L’inferno di Chabrol – La scellerata infernalità dell’amore

Eleonora Artesi

Novembre 9, 2021

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L’inferno, classe 1994, è un lungometraggio diretto da Claude Chabrol, uno dei massimi esponenti della Nouvelle Vague, che fonde l’infernalità del caldo estivo con quella del sentimento più feroce e più incontenibile di sempre: l’amore.

In realtà, quest’opera cinematografica di Chabrol non è altro che la ripresa della sceneggiatura de L’Enfern del regista francese Henri-Georges Clouzot, un’opera che si prometteva di essere potentemente e gloriosamente infernale, ma momentaneamente frenata dal clima altrettanto micidiale che aveva invaso il set: un caldo terribilmente afoso, tensioni tra attori e l’improvvisa morte di Clouzot.

La scelta del titolo, che in lingua originale è “L’Enfer, contribuisce a enfatizzare l’essenza infernale che caratterizza l’opera di Chabrol. Infatti, analizzando attentamente le lettere che costituiscono tale termine, si ha l’impressione che le uniche due vocali, con il loro suono, fissino uno stato di forte stabilità dell’incerto, che la labiale “f” rappresenti un sospiro scoraggiato già in partenza, che trova una conclusione tragica e amara nella liquida “r”, che nella lingua francese risulta essere al contempo moscia e terribilmente vibrante: un aspetto nobilmente paradossale in grado di alludere al puntiglioso logoramento dell’anima dell’individuo messo in atto dalle fiamme infernali.

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Paul (François Cluzet) e Nelly (Emmanuelle Béart) ne “L’inferno” di Claude Chabrol

L’inferno si basa sulla tremenda storia d’amore tra Paul (François Cluzet) e Nelly (Emmanuelle Beart), e sulle varie vicende che prendono vita intorno a essa, accentuando sempre di più la suspense. Ipotesi di tradimento, manie di persecuzione, fatale bellezza, perdita del controllo, assenza della ragione, isteria, sofferenza e rabbia rappresentano i punti cardine dell’opera.

Inoltre la scelta di girare il film in un tipico ambiente provinciale non è affatto casuale, poiché Chabrol stesso affermò:

«Alcune storie devono preferibilmente essere ambientate in provincia, dove puoi sempre trovare, se muovi una pietra, un nido di vipere nascoste».

(Claude Chabrol)

In tale pellicola il regista affronta il concetto dell’eros in quanto tale, ovvero l’amore nel suo stato primordiale, quindi un’essenza potentemente grandiosa, caotica e infernale capace di tramortire qualsiasi cosa le si ponga dinanzi.

L’incredibile potenza di questa essenza, intesa in modo universale, viene spesso correlata al bene, dal momento che ha la possibilità di esprimersi senza alcun vincolo. Però, nel momento in cui penetrata nel mondo sensibile, entrando così a contatto con la ridicola logica prettamente conformistica della società, con le sue bizzarre e grottesche limitazioni e con la natura eternamente malvagia dell’uomo, è come se la sua essenza venisse corrotta.

Le principali conseguenze di tale corruzione sono senza dubbio la perdita delle sue qualità benefiche e l’affermazione totale della sua essenza, pur sempre accecante e luminosa, letale e scellerata. Pertanto l’individuo che viene scelto come preda dall’amore, sebbene inizialmente abbia l’impressione che esso possa portare alla felicità, alla completezza, all’idillio, o a un semplice distacco dalla meccanicità e dal pragmatismo della società, in realtà è soggetto alla quasi totale estraniazione dal raziocinio, non è più capace di percepire la vita se non in maniera sinistra e tragica.

Paul (François Cluzet) ne “L’inferno” di Claude Chabrol

È proprio questo ciò che accade a Paul che, a causa della ventata funesta e destabilizzante dell’amore, non solo si trova a essere stravolto da essa, ma da una totale irrazionalità e tremenda logica persecutoria che lo porteranno a inveire contro tutti, sia contro la moglie sia contro gli ipotetici amanti, distruggendo così quello che era riuscito a realizzare poco tempo prima.

L’animo di Paul è un continuo altalenare di stati d’animo, gli uni differenti dagli altri: vi sono momenti di lucidità, momenti di frustrazione condita con un po’ di freddezza, e infine momenti di totale perdita della ragione durante i quali si assiste alla presa di potere delle fisime di Paul che comportano la fusione della disturbata immaginazione del personaggio con la realtà effettiva, una fusione così contorta che gli impedisce di distinguere l’una dall’altra.

L’intento di Chabrol nella realizzazione de L’inferno non è affatto quello di scoprire se i tradimenti di Nelly fossero fatti reali o soltanto frutto dell’immaginazione del marito, ma di mettere in risalto in modo molto crudo la progressiva degenerazione della ormai perduta razionalità umana, per far comprendere allo spettatore che si tratta di un circolo vizioso che non ha e mai avrà fine. Non a caso il lungometraggio si conclude con la frase «sans fin».

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Paul (François Cluzet) ne “L’inferno” di Claude Chabrol

La concezione dell’amore in quanto fiamma sinistra che stravolge le menti o, addirittura, «terrorista del raziocinio» è da sempre presente nella produzione letteraria e filosofica di molti autori. Basti pensare a La donna giusta dell’ungherese Sandor Màrai (1900-1989), dove l’amore viene allontanato dalla tipica visione positiva e gratificante, e descritto come una passione devastante a cui l’individuo fa ricorso nel momento in cui si trova a non voler più nulla per sé, a non voler più essere sano, tranquillo, appagato, ma voler soltanto “essere”, anche al costo di perire.

Ed è qui che l’individuo si sente travolto dall’estenuante desiderio di conoscere e di sperimentare l’incontenibile e atroce potenza dell’amore.

«Molti non conosceranno mai questo sentimento…Sono i prudenti: non li invidio».


(Sandor Màrai, La donna giusta)

Un altro esempio, sempre in campo letterario, è certamente l’italiano Giuseppe Berto (1914-1978) con Il male oscuro e Anonimo Veneziano. In entrambi i romanzi, dove il clima di sofferenza e malinconia è onnipresente, la visione dell’amore non può che essere pessimistica e drammatica. Più precisamente, l’amore è concepito come un bene del quale gli uomini non possono e non potranno mai godere pienamente, salvo qualche esigua radiazione emessa da esso,  perché troppo grande per questo mondo. Si denota, quindi, che l’uomo parta già sconfitto nella missione, consapevole o non consapevole, di sperimentare l’amore.

Enrico: « Il nostro matrimonio sarà anche andato male, ma credo che nessuno abbia mai fatto l’amore come noi. Nessuno».


Valeria: «Sarà anche per questo che è andato male. Le cose troppo grandi non sono di questo mondo».


Enrico: «Non di questo mondo».

(Giuseppe Berto, Anonimo Veneziano)

Un altro pensatore che si mosse in merito fu il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, vedendo l’amore, nelle vesti di eros, come un istinto distruttivo, un semplice bisogno fisiologico che ha come unico fine quello di procreare la specie umana, lo priva di ogni aspetto romantico e di ogni idealizzazione. Difatti, secondo Schopenhauer, l’uomo non è altro che lo zimbello della Natura perché questi, in seguito al momentaneo godimento che segue l’atto sessuale, non prova appagamento.

«L’eros è costituito da due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano, una terza infelicità che si prepara».

(Arthur Schopenhauer)

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