Parlare di Berserk implica sempre fare un po’ i conti con se stessi; per quanto possa sembrare esagerato, viene quasi da dire che solo chi non sa di cosa si stia parlando, o non lo ha compreso col dovuto scrupolo, potrebbe dissentire. È uno scoprire qualcosa che prima appariva evanescente e ombroso, dopo la cui scoperta ci si vede diversi. In genere ci si vede peggiori.
Ha la forza di Moby Dick, di Guerra e Pace, de L’uomo senza qualità. Delle tragedie di Shakespeare o di Sofocle. Del Faust di Goethe e del Paradiso perduto – e proprio con quest’ultimo condivide, usando le parole di Harold Bloom, «un certo fascino selvaggio e primitivo».

Griffith e Guts
Cos’è la grandezza e che cosa significa? Perché i popoli chiamano “Grandi” alcuni dei loro capi? Griffith è definibile un grande?

Alessandro Magno, l’archetipo stesso del sovrano “Grande”
È curioso anche pensare ai casi in cui la pretesa di chiamare un sovrano “Grande” non ha attecchito.
Un particolare che dice molto più di quanto sembri sulla monarchia inglese, dove il re è sempre amato e rispettato, ma non deve mai montarsi troppo la testa; ne sa qualcosa Carlo Stuart.

La testa ancora saldamente montata di Carlo Stuart.
Quando impariamo a conoscerli un po’ meglio questi Grandi spesso non ci appaiono delle figure rispettabili e a volte ci lasciano addirittura costernati.

La chiesa ortodossa venera Costantino come santo.

«Era per lo più ingrato, feroce e crudele. Tutti prima o poi si lamentarono della sua cattiveria.» (Guido Gerosa)
E allora dove sta la grandezza? La risposta si trova solo andando al di là di qualunque considerazione morale.
Sta nel segno che questi personaggi hanno lasciato nella storia. Nel fatto che hanno compiuto delle scelte che hanno cambiato il corso della storia. E poco importa se queste abbiano causato qualche decina di milioni di morti, tra soldati e civili, sparsi per il mondo: li hanno chiamati grandi lo stesso. Un’usanza che dice più di quanto non appaia sulla saggezza umana, come Gibbon ha splendidamente evidenziato nel descrivere l’inizio del principato di Traiano:
«Traiano era assetato di gloria, e finché gli uomini continueranno a concedere gli applausi più generosi ai loro distruttori anziché ai loro benefattori, la sete di gloria militare sarà sempre il vizio degli individui saliti ai più alti gradi del potere»
(Edward Gibbon, Declino e caduta dell’impero romano)
Non che Traiano fosse paragonabile a quei grandi per ferocia e crudeltà; come tanti uomini militari nutriva il desiderio sciocchino di emulare Alessandro Magno. E magari, perché no, presentatogli quel suo desiderio sotto le forme di un castello splendente, i cui contorni labili e mendaci gli furono svelati solo col sopraggiungere della vecchiaia – e della sua innata saggezza.
Non lo si confonda col “principe Griffith” il quale, come si sarà intuito, racchiude in sé gran parte delle caratteristiche dei Grandi della storia.

Griffith, il re dei desideri
Di quei Principi che – spinti dal desiderio di fama e onori, di gloria e memoria, e chissà quale altro desiderio di cui la vanagloria è capace – usarono ogni artificio possibile pur di nutrire il proprio interesse personale.
In verità tra i Grandi che abbiamo citato ce n’è uno solo che si schiera apertamente contro Griffith e i princìpi di Machiavelli: Federico il Grande, quando era ancora principe ereditario di Prussia, scrisse un saggio intitolato proprio, sotto suggerimento di Voltaire, L’Anti-Machiavelli.
E in quest’opera si esprimeva in tal senso: «Il Principe è uno dei libri più pericolosi del mondo».
Perché, affermava Federico, il mondo non è l’Italia del ‘500, quando un principe rischiava continuamente di essere avvelenato o pugnalato alle spalle alla prima occasione buona, o cacciato via da una rivolta di sudditi. Ormai, scriveva Federico, i principi non hanno bisogno di pensare solo alla forza, o a ingrandire il proprio stato: devono pensare al benessere del popolo, promuovere le arti e le scienze. Un re deve essere benevolo, virtuoso, deve coltivare il sapere e non perseguire piaceri fisici violenti.

