame, tristezza e lussuria. Queste sensazioni sono poi associate, nella mente dello spettatore, al volto dell’uomo, donando un nuovo significato alla stessa immagine. A+B=C. L’effetto Kuleshov.

Per gli studenti di cinema o per un editor, tutto ciò dovrebbe essere familiare, essendo il concetto alla base del montaggio. Campo, controcampo: un uomo che guarda a sinistra, contrapposto a un uomo che guarda a destra, implica che i due uomini si stanno guardando a vicenda. La loro contrapposizione crea all’interno della mente un contesto, una panoramica narrativa complessiva. Ora, parliamo chiaramente in termini tecnici, tipici del linguaggio cinematografico, ma l’applicazione di questo effetto in un ambito metaforico ha delle conseguenze sinistre. 

I'm thinking of ending things - Una fredda critica contro l'egotistica brama dell'immaginazione, contro la propria mediocrità.

Jessie Buckley, in una delle prime scene di ‘I’m thinking of ending things’

Ritorniamo al partner immaginario che abbiamo creato all’inizio dell’articolo. Questo personaggio non esiste in un vuoto siderale, inevitabilmente la mente creerà un contesto. Forse la vostra immaginazione ha ideato piccole scene di vita quotidiana, con questo personaggio. Magari una domenica mattina, vi svegliate e trovate questo partner in cucina, a preparare il caffè, fischiettando allegramente. Che canzone fischietta? Avete già visto quella cucina? Il caffè ha un odore familiare?

Questi dettagli sono elementi separati, fusi insieme, contrapposti, per creare una nuova sequenza, una nuova bambola, un nuovo feticcio da desiderare. Tuttavia, secondo l’effetto Kuleshov, la contrapposizione di elementi separati crea un nuovo significato. A+B=C.

Osservando la narrazione da un assurdo punto di vista, all’interno della mente di Jake, la figura della protagonista femminile diventa più plausibile. Rappresenta i suoi film preferiti, le sue passioni, la realizzazione dei suoi fallimenti, il riscatto dei suoi rimpianti, uniti da un perverso bisogno d’amore e di conforto. Però, va ripetuto, la contrapposizione di diversi elementi crea un nuovo significato, quindi qual è il significato di questa creazione?
L’odio nei confronti della propria mediocrità, e il suicidio.

Jake si presenta come un normale ragazzo, ma con il proseguimento della trama le sue insicurezze e delusioni diventano lampanti. Allo stesso tempo, il film tende a mostrare un secondo personaggio, un bidello fragile e patetico. I diversi indizi che emergono nel corso della tortuosa narrazione lo associano a Jake, al vero Jake, al di là della sua combattiva immaginazione. Un uomo vecchio e pieno di rimpianti, che aspetta la morte da solo. In un ultimo tentativo di posporre un gesto estremo, cerca rifugio nella sua fantasia, creando una figura in grado di giustificare la sua esistenza: Lucy, Lucia, Luisa o Amy, come vi piace.

Una delle prime scene di ‘I’m thinking of ending things’

Il primo personaggio introdotto è proprio la protagonista, in una breve scena, assaggiando un fiocco di neve caduto dal cielo. Si stacca poi verso una finestra, dove giace un uomo. L’uomo osserva la ragazza. Dal vecchio Jake, taglio sull’oggetto dei suoi desideri. Immediatamente dopo, subentra il giovane Jake, il suo ragazzo, e inizia il viaggio. A+B=C.

L’anziano bidello ha creato la sua fantasia con l’intenzione di cullarsi in essa, ma la sua immaginazione gli si ribella quasi immediatamente contro.

La protagonista pensa di farla finita, sin da subito questo concetto corrosivo emerge nei suoi pensieri, e quindi in quelli di Jake. La sua stessa mediocrità, l’odio e i rimpianti che nutre nei confronti della sua vita e dei suoi genitori sono sempre presenti, e disgustano Jake e quindi la sua creazione. Non può fare a meno di chiedersi perché una donna simile dovrebbe stare ancora con lui?
Perché merita di essere amato? Perché ha bisogno di questo personaggio?

La sua ricerca di significato attraverso un idillio d’amore gli si ritorce contro, ribadendo la mancanza di significato della sua stessa vita, e tutti i difetti che conosce fin troppo bene. Così l’ostico viaggio attraverso la neve diventa una lotta contro sé stessi, contro il gelo al centro del proprio nucleo. Per Jake, per il bidello, è una lotta già persa. Sta già pensando di finirla, e quando quel pensiero lo assale, non se ne va. Persiste. Domina.

I'm thinking of ending things - Una fredda critica contro l'egotistica brama dell'immaginazione, contro la propria mediocrità.

Jessie Buckley e Jesse Plemons in una delle ultime scene del film

L’unica soluzione è assecondarlo, accettare la propria mediocrità, dopo aver subito tante delusioni, inseguendo una grandezza a cui non era mai destinato.
C’è sempre un briciolo di dignità, di amor proprio, nell’accontentarsi. Anche alla fine di uno spettacolo pietoso, e poco originale, il pubblico applaude. Forse per pietà, forse per commozione, ma è sempre un gesto di lode e conforto. Forse, vale più di un sorriso forzato, da parte di una ragazza senza nome.

Leggi anche: I’m Thinking of Ending Things – Un viaggio nell’indefinito

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