Le armonie di Werckmeister – L’incipit del film

Giuseppe De Santis

03.03.2021

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Le armonie di Werckmeister è un film del 2000 diretto dal maestro ungherese Béla Tarr.
La pellicola è tratta dal romanzo Melancolia della resistenza (1989) di Laszlo Krasznahorkai, che insieme a Tarr ha curato la sceneggiatura, come già accaduto, per esempio, in Satantango (1994).
Spesso l’incipit di un film può rivelarci la sua essenza, la sua ragion d’essere e la summa del pensiero del suo autore. Nel caso di Tarr, il consueto uso del piano-sequenza ci dà modo di esplorare molti degli aspetti simbolici che si svilupperanno nel corso della storia. Scopriamo, dunque, cosa si nasconde nei primi nove minuti di Le armonie di Werckmeister.

Una scena del film

Una luce che si spegne

La prima cosa che vediamo è una stufa chiusa. La luce irradia attraverso le sbarre come un sole che si fa strada tra le nuvole. Presto, però, questa viene spenta con dell’acqua e, spostandoci fluidamente di lato, scopriamo l’autore di questo gesto. Il proprietario della taverna torna verso il bancone ordinando a tutti i presenti di uscire per la chiusura. Tuttavia, un uomo di mezz’età e dalla corporatura robusta chiede del tempo perché «Valuska deve farci vedere».

Molto lentamente, l’uomo ci viene incontro e noi andiamo verso di lui, dichiarando il nostro momentaneo punto di vista. Appaiono, infatti, le spalle di Janos Valuska, che ci rivelano una finta soggettiva: stavamo guardando con i suoi occhi. Ora, però, indietreggiamo mentre gli uomini sgomberano il “palcoscenico” per il protagonista della storia. Béla Tarr ci fa sedere frontalmente, proprio come il pubblico in platea.

Egli prende l’uomo di prima e lo pone al centro dichiarandogli: «tu sei il Sole». La sua robustezza e il viso candido ce ne fanno presagire la somiglianza. Janos chiama un altro spettatore nella recita. «Tu sei la terra», gli ordina, insieme al comando di girare intorno al sole.
Da questo momento iniziamo finalmente ad avvicinarci per vedere bene in faccia il nostro cantore: Janos è diverso dagli altri. Il suo viso è candido, gli occhi arguti, la sua parlata denota un’intelligenza non ordinaria pur nella semplicità del suo aspetto.

Janos: «E ora avremo una spiegazione di come gente semplice come noi può comprendere qualcosa sull’immortalità».

Una dichiarazione profetica, per essere la terza frase pronunciata dal nostro protagonista.

La normalità dell’Universo

Come in una meditazione, Valuska chiede ai suoi ascoltatori (e anche a noi che gli stiamo vicini, quasi dovesse sussurrarci nelle orecchie) di seguirlo in questo viaggio nell’Universo, dove tutto è stabile e sereno. Tuttavia, egli accenna a un’altra caratteristica da tenere a mente: il vuoto infinito.

Ora ha inizio la recita. Il Sole è immobile, la Terra gli gira intorno, e noi spettatori, pianeti sconosciuti nell’universo de Le armonie di Werckmeister, ci muoviamo a nostra volta, perché «noi siamo in questo splendore». Ecco arrivare ora, dietro al demiurgo Janos, anche la Luna che volteggia insieme alla Terra. Proprio di volteggio sembrano parlare il rumore dei passi degli attori e anche la melodia canticchiata a bocca chiusa da Valuska.

Giriamo intorno alla scena in senso contrario ai pianeti finché non veniamo bloccati. «Cosa è stato?» chiede ironicamente il protagonista, instillando l’ansia dell’attesa. Con questa frase ci ha ufficialmente legati al suo racconto.
Ecco cos’è stato: un’eclissi. Il sole diventa una falce accecante e poi viene coperto, scompare proprio come il fuoco spento dall’acqua nel primo fotogramma.

Janos descrive la scena al Sole a alla Terra

Attimi di paura

Il racconto di Valuska è più serrato nel descriverci il freddo, il cielo annuvolato che indica guardando in alto e le reazioni degli animali, che egli osserva sul terreno. A noi rimane solo il riflesso dei suoi occhi che scrutano il destino del mondo.

«Ora il silenzio è totale!» afferma Janos, ma proprio adesso interviene la misura del divino: la colonna sonora di Mihaly Vig rompe il silenzio con un tocco delicato e malinconico di pianoforte. Il riferimento musicale non è casuale. Le armonie di Werckmeister fa riferimento, infatti, al sistema di accordatura ipotizzato dal compositore Andreas Werckmeister che permette di suonare in ogni tonalità. Rompendo il classico sistema di accordatura, si può liberare la musica da ogni vincolo e riscoprirne la vera essenza.

