Sacrificio – Andrej Tarkovskij e il problema di Nietzsche

Davide Ceccato

Settembre 7, 2021

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Sacrificio: dal latino “sacrum” cioè sacro e “ficium” cioè fare, compiere il sacro, privarsi di un qualcosa per il raggiungimento di un fine. Atto ricorrente nella storia dell’evoluzione del cristianesimo come azione di purificazione, redenzione dal peccato “umano”. Il massimo sacrificio, rimasto impresso nei testi e in epoche e civiltà, è sicuramente il sacrificio di Gesù Cristo per la redenzione dell’uomo. Caricarsi dei peccati degli uomini, compiendo l’atto estremo della sofferenza, della tortura fino all’ultimo respiro. La figura di Cristo ci appare bambino in braccio a Maria nell’opera Adorazione dei Magi di Leonardo Da Vinci.

Adorazione dei Magi

“Adorazione dei Magi” di Leonardo da Vinci

La visione del dipinto ci scorre davanti, accompagnata dal canto di un componimento che riempie la tela, che fa vivere la tela. Il bambino è Gesù, lui è il simbolo del sacrificio per gli uomini, lo scambio con il cielo.

Sacrificio è anche il titolo del canto del cigno di Andrej Tarkovskij, la sua ultima opera, dedicata al figlio. I colori sono freddi e timidi, l’ambiente si confonde con i corpi dei personaggi, la luce dona malinconia e riflessione.

Il color cenere del cielo si riflette sui capelli di Alexander, un ex-giornalista che insieme alla famiglia abita una casa su un’isola svedese. La pellicola si srotola su una superfice esistenziale in cui i personaggi scorticano il Dasein, quell’esser-ci di heideggeriana memoria. Indagini sull’esistenza attraverso riflessioni sulla vita ormai passata, sul problema dell’io, sul senso del linguaggio.

L’enigmatico postino, Otto, in una scena del film conversa sulla possibilità della veridicità della teoria dell’eterno ritorno di Friedrich Nietzsche. Il serpente che si morde la coda, la ciclicità del mondo. Il filosofo, come il mangime al pollame, viene lanciato nell’aria per poi essere trasportato dal vento casualmente nel nulla. Nietzsche però durante l’avanzata della storia è come se sbirciasse da dentro l’armadio, da dietro la tenda, a osservare la fuoriuscita dei temi del suo pensiero, capisaldi dei suoi scritti.

All’improvviso, mentre la famiglia è nella stessa stanza, si avverte come un terremoto, un boato sordo e sinistro che fa tremare le pareti e la paura s’impadronisce della stanza. L’ascolto del notiziario getta il buio nel pensiero dei protagonisti, che increduli devono cominciare a rendersi conto di ciò che sta per accadere: un nuovo conflitto, una guerra che incombe.

Da questo il delirio si fa spazio, e l’idea della fine, della morte, diventa un’imminenza che crea panico e scompiglio. Il pianista sta per volgersi a finire la sua esposizione, il dito si sta per avvicinare al tasto per il tocco dell’ultima nota della melodia dell’esistenza. Il pianista avvolto nella nebbia ha un nome, si chiama nichilismo.

Il nichilismo che prendendo per i capelli l’uomo lo trascina giù dal letto di nuvole dove si era coricato. Una crepa nella bolla, l’odore della morte che ci riporta al nostro “essere umani” in un mondo riempito di invenzioni. Analogo al film Melancholia di Lars Von Trier in cui un pianeta minaccia la vita schiantandosi da un momento all’altro sulla Terra, qui la possibilità di un conflitto vomita quell’incertezza che come gas riempie l’ambiente. Come a ricordare che anche la fine esiste, che anche il caos esiste.

Il contrasto con la filosofia di Nietzsche comincia con Alexander che chiede aiuto a Dio per riuscire a sventare la tragedia. L’uomo che non riesce a muoversi da solo, l’uomo che si abbandona alla metafisica. Per Nietzsche l’uomo deve passeggiare nel cimitero degli idoli, dei simulacri, degli dei. Il folle che annuncia “la morte di Dio”, il declino, l’alto e il basso che si mescolano, cosa faremo ora con le mani sporche di sangue?

L’uomo incapace di provare a varcare l’infinito, per Nietzsche, deve riportare il centro su se stesso, deve innalzarsi a Dio, essendo Dio di se stesso.

Alexander invece va correndo al cimitero, scavando con le mani per riesumare la divinità e chiedere aiuto. In cambio sacrifica la parola, in cambio sacrifica il figlioletto e in cambio sacrifica la casa. La folla danza intorno al vitello d’oro, Abramo lega Isacco, spinge Nietzsche giù dal dirupo.

Sacrificio

Il sacrificio di Isacco di Caravaggio

Scena del film “Sacrificio” (1986)

Tarkovskij mostra ciò che Nietzsche criticava, lo fa annunciare a bassa voce ai personaggi per poi mostrare la condizione dell’uomo attraverso la sua filosofia. L’uomo che si perde, senza qualcuno a cui chiedere aiuto. Alexander correrà dalla governante che viene chiamata Maria, non a caso, e che rappresenta la misticità, quel sovrannaturale che lo consola, come se lo consolasse sull’inevitabilità del sacrificio mentre brancola nella nebbia.

Il gesto estremo sarà bruciare la casa, incubatrice di pensieri, di deliri, così umana, così troppo umana che deve bruciare, come atto di purificazione dell’anima per la salvezza.

Sacrificio letto tra le righe è la traduzione della critica al cristianesimo di Nietzsche, una rappresentazione delle persone davanti al “folle uomo” con la lanterna, davanti a Diogene che invece l’uomo lo cerca. La ricerca dell’oltreuomo.

«Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo?
Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto un sacro dire di sì. […] Tre metamorfosi vi ho nominato dello spirito: come lo spirito divenne cammello, leone il cammello, e infine il leone fanciullo».

(Friedrich Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”)

Le tre metamorfosi di Nietzsche in cui un cammello che si inginocchia a Dio diventa leone, per combattere contro i falsi idoli e infine diventare fanciullo, dionisiaco, esente da catene e limiti. Fanciullo. Durante il film compare a volte il figlioletto di Alexander che non parla e dorme per quasi tutta la durata degli avvenimenti. Il padre insegna al piccolo a piantare un albero che poi, essendo abbeverato tutti i giorni con costanza, diventerà fiorito. La lezione donata al piccolo è che se ogni giorno facessimo una cosa, anche piccola, ma costante, renderemmo il mondo un posto migliore.

Dopo tutto il crollo psicologico dei personaggi, dopo tutto il marasma creatosi, il bambino si alza e va ad annaffiare la pianta. È il segno della vita che continua, libera. Il figlio è quel fanciullo libero che riesce a sguazzare nel proprio oblio grazie alla precocità del suo essere, libero da tutto ciò che contamina l’uomo nella sua crescita. Il bambino è quell’oltreuomo, che è padrone di se stesso, secondo Nietzsche, che supera perfino il leone.

Il bambino, chiamato nel film Piccolo Uomo, si pone una domanda che chiude la critica nietzschiana del film, che in quanto fanciullo e in quanto oltreuomo libero da tutto, possiede la forza di mettere in dubbio.

Piccolo Uomo: «In principio era il verbo. Perché Papà?».

L’innocenza di un figlio che non capisce, che non capisce la genesi del comportamento degli uomini. Non capisce perché è libero, ed è troppo occupato a vivere e a crescere e a fiorire, come il suo albero accanto nel toccante finale. Andrej Tarkovskij augura al figlio, a cui dedica il film, la libertà, quella pura e cruda e la augura anche a tutti noi.

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