Lasciami Andare – Sull’aldilà e sull’elaborazione del lutto tra Dario Argento e Nicolas Roeg

Eugenio Grenna

Novembre 9, 2020

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Stefano Mordini, regista classe 1968, sempre più affermato all’interno del panorama cinematografico italiano contemporaneo e dalla carriera avviatasi nel circuito indipendente, torna nelle sale in questo anno sempre più folle e imprevedibile con ben due film: Gli Infedeli e Lasciami Andare. Laddove Gli Infedeli, remake dell’omonimo e recente film francese con Gilles Lellouche e Jean Dujardin, si rifà a un modello di cinema italiano classico (I mostri di Dino Risi, 1963), e più nello specifico alla commedia borghese sulla decostruzione del machismo, Lasciami Andare sembra invece voler prendere tutt’altra direzione.

Che altro non è se non quella del cinema horror tipicamente italiano degli anni ’70 e ’80, e quindi di Dario Argento, ma anche di Pupi Avati e Lucio Fulci, senza disdegnare strizzate d’occhio alla poetica di autori cinematografici internazionali altrettanto importanti, anche se probabilmente meno noti, come Nicolas Roeg.

Lasciami andare, scelto come titolo di chiusura della 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è un film bizzarro e chiaramente indeciso rispetto alla sua collocazione tra i generi, e forse proprio per questo motivo risulta essere interessante, al netto dei molti difetti.

Stefano Mordini con Lasciami Andare riflette sull'aldilà e sul lutto, citando il cinema di Dario Argento e quello di Nicolas Roeg.

Lasciami Andare

Se infatti da un lato Mordini sembra voler raccontare in tutto e per tutto una ghost story, sfruttandone gli elementi canonici, e quindi la sottotraccia sovrannaturale e apparentemente inspiegabile che sotterraneamente striscia e perseguita, con sinistre sensazioni, scenari abitati da presenze e via dicendo, dall’altro, forse per timidezza o per scarso interesse verso la materia, se ne allontana, spostando l’attenzione verso il dramma familiare e individuale.

Due registri narrativi convivono dunque all’interno di Lasciami Andare: quello del cinema horror e quello del dramma. Al centro della trama c’è Marco (Stefano Accorsi), un uomo logorato dal dolore e da una dipendenza che sta cercando di curare, che sembra poter ricominciare a vivere non appena scopre che la nuova compagna Anita (Serena Rossi), aspetta un bambino. Nel passato dell’uomo ci sono però le ombre di un matrimonio finito in tragedia con Clara (Maya Sansa), una donna fragile assediata dai sensi di colpa e distrutta dalla perdita del figlio Leo, a causa di un incidente piuttosto inspiegabile e dai drammatici effetti sui due coniugi.

Stefano Mordini con Lasciami Andare riflette sull'aldilà e sul lutto, citando il cinema di Dario Argento e quello di Nicolas Roeg.

Lasciami Andare

La loro situazione prende una svolta sovrannaturale a causa dell’entrata in scena di Perla (Valeria Golino), l’ambigua proprietaria della loro vecchia casa, che vuole incontrarli, di fatto riunendoli ancora una volta, sostenendo che suo figlio Giacomo sia entrato in contatto con lo spirito di Leo.

La Venezia scelta da Mordini è sempre molto cupa, nebulosa, gelida, e orrorifica, complice l’ottima fotografia di Luigi Martinucci, che non lascia mai uno spiraglio di luce, gettando i personaggi tra le ombre e l’oscurità. Una Venezia spesso sommersa dalle acque, in cui Marco, Anita, Clara e Perla si muovono con molta fatica, come se i rispettivi fardelli del passato non bastassero a logorarli e abbatterli.

Il film dimostra dunque di possedere diversi pregi, tra cui proprio la scenografia e le ambientazioni, che sono assolutamente protagoniste della drammatica e inquietante vicenda, tanto quanto lo sono i personaggi interpretati da Accorsi, Golino, Sansa e Rossi.

Stefano Mordini con Lasciami Andare riflette sull'aldilà e sul lutto, citando il cinema di Dario Argento e quello di Nicolas Roeg.