Un’altra speranza per l’Universo viene dalle immagini. La macchina da presa inizia ad allontanarsi e accoglie i dubbi di tutti che, però, vengono irradiati da una luce inattesa: quella della lampada appesa al centro della stanza. Indugiamo per un po’ in quest’eterea sospensione, prima di rituffarci verso la scena.

Le armonie di Werckmeister

La luce accesa irradia la scena mentre l’Eclissi del racconto è totale

Anime sole

L’eclissi è finita. Il Sole può tornare a splendere, la Terra a girare, ci dice Janos. La musica ci culla ancora mentre la danza dei pianeti e dei nostri occhi riprende.
Mentre Valuska canticchia in tono con il brano, la scena giunge al climax: l’inquadratura viene invasa dai personaggi finora rimasti in disparte a osservare la scena. Ora non hanno più paura di vivere e si mescolano tra loro, volteggiando come un grande sistema solare.

Una tensione catartica. Una danza di anime sole e disperate che non si possono incrociare, ma che ambiscono all’infinito, alla compassione e a quell’intero istante di beatitudine di dostoevskijana memoria.

Cullati dal loro idillio, non si accorgono del proprietario della taverna che va ad aprire la porta e ordina a tutti di uscire, incurante della bellezza del mondo. Valuska, che abbiamo seguito in carrellata, gli fa solo notare che non aveva ancora finito, prima di prendere la porta e uscire chiudendo una magistrale sequenza iniziale.

Simboli

Ciò che Béla Tarr mette in scena nell’incipit de Le armonie di Werckmeister è un insieme di simboli. La storia, infatti, si svolge proprio alla vigilia di un’eclissi di Sole. In un clima politico di forte tensione, l’arrivo di un circo che ha come attrazioni una balena gigante e un principe invisibile, ma capace di sovvertire le menti delle persone, fa da miccia a una bomba pronta alla detonazione.

Nell’incertezza del buio raccontato da Janos scorgiamo ciò che ottenebrerà le menti degli uomini che si riverseranno per le strade in cerca di distruzione e riscatto. Poi, la luce tornerà e il mondo riprenderà il suo corso, ma rimarranno quelle anime disperate con la loro eterna danza. Tuttavia, essa non sarà suonata con l’armonia perfetta ipotizzata da Werckmeister e lo stesso Janos pagherà il suo candore, scontrandosi con la realtà di una tenebra troppo forte.

Nello sfumare dell’esistenza, per Béla Tarr rimane il suono di un pianoforte lontano, echeggiato nella pupilla vitrea di una balena che ci fissa con distaccata rassegnazione.

In memoriam

Per concludere quest’analisi, vorrei permettermi una piccola dedica. Metto le cuffie e, per tutto il tempo di scrittura di questo articolo, in sottofondo risuona Valuska di Mihaly Vig, il brano che apparirà in questa scena. Questo mi manda indietro a circa un anno e mezzo fa. Sto parlando con Tomaso Walliser, il fondatore di NAC – Nuova Accademia di Cinema, dopo aver tenuto una lezione. Non ha mai visto questo film e gli mostro l’incipit, commentandolo più o meno con le stesse parole che voi lettori troverete qui scritte.

Lui si limita a una frase che, detta da lui, è un complimento quasi spropositato: «mi hai fatto piacere molto la scena di un film che, se lo avessi guardato da solo, probabilmente non avrei apprezzato. Magari non lo avrei nemmeno iniziato» (notarsi che la sua espressione sul non apprezzare è stata molto più colorita e collegata a parti del corpo che cadono al suolo). Poi aggiunse: «quest’idea delle anime sole che danzano mi piace e anche tu ne hai già fatto il tema del tuo primo lungometraggio. Perché non la sviluppi ulteriormente con un altro film premendo sull’idea del danzare?».

Da circa una settimana, Tomaso non c’è più. Scrivendo, ho continuato a tenere a mente quella conversazione e a chiedermi se gli piacesse e basta, quell’idea delle anime sole, o se la sentisse sua più di quanto non potessi sapere. In ogni caso, ti ci avrei visto bene in quella scena, anche tu a rappresentare un pianeta nello spazio. Ogni volta che si parlerà di Le armonie di Werckmeister penserò a quel momento così normale, ma denso di significato. Non so ancora come farò danzare quelle anime in un altro film, ma giuro che prima o poi ce la farò.

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