Vivere – La vita secondo Akira Kurosawa

Davide Ceccato

Aprile 28, 2021

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Un’altalena dondola, oscilla, prima a destra e poi a sinistra. Quest’altalena è come il pendolo di un orologio. Oscilla e dondola. Scandisce i secondi, i minuti, le ore e i giorni che scorrono nel nostro vivere, come gli alberi fuori dal finestrino della macchina mentre viaggi. Il tempo, ancora tutto da studiare, non si ferma davanti a nulla, non ha pause, non ha pietà.

Il tempo pone domande, a volte ce ne si accorge, a volte no. Sembra allargarsi e restringersi a nostro piacimento, ma spesso ci ricorda che comanda lui. Benedetto e maledetto si dubita della sua esistenza come semplice frutto dell’immaginazione umana, ma alla fine è un’unità di misura di cui se ne percepisce la densità quando si viene a conoscenza che a un certo punto si bloccherà, di colpo.

Come una macchina, il capoufficio Wattanabe preme il timbro sulle carte che passano davanti ai suoi occhiali. Lui è il protagonista del film di Akira Kurosawa, intitolato con una parola capace da sola, con le sue sei lettere, di spremerci la testa: Vivere (1952).

A Wattanabe viene diagnosticato un cancro allo stomaco, la comunicazione della risicata durata della sua vita lo trascina in un abisso, fermo a fissare il vuoto: Kurosawa si sofferma sul volto del protagonista. Straziato e pensante si trascina in una texture di case che compongono un mondo che, ai suoi occhi, si sta sgretolando. I suoi occhi, che Kurosawa inquadra, racchiudono un anima che che sta perdendo colore, sempre tendenti al lucido, rigonfi di angoscia di vivere e rimpianto.

«Qualche ora o qualche anno d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione d’essere eterni».

(Jean-Paul Sartre, “Il muro”)

Vivere

Wattanabe

Tutto comincia a raggrinzire, a stringersi, il velo dell’illusione si squarcia, tutto ciò che circonda Wattanabe guadagna senso. In una scena, alzando gli occhi al cielo, vede il tramonto, un fenomeno così normale, ma spesso ignorato. Si ferma ad ammirarlo pensando a quanto non si sia mai soffermato a osservarlo in tutta la sua bellezza. La bellezza di ciò che ci circonda, che sembra appassire a causa della frenesia a cui siamo sottoposti o a cui ci sottoponiamo.

«L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata, ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci».

(Oriana Fallaci, “Un uomo”)

L’abitudine che omogeneizza il vivere, e che rende Wattanabe, nel suo lavoro di tutti i giorni, un ingranaggio, grigio e ferroso che ruota nella sua compostezza. L’abitudine diventa un modo di riempire un vuoto, di passare il tempo, di farlo scorrere nella finzione del fare qualcosa. Quel qualcosa che alla fine non viene ricreato, si dissolve e si ricrea ciclicamente.

In questo circolo Wattanabe ha basato il suo vivere, l’angoscia lo attanaglia, si accorge di non aver mai vissuto, di essere vissuto in una bolla. Il rimpianto è una sensazione che lo avvolge, che fa nascere in lui un senso di alienazione e di solitudine. La rassegnazione alla propria mortalità lo fa uscire dall’illusione.

Wattanabe si accorge di non aver mai vissuto, di aver solo gettato via il tempo che aveva a disposizione. Questo pessimismo che, come la gravità, lo schiaccia, lo porta a voler tentare di assaporare i piaceri del vivere, rifugiandosi nelle sensazioni dionisiache che caratterizzano il piacere dell’umano.

Si rifugia nell’ebbrezza della festa e della musica, alla scoperta del divertimento, dell’eccesso, grazie all’amicizia, nata casualmente in un locale, con uno scrittore. Si rifugia nella giovinezza, contenitore di emozioni, grazie all’ amicizia con un’ impiegata del suo ufficio che vuole licenziarsi. Tenta di riscoprire la spensieratezza della fanciullezza attraverso la ragazza, volendosi sentire di nuovo giovane, volendo rivivere quella magia.

Tutto questo però non riesce ad anestetizzare l’angoscia della poca esistenza rimasta. L’ebrezza dell’alcol, della festa, prima o poi finisce. Voler tentare di tornare di nuovo giovane sembra non aver fornito via d’uscita, data la differenza d’età tra la giovane ragazza e Wattanabe. Tutto prima o poi finisce e i conti con te stesso ritornano. Kurosawa rende Wattanabe quasi un bambino di fronte a queste persone che incontra, che semplicemente vivono la loro vita. Si ritrovano maestri, a insegnare a vivere, di fronte alla tenerezza di un uomo che domanda come si fa.

