Rainbow – l’amicizia come immolazione

Giuseppe Turchi

Dicembre 27, 2021

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Rainbow: Nisha Rokubō no Shichinin è un’opera seinen scritta da George Abe e illustrata da Masasumi Kakizaki. Trasposta in anime nel 2010 dallo studio Madhouse, la storia narra le vicende di sette ragazzi internati ingiustamente in un riformatorio giapponese durante il periodo post-bellico.

In Rainbow violenza e sentimenti profondi si alternano in un gioco sapientemente gestito per esprimere il concetto di amicizia come partecipazione e immolazione.

Nell’opera non ci sono superpoteri né mondi fantastici. Il realismo, seppure contaminato da qualche iperbole tipicamente nipponica, la fa da padrone. Una magia però, viene comunque intessuta nel fortissimo rapporto che i protagonisti stringono nonostante gli abusi subiti e il disagio esistenziale. Attraverso il suo racconto, Abe denuncia direttamente l’autoritarismo che rovinò intere generazioni di giovani e, indirettamente, l’egoismo imperante nelle relazioni odierne.

Un’opera dualistica

Rainbow è volutamente impostato sulla dualità, sia a livello di struttura che di tematiche.

Nel primo arco narrativo si racconta la formazione del gruppo dei ragazzi della cella 6 con a capo Sakuragi Rokurouta, un aspirante pugile che lotta per sopravvivere alle angherie della guardia Ishihara e del medico pedofilo Sasaki.

Rokurouta è un personaggio ombroso e stoico che ricopre sia il ruolo dell’eroe che quello del mentore. Eroe perché si batte per l’incolumità dei suoi compagni di cella; mentore perché infonde in loro il senso del gruppo e dell’empatia. Rokurouta è l’amico che tutti vorrebbero avere: duro quando gli animi si scaldano troppo, comprensivo di fronte al dolore. Vederlo subire continue vessazioni da parte dei sadici antagonisti non può che infuriare lo spettatore, il quale viene coinvolto in un crescendo di drammaticità che lo tiene incollato allo schermo.

A metà serie circa, i ragazzi riescono a evadere dal riformatorio grazie a un intenso lavoro di gruppo, ma la follia di Ishihara e le macchinazioni di Sasaki portano alla morte di Rokurouta.

Questo evento segna l’inizio del secondo arco narrativo dove i ragazzi sopravvissuti devono cercare di rifarsi una vita senza il loro carismatico leader. C’è un conto in sospeso con Ishihara e Sasaki, ma ci sono anche i sogni personali che faticano a realizzarsi. Durante la ricostruzione post-bellica, il Giappone non è pronto per accogliere le aspirazioni di sei giovani dalla fedina penale sporca. Inoltre quasi nessuno di loro ha una famiglia.

Rainbow
Dopo essere stato pugnalato a tradimento da Ishihara, Rokurouta Sakuragi viene colpito a morte dai poliziotti aizzati da Sasaki.

L’amicizia nata in riformatorio e lo spirito di Rokurouta (chiamato an-chan, fratellone) sono gli unici legami su cui i ragazzi possono contare per superare le difficoltà della vita quotidiana. In questo secondo arco, assistiamo a una serie di episodi di profondo spessore in cui ogni ragazzo è chiamato ad affrontare i propri demoni.

Tra violenza e sacrificio

Uno dei principali meriti di Rainbow sta nell’aver impostato la storia sull’antinomia violenza-non violenza. Rokurouta e i suoi amici devono spesso ricorrere alle mani per sistemare le faccende. Le parole non bastano quando l’altro non è disposto a dialogare; quando l’altro attenta alla tua stessa esistenza. Certi contesti sembrano legittimare il diritto a farsi giustizia da sé, soprattutto quando il mondo degli adulti riserva immani crudeltà alle nuove generazioni.

Il medico Sasaki è un viscido pervertito che non perde occasione per abusare dei carcerati che più gli piacciono. In questo è aiutato da Ishihara che gli fornisce le vittime in cambio di denaro. Entrambi non sopportano che Rokurouta non li tema e per questo si accaniscono contro di lui. Prima con le botte, poi mettendolo a digiuno sotto l’acqua corrente, infine rinchiudendolo in cella durante un incendio.

Sadismo e perversione vengono rappresentati nella loro essenza con scene al limite, che lasciano all’immaginazione solo gli aspetti più espliciti e volgari.

Rainbow
I ragazzi della cella 6 incastrano Sasaki sfruttando le sue perversioni.

Lo spettatore vive sulla propria pelle la repulsione, la rabbia omicida, il bisogno di ribellione da un sistema dove gli adulti sono tutto tranne che un porto sicuro. Perché per quanto il riformatorio sia un inferno, il mondo esterno non offre grande sicurezza, come dimostrano le storie dei compagni di Rokurouta.

Mario è stato incarcerato per aver picchiato a morte un insegnante che ha violentato una sua compagna di classe. Joe per aver fatto altrettanto con un uomo che aveva cercato di abusare di lui. Come se non bastasse, la direttrice dell’orfanotrofio dove sono cresciuti Joe e la sorellina Meg è essa stessa una pedofila, che non esita a vendere la ragazzina al miglior offerente.

Eppure è proprio nel grande vuoto lasciato dagli adulti che le virtù dei ragazzi riescono a fiorire.

Quando è in gioco l’incolumità di un amico, i protagonisti non esitano a subire violenze per proteggerlo. Essi resistono al dolore, alla fame, alle ingiurie pur di non peggiorare le condizioni dei compagni. Ogni stilla di sangue versata incorpora un atto di estremo altruismo che brucia di vita vera. Rokurouta arriva addirittura a distruggere la prova scritta dei reati di Ishihara e Sasaki, nella speranza che questi lascino in pace il gruppo. In tutti gli episodi, si passa dalla gestione violenta del conflitto alla resistenza passiva. Solo i più coraggiosi e risoluti possono scegliere questa via.