Federico il Grande è diffusamente considerato un talentuoso musicista.
Ed è difficile dargli torto. Peccato che, con l’invasione della Silesia del 1740 che scatenò la guerra di successione austriaca, e in generale con l’aggressiva politica estera instaurata da Federico una volta divenuto re, queste parole suonino un po’ diverse e in pochi ormai sono abituati a prendere sul serio L’Anti-Machiavelli. E anche Federico sembrò un po’ soffrire, nonostante la sua indubbia spregiudicatezza, questo trasformismo politico.
«Spero che i posteri, per cui scrivo, sapranno distinguere in me il filosofo dal principe, l’uomo integro dal politico.»
(Federico il Grande, Storia dei miei tempi)
Come se, a un certo punto della sua vita, avesse avvertito l’ineluttabilità dei più oscuri sentieri del potere. Di quelle nefande virtù del Principe, contro cui aveva scritto sino a pochi anni prima. Come se, proprio come avviene a Griffith, “il re dei desideri”, l’anima del mondo gli avesse ordinato di sedersi su un cavallo e dominarla, citando Hegel.
È improbabile che Federico la pensasse in questi termini, dall’ateo misantropo e quasi nichilista che era, il paragone di Griffith con lui è davvero molto debole; ma il problema è più che mai vivo. Un problema che potremmo definire tolstojano.

Griffith e la Nuova armata dei Falchi
Sono davvero le grandi personalità come Griffith a tessere i fili del mondo e della storia? Può davvero un Principe innalzarsi, anche per un solo istante, a definire il mondo?
In Guerra e pace, il principe Andrej si trova a un certo punto invischiato e perdente nell’immane ecatombe di Austerlitz. Ferito e con l’asta della bandiera forse solo involontariamente ancora in mano, scorge un arrogante Napoleone dispensare ordini ai suoi uomini mentre onora i caduti di ogni parte, anche loro piena celebrazione del suo più immenso trionfo. E quando viene il turno di Andrej, e la sua barella è issata dalle guardie imperiali, sdraiato in quella posizione Bonaparte gli appare piccolissimo, poiché si staglia alle sue spalle un cielo alto e sublime il cui sfondo rende insignificante persino l’empereur al culmine del suo potere.

“Guerra e pace ” (1966) di Sergej Bondarcuk
Già solo in questo piccolo episodio, apparentemente marginale, si ha una presa di posizione di fronte a questa domanda. Una posizione che, ancora una volto su ispirazione quasi esplicitamente tolstojana, si presenta con forza nella prefazione di un’opera che vale la pena leggere, la Civiltà mediterranea al tempo di Filippo II, nella cui prefazione Braudel distingue le tre temporalità della storia.
Una triplicità della natura del tempo che, sotto diverse forme, continua a non abbandonarci molto facilmente.
«La prima chiama in causa una storia quasi immobile, una storia fuori dal tempo, quella dell’uomo nei suoi rapporti con l’ambiente che lo circonda: una storia che scorre e si trasforma lentamente, fatta molto spesso di ritorni ricorrenti, di cicli sempre ricominciati. […]
Terza parte, quella della storia tradizionale, o se si vuole della storia in rapporto non già all’uomo ma all’individuo, la storia “événementielle”, una agitazione in superficie. […] Una storia dalle oscillazioni brevi, rapide, nervose. Ultrasensibile per definizione, la più piccola mossa mette in allarme tutti i suoi strumenti di misura.
(Tra queste due, ndr.) una storia lentamente ritmata: si direbbe senz’altro […] una “storia sociale”, quella dei gruppi e dei raggruppamenti. […]
Diffidiamo di una storia fatta di eventi brucianti, quale i contemporanei e i loro gruppi l’hanno sentita, descritta e vissuta al ritmo della loro vita, breve e povera come la nostra: essa ha la dimensione dei loro sogni, delle loro collere e delle loro illusioni.»(Ferdinand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II)




