Griffith – Il Principe, per un istante | Berserk

Giulio Gentile

Marzo 5, 2021

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Parlare di Berserk implica sempre fare un po’ i conti con se stessi; per quanto possa sembrare esagerato, viene quasi da dire che solo chi non sa di cosa si stia parlando, o non lo ha compreso col dovuto scrupolo, potrebbe dissentire. È uno scoprire qualcosa che prima appariva evanescente e ombroso, dopo la cui scoperta ci si vede diversi. In genere ci si vede peggiori.

Ha la forza di Moby Dick, di Guerra e Pace, de L’uomo senza qualità. Delle tragedie di Shakespeare o di Sofocle. Del Faust di Goethe e del Paradiso perduto – e proprio con quest’ultimo condivide, usando le parole di Harold Bloom, «un certo fascino selvaggio e primitivo».

Griffith è un personaggio che necessariamente affascina e ripugna allo stesso tempo, capace di istruirci sui tempi e la natura dell'umanità.

Griffith e Guts

E parlare di Berserk, e in particolare avvicinandoci al personaggio di Griffith, significa anche riflettere su cosa sia la “grandezza”.

Cos’è la grandezza e che cosa significa? Perché i popoli chiamano “Grandi” alcuni dei loro capi? Griffith è definibile un grande?

Non sono poi molti questi capi nella storia. A tutti sovverrebbero immediatamente Alessandro Magno e Carlo Magno (magno deriva dal latino magnus, che vuol dire grande). A questi si possono aggiungere Ciro il Grande, fondatore dell’impero persiano; Pietro il Grande, che fu chiamato così per decreto imperiale, in pratica fu lui stesso a darsi questo appellativo; Caterina la Grande e Federico il Grande, i due archetipi del dispotismo illuminato, che invece furono chiamati così per acclamazione e quando erano ancora relativamente giovani; poi Gustavo Adolfo il Grande, che guidava personalmente le cariche di cavalleria nella Germania insanguinata dalla Guerra dei Trent’anni, in una delle quali ci rimase anche secco, ma che fecero assurgere la Svezia a grande potenza europea per quasi un secolo; e Canuto il Grande, che agli inizi del secondo millennio portò i vichinghi al comando di mezza Europa.
Griffith è un personaggio che necessariamente affascina e ripugna allo stesso tempo, capace di istruirci sui tempi e la natura dell'umanità.

Alessandro Magno, l’archetipo stesso del sovrano “Grande”

È curioso anche pensare ai casi in cui la pretesa di chiamare un sovrano “Grande” non ha attecchito.

Costantino, ad esempio, fu chiamato Costantino il Grande da certa storiografia cristiana, e non è difficile capirne il motivo, ma nemmeno lui si è mai definito così: lui si definiva e si firmava “Costantino il Vincitore”; e anche il Re Sole, Luigi XIV, veniva chiamato Luigi il Grande dal suo stuolo di lacchè e cortigiani vari, ma nemmeno in Francia lo chiamano più così, anche se a Parigi nei pressi di Notre Dame, tra i Giardini di Lussemburgo e il Pantheon, ci possiamo imbattere nel famoso liceo Louis le Grand.
Tra questi casi figura anche Gneo Pompeo, lo sfortunato avversario di Giulio Cesare nel Bellum civile, che gli storici tuttora conoscono come Gneo Pompeo Magno, ma quasi tutti ricordano solo come Pompeo – quel tizio sfigato distrutto da Cesare, una definizione un po’ ingiusta a dire il vero. È curioso anche osservare come la corona Britannica, forse la più illustre – sicuramente la più sentita – monarchia d’Europa, non abbia mai chiamato Grande uno dei suoi sovrani, nemmeno Elisabetta Tudor o il suo primo re Guglielmo; che conosciamo come Guglielmo il Conquistatore, non Guglielmo il Grande.

Un particolare che dice molto più di quanto sembri sulla monarchia inglese, dove il re è sempre amato e rispettato, ma non deve mai montarsi troppo la testa; ne sa qualcosa Carlo Stuart.

Griffith è un personaggio che necessariamente affascina e ripugna allo stesso tempo, capace di istruirci sui tempi e la natura dell'umanità.

La testa ancora saldamente montata di Carlo Stuart.

Ciò detto, una caratteristica comune a quasi tutti questi Grandi – e lo stesso discorso varrebbe anche per Cesare e Napoleone, che non sono stati chiamati Grandi perché non ce n’era bisogno: di Napoleone ce n’è stato uno solo (a parte Napoleone III, ma dal punto di vista di influenza storica e politica tra i due non c’è confronto) e il solo nome di Cesare è già esso stesso sinonimo di grandezza, basta pensare agli imperatori romani, che dopo un po’ hanno iniziato a definirsi Cesari, e a tutta una serie di titoli che lo hanno rievocato nel corso del tempo sino a epoche relativamente recenti, come Zar o Kaiser – è che sul piano umano, sul piano del carattere, sul piano della loro personalità in sostanza, avremmo molto su cui discutere.