Lasciami Andare

Il grande peso che assume la casa è evidente, così come nel cinema di Dario Argento, e quindi la scalinata di Profondo Rosso, che Mordini cita più o meno dichiaratamente, non è casuale. Egli inquadra infatti da più prospettive, e mettendo di fatto al centro dell’incubo dei suoi personaggi, proprio la scalinata in legno di una maestosa e antica villa veneziana, anch’essa apparentemente immersa nelle ombre, dalla prima all’ultima sequenza. La villa assume così i caratteri di una madre generatrice dell’incubo, strumento principale di salvazione, ma anche disperazione.

Se fin qui, il film di Mordini sembra giocare su tracce narrative, toni ed elementi più che efficaci, è proprio nella commistione tra i generi, e quindi tra i registri narrativi che crolla, dimostrando poco coraggio e rivelando la mancanza di una spinta registica che il film avrebbe meritato. C’è la volontà fortissima, e la si percepisce molto direttamente nell’uso del dialogo affettato e ridotto all’osso, così come nelle ambientazioni, e poi nella caratterizzazione dei personaggi (basti pensare al sensitivo interpretato da Lino Musella), di tornare a fare cinema horror.

Non manca la voglia di raccontare quelle atmosfere e quelle vicende umane disperate perché perseguitate e mosse da elementi di natura maligna e sovrannaturale. Elementi, questi, tipici del cinema di Dario Argento, o dell’ormai cult La casa dalle finestre che ridono di Avati del 1976. Trasferendo quello stile gotico e di natura forzatamente psicologica ai giorni d’oggi, nello specifico a Venezia.

Chiaramente Mordini non possiede quella capacità registica così forte degli autori appena citati, di instillare il dubbio, l’inquietudine e l’angoscia con una sola inquadratura, con un solo luogo o personaggio, ma nonostante questo, dimostra di mettercela tutta, nonostante alcune scelte un po’ banali e nient’affatto efficaci, come la spiegazione del docente universitario ai due coniugi sulle dimensioni di vita e morte che conosciamo e non conosciamo.

A scontrarsi con questa dimensione giustamente horror, c’è quella drammatica. Il registro drammatico è quello che Mordini dimostra di non saper controllare, gestendo male la psicologia e la fragilità del personaggio femminile probabilmente centrale del film, interpretato dalla Golino. Così come il modo in cui gestisce prima a livello di scrittura e poi di regia, il dolore che scaturisce dall’incubo, il peso del passato che torna e l’improvviso percorso che il personaggio di Marco intraprende, pur di saperne di più sulla vita ultraterrena e sulla fantasmagoria.

Stefano Mordini con Lasciami Andare riflette sull'aldilà e sul lutto, citando il cinema di Dario Argento e quello di Nicolas Roeg.

Lasciami Andare

Tutte tematiche trattate come qualcosa di estremamente quotidiano, nient’affatto eccezionale, straordinario o curioso.

Raccontare il sovrannaturale, o la ricerca di esso come qualcosa di estremamente logico e razionale e svuotato della sua epica è sempre e comunque un errore. Due generi, il dramma e l’horror, che potrebbero condurre a un ottimo risultato, ma che finiscono qui per cozzare, scontrandosi e annientandosi reciprocamente.

Lasciami Andare si rivela un film interessante, ma chiaramente indeciso sulla via da seguire, sul genere in cui trovare collocazione, e per questo insoddisfacente e irrisolto. Sorprende tuttavia la sua fonte letteraria, ossia il romanzo di Christopher Coake. Poiché se c’è un testo letterario o meglio ancora, un vero e proprio testo cinematografico, in quanto manifesto della poetica di un regista, che il film ricorda in tutto e per tutto, è in primo luogo l’antologia di racconti A Venezia…un dicembre rosso shocking di Daphne Du Maurier, e in secondo luogo il film omonimo di Nicolas Roeg, dal quale Mordini attinge a piene mani, pur consapevole del suo stile così distante e del suo scarso interesse per la materia.

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