The Office e l’arte della fuga

Matteo Melis

Settembre 3, 2021

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«I am running away from my responsibilities. And it feels good»

(Michael Scott)

Scappare, proprio quando il mondo sembra remare contro. Sapere cosa si lascia ma non ciò che si troverà, abbandonarsi verso un’oscurità che sembra meno spaventosa del proprio quotidiano. Fuggire è un’arte: serve il momento giusto, servono motivazioni, bisogna spendere le giuste parole e il giusto tempo per non darsi la possibilità di voltarsi indietro e cambiare idea, perché l’altra strada, quella che grida di restare, è tanto affascinante quanto deprimente.

The Office (2005-2013) è disseminata di fughe, di strappi, di microscopici sogni che si rivelano enormi traumi. I personaggi aprono a loro stessi degli spiragli utili a respirare di nuovo, da una parte per lenire le ustioni date da cocenti delusioni, dall’altra per non affrontare fino in fondo le cause profonde di quelle stesse scottature.

La stragrande maggioranza di queste partenze improvvise, però, si chiuderanno con il ritorno al luogo di partenza.

Scappare, fuggire da tutto, tentare di cambiare le proprie vite per sempre. I personaggi di The Office ci provano spesso, riuscendoci poco.

Il primo bacio tra Pam (Jenna Fischer) e Jim (John Krasinski), che porta alla fuga di quest’ultimo da Scranton.

Scappa Jim per non continuare a frequentare lo stesso luogo di lavoro di Pam, promessa sposa di Roy, un uomo di certo non adatto a lei. Jim fugge con discrezione, con rispetto, anche con una promessa di promozione da parte della filiale di Stamford della Dunder Mifflin. Il distacco durerà poco, così come la distanza tra Pam e Jim, il quale capirà, qualche anno dopo, che quell’atteggiamento non è più replicabile. In effetti, se in The Office sembra andar bene qualcosa, è proprio la relazione tra questi due personaggi.

Scappa addirittura Toby, triste e sommesso responsabile delle Risorse Umane, che prova a staccarsi dalla realtà grigia e monotona di Scranton per conoscere altre zone ben più stimolanti del continente americano.

Il suo ritorno coinciderà con una delle gag più divertenti dell’intera serie.

Scappare, fuggire da tutto, tentare di cambiare le proprie vite per sempre. I personaggi di The Office ci provano spesso, riuscendoci poco.

L’esilarante reazione di Michael (Steve Carrell) al ritorno dell’odiato Toby (Paul B. Lieberstein).

Fugge anche Andy Bernard, dopo una miriade di episodi a metà tra lo yes man e gli scatti d’ira, lasciando vuoto il suo posto di nuovo manager regionale dopo un lutto familiare; ad attenderlo c’era un immenso giro in barca, l’indeterminatezza di un viaggio senza una meta certa, e di una vita che sembra aver perso ogni sicurezza proprio quando l’obiettivo era raggiunto.

Questa caratteristica è centrale in The Office e rende la serie una perla unica: è una sitcom quasi unicamente ambientata in ufficio e quando non è l’ufficio a fare da sfondo alla vicenda, vengono seguite le vite private degli impiegati della Dunder Mifflin di Scranton. Ciononostante, la serie evidenzia come il lavoro sia l’ultima delle caratteristiche che qualificano un essere umano.

Proprio per questo, per la maggior parte delle stagioni il manager della filiale è uno dei più impreparati in assoluto: Michael Scott.

Scappare, fuggire da tutto, tentare di cambiare le proprie vite per sempre. I personaggi di The Office ci provano spesso, riuscendoci poco.

Il ritorno di Andy (Ed Helms) dal suo lungo viaggio in barca

Arriviamo così proprio a Michael, protagonista della serie, vero e proprio genio della fuga non riuscita.

Nonostante la sua bonaria ignoranza e i suoi atteggiamenti infantili, Michael alla lunga riscuote un’inevitabile empatia da parte dello spettatore. Proprio i tentativi di fuga sono degli apici di quei momenti in cui è chiara la sua difficoltà nel vivere una vita fatta di doveri e responsabilità, perché in fondo Michael è una persona dolce e soprattutto, a modo suo, libera.

Il manager regionale della Dunder Mifflin fugge da una possibile bancarotta della sua filiale, spesso sembra voler correre via e non girarsi più; una volta licenziato dall’azienda, tenta una scappatoia personale abbastanza strampalata fondando la Michael Scott Paper Company.

In ultimo, ma più importante, Michael insegue l’amore, addirittura arriva a lasciare finalmente Scranton in modo definitivo per coronare la propria relazione, percorrendo finalmente la sua scelta più azzeccata (nonché la più triste per noi spettatori). A differenza delle altre quasi-uscite di scena, però, Michael Scott riesce a non tornare più indietro. Questa è l’unica fuga davvero riuscita della serie.

The OfficeMichael ha l’animo dell’artista e del bambino, vive di sentimenti e di piccole gioie istantanee, non è avvezzo alla pressione e ai doveri del dirigente.

Le sue fughe non sono codarde, sono parte della sua natura, quella di una persona innamorata dei sentimenti e non dei soldi o del prestigio, che prende il proprio mestiere come un gioco e la sua emotività come essenza del proprio essere. Per questo lui vaga e Dwight Schrute, suo compare ma anche sua controparte, non si muove mai da Scranton.

L’unico obiettivo di Dwight è professionale, cioè la scrivania di manager regionale della Dunder Mifflin, mentre gli obiettivi di personaggi come Michael e Jim esistono soprattutto fuori dall’ufficio. Per questo motivo si impegnano per migliorare le proprie vite, riflettono, si muovono e, se necessario, scappano.

Leggi anche: The Office – Come sopravvivere all’esistenzialismo capitalista di un lavoro

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  • Matteo Melis

    "Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità"
    (C. Sanders Peirce)

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