La presa di coscienza della propria esistenza si trascina dietro, inevitabilmente, anche quella della sua fine. Di più, i contorni dell’esistere sono definiti da quelli del morire, come se il Tristo Mietitore, con la sua falce, ritagliasse accurate forme di ogni vita altrui. La consapevolezza che Van Hohenheim si porta sempre appresso, invece, è testimone della decostruzione subita dall’equazione dell’esistenza.
Nell’universo di Fullmetal Alchemist: Brotherhood, la progenitrice della chimica, vale a dire l’alchimia, mescola questioni metafisiche e problematiche etiche. Ogni spunto di riflessione gratta sempre più sotto la superficie del sentire comune: profonda è la voragine della Verità, tanto è affamata di ogni prezzo che si è disposti a pagare per giungere al suo cospetto.
Alphonse: «Senza sacrificio l’uomo non può ottenere nulla. Per ottenere qualcosa, è necessario dare in cambio qualcos’altro che abbia il medesimo valore. In alchimia è chiamato il principio dello scambio equivalente. A quel tempo, noi eravamo sicuri che fosse anche la verità della vita».
Il debito dell’immortalità di Van Hohenheim è stato saldato da metà della popolazione di Xerses, precisamente da 536.329 anime, tante sono le vite offerte in sacrificio da Homunculus.

Van Hohenheim e Homunculus
Costi e guadagni, infatti, sono a somma zero, regolati dallo scambio equivalente, che costituisce il fondamento dell’alchimia. La materia e l’energia non possono essere create dal nulla: un risultato in cui si intersecano la legge della conservazione della massa e il primo principio della termodinamica.
«All’interno di un sistema chiuso, in una reazione chimica la massa dei reagenti è esattamente uguale alla massa dei prodotti, anche se appare in diverse forme».
(Legge di Lavoisier)
«La variazione dell’energia interna di un sistema termodinamico chiuso è uguale alla differenza tra il calore fornito al sistema e il lavoro compiuto dal sistema sull’ambiente».
(Primo principio della termodinamica)
Non si possono consumare potenti attacchi o ergere robuste difese senza prendere in prestito materia ed energia dalla crosta terrestre, così come non è possibile creare pietre filosofali senza sacrificare l’energia vitale di esseri umani. Essere in grado di modellare l’ambiente circostante e ciò che ne fa parte, tuttavia, ha certamente conseguenze sulla natura umana, quantomeno a un livello inconscio.
La superbia può gettare ombre anche sulle anime più luminose, l’ira accecare la ragione più guardinga. L’avarizia e la brama di potere – qui tradotte nella ricerca dell’immortalità – muovono il mondo da sempre. È poi facile che il dolore della perdita si tramuti nell’arroganza di giocare a fare Dio, oppure in cieca vendetta. Ancora, lasciarsi soggiogare dalla promessa di una vita eterna o ricercare l’immortalità per fini altruistici: capita di rado che comportamenti e obiettivi cadano al di fuori del terreno sconnesso degli stati emotivi, dove debolezza e forza, poli dell’umanità, germogliano in egual misura.
I setti peccati capitali, dunque, in Fullmetal Alchemist: Brotherhood agiscono sia trasversalmente, rispetto alle inclinazioni umane dei protagonisti, sia direttamente, come elementi indipendenti dall’umanità; anzi, semmai come suoi antagonisti.
Van Hohenheim ha girovagato a lungo nel purgatorio di una vita immortale, in cerca di redenzione e morte, convinto che mai avrebbe potuto desiderare altro.
A volte capita che, inavvertitamente, si incontrino ostacoli lungo la rigida via delle proprie convinzioni. Nel caso di Van Hohenheim, questo ostacolo ha lineamenti dolci, capelli del colore dell’autunno e occhi che donano speranza: il suo nome è Trisha.
Presto gli ostacoli diventano tre, perché, a Trisha, si aggiungono prima Edward e poi Alphonse, cristallizzando, in breve tempo, la volontà dell’alchimista dai capelli d’oro di ricostruire l’equazione vita-morte. Invero, la cruda verità è che l’unico ostacolo al nuovo desiderio di vivere dell’amore di Trisha e dei bambini è l’eternità della propria vita.
Sarebbe straziante vedere le persone amate invecchiare lentamente, mentre si è incatenati da leggi biologiche che valgono per ogni organismo vivente, ma non per noi. Scorrono le lancette di ogni orologio, finché non rimarrà che l’ultimo giro di respiri a separare la vita dalla morte. Ma Van Hohenheim non può sopportare di assistere inerme al termine del silenzioso ticchettio delle persone amate, senza che lui possa avere la stessa possibilità.

Van Hohenheim, Edward e Alphonse
Non può esserci altra decisione se non quella di rimettersi in cammino, seppur la ricerca della redenzione e della morte sia stata sostituita con la ricerca della mortalità. La sofferta scelta è alleviata, almeno in parte, dalla promessa di Trisha, che lo avrebbe aspettato per tutto il tempo del mondo. Sfortunatamente quel tempo non era abbastanza e, della promessa, non sarebbero rimasti che dolore e polvere.
Scorrerà molta acqua nel fiume della sofferenza prima che Van Hohenheim faccia ritorno a casa, dopo aver lasciato Edward e Alphonse soli a combattere con onde molto più grandi di loro. Ancora una volta si sarebbe trascinato dietro il peso dell’immortalità, sicuro di non essere più degno, dopo averli abbandonati, dell’amore dei propri figli.
Soltanto dopo un lungo peregrinare, lasciando ai bordi della strada, a ogni passo, strascichi di ricordi, Van Hohenheim si renderà conto che ha ancora a cuore il destino dell’umanità.
Assolto il proprio dovere – per la prima volta anche quello di padre – il viandante senza pace farà ritorno all’unica casa che abbia mai avuto. Poco importa che non sia rimasto molto del luogo fisico né di quello emotivo, perché la promessa infranta si è cicatrizzata nella metamorfosi del vestigio che, insieme, con l’alchimia del loro amore, hanno lasciato al mondo.
Quel volto, solcato a lungo dalla tristezza, può infine spegnersi con un sorriso che si veste di catarsi.
Van Hohenheim: «Sono a casa Trisha. Lo sai che Edward mi ha finalmente chiamato padre? Anche se mi ha definito inutile… Ho sempre pensato che vivere più degli altri sarebbe stato difficile da sopportare, ma dopo aver conosciuto te e i ragazzi ho davvero imparato a essere felice della vita che ho. La mia è stata un’esistenza piena… sì, direi che è ora di fermarsi. Grazie Trisha».

La morte di Van Hohenheim





