Le beau Serge – Il fascino provocatorio del sovversivo

Roberto Valente

Ottobre 26, 2021

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Ritenuto il primo film a inaugurare nel 1958 l’epopea della Nouvelle Vague, Le beau Serge vince nello stesso anno il premio alla regia durante il Festival di Locarno. Claude Chabrol, allora meno che trentenne, aveva già militato nella rivista dei Cahiers du cinéma al fianco di quelli che sarebbero stati successivamente gli altri grandi protagonisti del nuovo cinema francese del decennio successivo.

Risulta sempre arduo e allo stesso tempo interessante dare una forma definita al movimento cinematografico della Nouvelle Vague; questo perché nei vari suoi esponenti il mezzo cinema viene declinato a seconda delle differenti e peculiari caratteristiche autoriali dei registi. C’è tuttavia una fondamentale questione che riesce a fare di questo amalgama un insieme coeso ed efficace; ossia la viscerale sensazione che accompagna il lavoro di ogni differente regista. Questa sensazione è più precisamente data dall’impressione costante di trovarsi davanti a qualcosa di nuovo e personale. I frammenti e le sequenze di questi film vibrano di freschezza espressiva e tematica, di autobiografia e provocazione.

Francois e Serge in una sequenza del film

Le beau Serge narra la vicenda di François, alter ego del regista, che torna nel suo tranquillo piccolo paese di provincia per trascorrere un periodo di riposo. Qui si troverà faccia a faccia col suo passato e con l’immobilità sociale, comprensibile ancor di più da chi ha vissuto in città.

Ed ecco che il medico quasi svogliato e incapace occupa ancora il suo posto, così come tutti gli altri abitanti della città che a modo loro trascorrono la propria quotidianità. Tra segrete storie amorose, inganni, violenze e rimorsi François ritrova Serge, un suo amico di vecchia data.

Ricordato nelle proprie memorie come un ragazzo brillante e pieno di vita, quello che resta di Serge è solo il suo corpo nel mondo. Deluso e ferito dalla vita, egli passa le sue giornate a cercare di anestetizzarsi con l’alcol e a odiare tutto e tutti. Odia sua moglie, odia la sua vita per quello che è diventata, odia anche François dal quale si sente continuamente giudicato. Nulla può cambiare Serge, nulla può ridare luce al suo sguardo sempre spento e sempre assente. Nemmeno la religione, incarnata dalla figura del sacerdote di paese, appare più come una bussola morale.

François arriva nel paese conciato come un borghese di città, ben pettinato e sbarbato, vestito con cura e con i capi ben stirati. Passando attraverso gli sguardi dei cittadini, il protagonista cerca di redimere Serge e riportarlo sulla retta via. A tal proposito cerca di avvalersi dell’aiuto di Marie, una giovane ragazza che convive con un uomo sospettato da tutto il paese di non essere davvero suo padre. Egli è assieme a Serge l’altra figura in cerca di anestesia dal mondo e dal reale, passando le sue giornate a bere vino nella solita osteria.

Francois, Marie e Serge

Presto François e Marie svilupperanno il loro rapporto in frequentazione, attirando l’attenzione di Serge. Dal triangolo conseguente si svilupperà uno degli snodi principali del film. Serge col passare del tempo comincia a ricoprirsi di un’aura quasi critica e provocatoria verso la realtà che lo circonda. Egli è, nella sua violenza fisica e verbale, l’unico a cercare in qualche modo una sorta di autenticità.

Mentre il paese tesse le sue trame provinciali e ciniche, Serge rifiuta la realtà, ma allo stesso tempo sogna di cambiarla. Rifiuta se stesso, ma allo stesso tempo non fa nulla per cambiare. Questa figura decadente è ciò che rende questo film vicino al movimento della Nouvelle Vague. La sfiducia di Serge verso la società è quella di una generazione che nelle grandi ideologie del passato (come il cristianesimo) non vedono ormai alcun esempio.

In un mondo dove manca un orientamento, le parole di Serge sembrano dei deliri alcolici ricoperti da denuncia sociale. A questo punto diventa molto interessante notare come nel film la figura di François cominci col tempo quasi a imbruttirsi; una barba ispida spunta dal suo volto e la sua retorica si fa più spietata. Si sviluppa una sorta di confusione tra aiutante e colui che va aiutato, tra François e Serge. Il primo vede nell’altro più di un semplice ubriacone, vede nell’amico una verità inequivocabile e una spinta alla vita maggiore della sua.

le beau serge
Francois e il parroco durante un dialogo centrale nel film

Come François stesso dirà al parroco, quello che manca ai giovani è un nuovo giusto esempio, si propone di essere allora il nuovo Cristo che riuscirà a fornirne uno. La dialettica fondamentale nel film è quella tra parola e azione. Il film è molto parlato nella prima parte, parole che nella bocca di Serge sembrano al più deliri. Nella seconda, invece, l’azione si fa dominante fino a sfociare nello scontro fisico tra i corpi dei protagonisti.

In piena linea con quello che l’anno successivo sarà il trionfo internazionale di Truffaut con Les Quatre Cents Coups, anche in questa pellicola si avverte una tensione quasi romantica alla sovversione. Questa è espressa in maniera quasi più invisibile, celata dalla narrazione. Inoltre, nel film di Chabrol molto forte è la caratteristica biografica, dato che il film ricalca l’esperienza del regista.

Da giovane che si affacciava all’espressione artistica, Chabrol ha raccontato il suo ritorno in provincia e il suo scontro con un mondo popolare che stava venendo sempre più relegato alle sue sottotrame quotidiane e scandalose. Dal nuovo incontro con l’immobilismo sociale, nasce la spinta al mutamento dell’ordine.

Questo film ha avuto il merito di dare voce a un giovane autore che per primo si è fatto portavoce di una soluzione alternativa a un certo cinema sempre più vicino all’edulcorazione hollywoodiana, detestata dai Cahiers du cinéma. Ha offerto invece espressione a una nuova generazione pronta a far sentire la propria voce.

Lo squallore che caratterizza l’estetica delle ambientazione in Le beau Serge ricorda una terra desolata nel quale i corpi vagano tra un vecchio mondo che sta tramontando e nuove aspettative e speranze a cui cercare di dare una forma e uno scopo. Uno spunto recettivo e moderno arrivato alla vigilia del decennio della contestazione. Ciò fa di Le beau Serge una pietra miliare della storia del cinema d’autore.

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