Il regista sposta il focus sulle persone vicine al protagonista, mostrandoci come il capoufficio viene visto attraverso gli occhi degli altri. Nascono le più diverse opinioni, e vediamo i personaggi cercare di dare un’interpretazione, un senso all’improvvisa assenza dell’uomo, dai suoi colleghi d’ufficio al figlio. Ma la preoccupazione viene presto sostituita da pensieri che mettono da parte l’uomo per concentrarsi su chi ricoprirà il prossimo ruolo di capoufficio e sui soldi della loro buonuscita.

A nessuno sembra importare realmente della presenza o assenza di Wattanabe, tutti sono presi dai propri interessi personali.

Kurosawa nel film mette in risalto un fenomeno che, almeno una volta, tutti si si sono trovati a fronteggiare: la burocrazia. Tutto nel Comune dove lavora Wattanabe è costantemente rimandato ad altri uffici o altri enti che si occupino di un progetto che passa da scrivania a scrivania senza venir mai preso in considerazione. Il fenomeno della burocrazia è usato da Kurosawa come un’allegoria per rappresentare lo scorrere inutile del tempo, quello che non risolve mai nulla, e che diventa un parallelismo con la sensazione del povero Wattanabe.

Ufficio di Wattanabe

La brevità del tempo che gli rimane però, a un certo punto, spezza quel pessimismo che stava riempiendo lo schermo e lascia spazio a una lucente forza di volontà. Wattanabe, a tutti i costi, vuol costruire un giardino su un area paludosa, progetto stritolato dai tentacoli della burocrazia. Nel bianco e nero della pellicola è come se prendesse colore, e si getta a capofitto e a pugni chiusi contro tutte quelle torri di carta.

Il protagonista riesce a intravedere una luce che si nascondeva timida, ma che sarà essenziale per la morale e il significato ultimo di quest’opera, che in tutta la sua semplicità racchiude una complessa profondità data per scontato, e che per questo sfugge sempre.

Alla fine il giardino verrà costruito e Wattanabe se ne andrà. Tutto ormai diventa parola e giudizio proveniente dai colleghi o dal figlio con cui il padre, nel suo ultimo periodo, aveva un rapporto di incomunicabilità. Nascono domande sui meriti della costruzione del parco, sugli ultimi movimenti dell’uomo, sulla sua presunta storia d’amore con una più giovane di lui. Tutte opinioni che allo spettatore ormai non interessano più, perché ha capito che alla fine tutti avranno sempre qualcosa da ridire e da osservare.

Akira Kurosawa mette in scena una trama che sembra, ma non è affatto. La risposta a cosa sia la vita spesso è fulcro di un grande indagare da parte degli esseri viventi che vogliono e devono trovare un motivo alla loro esistenza. Il segreto arriva da Wattanabe che si osserva mentre corre su e giù per le scale del Comune o insiste con i superiori per dargli retta.

Il segreto sta semplicemente nell’agire per se stessi, ma rendendo felici gli altri. Ripetere la semplicità di questa frase sembra futile perché nella sua ovvietà è racchiusa la più importante verità. Vivere di Akira Kurosawa è la tenera presa di coscienza di un uomo che troppo tardi capisce il senso ultimo della vita.

Wattanabe muore come ritornando bambino, dondolando su un’altalena del parco voluto da lui, sorridente e canticchiando una canzoncina che recita: «la vita è così breve». La vita è troppo breve e bisogna agire per star bene con se stessi e aiutare gli altri a esserlo.

L’altalena non è come il pendolo di un orologio, perché il pendolo si ferma. L’ altalena, invece continuerà a dondolare per un bambino che ci salirà sopra e che riderà felice. Sulla terra il nostro sarà un passaggio breve, ma abbiamo pur sempre un lascito, un’eredità che ci sopravvivrà. Solo se lasceremo sulla terra qualcosa di buono e in grado di emozionare gli altri riusciremo a essere eterni. Solo così avremo vissuto. Così avremo vinto il tempo.

«Continuate a dipingere – ed io continuerò a scrivere note; e così vivremo – per sempre? – sì, forse per sempre».

(Ludwig van Beethoven, “Lettera a Alexander Macco”)

Leggi anche: La poetica di Kurosawa – Sette Samurai, il sangue del Giappone e il tragico di Shakespeare

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