Quando impariamo a conoscerli un po’ meglio questi Grandi spesso non ci appaiono delle figure rispettabili e a volte ci lasciano addirittura costernati.

Griffith è un personaggio che necessariamente affascina e ripugna allo stesso tempo, capace di istruirci sui tempi e la natura dell'umanità.

La chiesa ortodossa venera Costantino come santo.

L’imperatore Costantino, ad esempio, fece uccidere il suo primogenito Crispo e pochi giorni dopo anche sua moglie Fausta, matrigna di Crispo; che fosse per paura che congiurassero contro di lui o a causa di una loro tresca semi-incestuosa “alla Beautiful”, il perché rimane un mistero e gli stessi cronisti dell’epoca ne rimasero perplessi e sbigottiti.
Pietro il Grande invece uccise solo il proprio figlio maggiore, con le sue stesse mani e a colpi di frustate, nei bastioni sotterranei della fortezza di Pietro e Paolo.
È probabilmente di Cesare il primo genocidio documentato della storia, quello degli Elvezi, anche se in genere il Bellum Gallicum non viene narrato sotto quest’ottica; e anche la sottomissione dei Sassoni da parte di Carlo Magno presenta dei tratti molto simili all’impresa cesariana.
Nella loro aura di monarchi illuminati, spesso si tralasciano le immani carneficine scatenate dai Grandi Caterina e Federico e tra le numerose nefandezze di Napoleone forse quella che più stupisce è che fosse capace di far avvelenare i suoi stessi soldati feriti, come avvenne a Giaffa, per evitare che gli rallentassero il cammino. E in fondo, sapendo ciò che accadde pochi anni dopo in Russia, non dovrebbe stupire più di tanto.
Griffith è un personaggio che necessariamente affascina e ripugna allo stesso tempo, capace di istruirci sui tempi e la natura dell'umanità.

«Era per lo più ingrato, feroce e crudele. Tutti prima o poi si lamentarono della sua cattiveria.» (Guido Gerosa)

E allora dove sta la grandezza? La risposta si trova solo andando al di là di qualunque considerazione morale.

Sta nel segno che questi personaggi hanno lasciato nella storia. Nel fatto che hanno compiuto delle scelte che hanno cambiato il corso della storia. E poco importa se queste abbiano causato qualche decina di milioni di morti, tra soldati e civili, sparsi per il mondo: li hanno chiamati grandi lo stesso. Un’usanza che dice più di quanto non appaia sulla saggezza umana, come Gibbon ha splendidamente evidenziato nel descrivere l’inizio del principato di Traiano:

«Traiano era assetato di gloria, e finché gli uomini continueranno a concedere gli applausi più generosi ai loro distruttori anziché ai loro benefattori, la sete di gloria militare sarà sempre il vizio degli individui saliti ai più alti gradi del potere»

(Edward Gibbon, Declino e caduta dell’impero romano)

Non che Traiano fosse paragonabile a quei grandi per ferocia e crudeltà; come tanti uomini militari nutriva il desiderio sciocchino di emulare Alessandro Magno. E magari, perché no, presentatogli quel suo desiderio sotto le forme di un castello splendente, i cui contorni labili e mendaci gli furono svelati solo col sopraggiungere della vecchiaia – e della sua innata saggezza.

Non lo si confonda col “principe Griffith” il quale, come si sarà intuito, racchiude in sé gran parte delle caratteristiche dei Grandi della storia.

Griffith è un personaggio che necessariamente affascina e ripugna allo stesso tempo, capace di istruirci sui tempi e la natura dell'umanità.

Griffith, il re dei desideri

Di quei Principi che – spinti dal desiderio di fama e onori, di gloria e memoria, e chissà quale altro desiderio di cui la vanagloria è capace – usarono ogni artificio possibile pur di nutrire il proprio interesse personale.

In verità tra i Grandi che abbiamo citato ce n’è uno solo che si schiera apertamente contro Griffith e i princìpi di Machiavelli: Federico il Grande, quando era ancora principe ereditario di Prussia, scrisse un saggio intitolato proprio, sotto suggerimento di Voltaire, L’Anti-Machiavelli.

E in quest’opera si esprimeva in tal senso: «Il Principe è uno dei libri più pericolosi del mondo».

Perché, affermava Federico, il mondo non è l’Italia del ‘500, quando un principe rischiava continuamente di essere avvelenato o pugnalato alle spalle alla prima occasione buona, o cacciato via da una rivolta di sudditi. Ormai, scriveva Federico, i principi non hanno bisogno di pensare solo alla forza, o a ingrandire il proprio stato: devono pensare al benessere del popolo, promuovere le arti e le scienze. Un re deve essere benevolo, virtuoso, deve coltivare il sapere e non perseguire piaceri fisici violenti.

Federico il Grande è diffusamente considerato un talentuoso musicista.

Ed è difficile dargli torto. Peccato che, con l’invasione della Silesia del 1740 che scatenò la guerra di successione austriaca, e in generale con l’aggressiva politica estera instaurata da Federico una volta divenuto re, queste parole suonino un po’ diverse e in pochi ormai sono abituati a prendere sul serio L’Anti-Machiavelli. E anche Federico sembrò un po’ soffrire, nonostante la sua indubbia spregiudicatezza, questo trasformismo politico.

«Spero che i posteri, per cui scrivo, sapranno distinguere in me il filosofo dal principe, l’uomo integro dal politico.» 

(Federico il Grande, Storia dei miei tempi)

Come se, a un certo punto della sua vita, avesse avvertito l’ineluttabilità dei più oscuri sentieri del potere. Di quelle nefande virtù del Principe, contro cui aveva scritto sino a pochi anni prima. Come se, proprio come avviene a Griffith, “il re dei desideri”, l’anima del mondo gli avesse ordinato di sedersi su un cavallo e dominarla, citando Hegel.

È improbabile che Federico la pensasse in questi termini, dall’ateo misantropo e quasi nichilista che era, il paragone di Griffith con lui è davvero molto debole; ma il problema è più che mai vivo. Un problema che potremmo definire tolstojano.

Griffith è un personaggio che necessariamente affascina e ripugna allo stesso tempo, capace di istruirci sui tempi e la natura dell'umanità.

Griffith e la Nuova armata dei Falchi

Sono davvero le grandi personalità come Griffith a tessere i fili del mondo e della storia? Può davvero un Principe innalzarsi, anche per un solo istante, a definire il mondo?

In Guerra e pace, il principe Andrej si trova a un certo punto invischiato e perdente nell’immane ecatombe di Austerlitz. Ferito e con l’asta della bandiera forse solo involontariamente ancora in mano, scorge un arrogante Napoleone dispensare ordini ai suoi uomini mentre onora i caduti di ogni parte, anche loro piena celebrazione del suo più immenso trionfo. E quando viene il turno di Andrej, e la sua barella è issata dalle guardie imperiali, sdraiato in quella posizione Bonaparte gli appare piccolissimo, poiché si staglia alle sue spalle un cielo alto e sublime il cui sfondo rende insignificante persino l’empereur al culmine del suo potere.

“Guerra e pace ” (1966) di Sergej Bondarcuk

Già solo in questo piccolo episodio, apparentemente marginale, si ha una presa di posizione di fronte a questa domanda. Una posizione che, ancora una volto su ispirazione quasi esplicitamente tolstojana, si presenta con forza nella prefazione di un’opera che vale la pena leggere, la Civiltà mediterranea al tempo di Filippo II, nella cui prefazione Braudel distingue le tre temporalità della storia.

Una triplicità della natura del tempo che, sotto diverse forme, continua a non abbandonarci molto facilmente.

«La prima chiama in causa una storia quasi immobile, una storia fuori dal tempo, quella dell’uomo nei suoi rapporti con l’ambiente che lo circonda: una storia che scorre e si trasforma lentamente, fatta molto spesso di ritorni ricorrenti, di cicli sempre ricominciati. […]
Terza parte, quella della storia tradizionale, o se si vuole della storia in rapporto non già all’uomo ma all’individuo, la storia “événementielle”, una agitazione in superficie. […] Una storia dalle oscillazioni brevi, rapide, nervose. Ultrasensibile per definizione, la più piccola mossa mette in allarme tutti i suoi strumenti di misura.
(Tra queste due, ndr.) una storia lentamente ritmata: si direbbe senz’altro […] una “storia sociale”, quella dei gruppi e dei raggruppamenti. […]
Diffidiamo di una storia fatta di eventi brucianti, quale i contemporanei e i loro gruppi l’hanno sentita, descritta e vissuta al ritmo della loro vita, breve e povera come la nostra: essa ha la dimensione dei loro sogni, delle loro collere e delle loro illusioni.»

(Ferdinand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II)

Leggi anche: Berserk – Tra il male e l’uomo

Autore

  • Giulio Gentile

    Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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