Solo chi è disposto al sacrificio per un bene superiore può sopportare i lividi, le ferite, l’idea di morire.

Nel secondo arco narrativo diventa centrale il tema della partecipazione. Mario assume il ruolo di erede spirituale di Rokurouta e leader non ufficiale del gruppo. Nessuno dei ragazzi della cella 6 resta solo. Il problema di uno è il problema di tutti e ognuno può contribuire alla risoluzione con le proprie qualità, siano esse l’ingegno, l’intraprendenza, l’abilità nel crearsi reti di relazioni.

Rainbow configura l’amicizia nell’ottica del dono, mettendosi in netta contrapposizione con le relazioni liquide dell’età contemporanea.

Ciò che lega i ragazzi è un’amicizia di virtù, direbbe Aristotele, un rapporto incentrato sul valore anziché sull’utile e il divertimento, ma è anche amore nell’ottica del donare sé stessi, direbbe Erich Fromm. Amore come sentimento che punta soltanto alla gioia di vedere l’altro fiorire. Solo così un rapporto umano può essere edificante.

Grazie ai suoi amici, per esempio, Joe riesce a ritrovare la sorella e a coltivare il sogno di diventare un cantante. Ed è sempre grazie agli amici che Bronzo, l’intellettuale, riesce a superare la sbandata per una prostituta. Quando Mario verrà messo nuovamente sotto processo per i crimini passati, saranno i suoi compagni a trovare i testimoni per scagionarlo. L’impegno, le risorse e la creatività vengono messi a disposizione della persona in difficoltà. L’amicizia in Rainbow è un sentimento realmente profondo.

Noboru Maeda e l’esserci sempre

Se Rokurouta è il protagonista del primo arco e Mario diventa leader nel secondo, non meno importante è la figura di Noboru Maeda detto Mandibola (il soprannome originale è in realtà suppon, cioè Tartaruga, N.d.R.). Mandibola è il più giovane dei sette ragazzi e quello meno prestante fisicamente. Ha perso tutta la sua famiglia in un’esplosione atomica. Per quanto non voglia darlo a vedere, soffre tremendamente la solitudine e si sente in difetto rispetto agli altri, motivo per cui si comporta spesso in modo infantile e chiassoso.

Rainbow
Noboru è deluso da Bronzo che, invaghito di una prostituta, si è fatto presentare del denaro con l’inganno.

In realtà, sotto l’apparenza, Noboru cova un animo generoso. È il primo a inventarsi un piano per distrarre le guardie del riformatorio e permettere così a Joe di evadere. Una volta scontata la pena, si dedica prima al contrabbando di sigarette americane, poi all’attività di prestasoldi, riuscendo a racimolare una discreta somma. Questo gli permette di regalare soldi agli amici in caso di bisogno.

Noboru non esita un secondo: i ragazzi della cella 6 sono la sua nuova famiglia e lui è pronto a tutto pur di dargli supporto. Lo dimostra il fatto che, pur essendo quello più stabile economicamente, vive in un minuscolo appartamento. Noboru non è avido, non si concede lussi, non chiede aiuto a nessuno. Si rende persino disponibile a investire tutto quello che ha nell’attività di un’amica pur di evitarle una vita da prostituta per gli americani.

Attraverso questo personaggio brillante e minuto, Rainbow racconta cosa significhi esserci sempre.

Noboru è così proiettato sugli altri da trascurare persino se stesso. Parla poco di quello che lo tormenta e dei problemi di salute che a un certo punto lo affliggono. È un altro esempio dell’amicizia come immolazione.

Rainbow: un’opera matura

Sebbene l’anime adatti solo i primi dieci volumi del manga, Rainbow resta una delle migliori opere in circolazione. Matura, fedele alla terra, disegnata in modo magistrale, è sia condanna sociale che educazione emotiva. L’autoritarismo del Giappone post-bellico rendeva difficile trovare figure adulte di riferimento e la povertà mandava i ragazzi allo sbando. Veder crescere un’amicizia tanto intensa in un contesto così aspro e avaro di opportunità, fa riflettere su quello che accade ai giorni nostri.

Il benessere materiale che l’Occidente garantisce a (quasi) tutti i suoi abitanti ha come contraltare un atomismo sociale che spinge a perseguire l’utile personale. Nella società liquida denunciata da Bauman sono le amicizie di piacere e d’interesse quelle più stimolate, perché quelle incentrate sulla virtù richiedono un coinvolgimento profondo, impegno e, come ci insegna Rainbow, sacrificio. Ecco allora il senso di solitudine dilagante, l’urgente bisogno di ascolto empatico, la mancanza di prospettive.

I ragazzi della cella 6 pronti per affrontare le sfide della vita

I ragazzi della cella 6, pur nella ristrettezza delle loro condizioni, sono riusciti a conquistarsi uno spazio dove essere accolti e motivati. Come cantano i Coldrain nella bellissima opening:

«When things go bad,
When things go wrong,
When on the verge of letting go,
There’s something
that I really want you to know,
You’re not alone,
You’re not alone anymore
».

(Coldrain, We’re not alone).

Leggi anche: La Sirenetta – Ariel e il senso del sacrifici

Autore

  • Giuseppe Turchi

    Laureato in Filosofia all'Università di Parma, sono stato cultore della materia e attualmente insegno alle scuole superiori. Appassionato di neuroetica e psicologia, ho pubblicato due racconti morali e scrivo saggi divulgativi. Mi batto con le unghie e con i denti per una riforma scolastica incentrata sull'educazione affettiva, digitale e al pensiero critico. Dragon Ball è stato il mio maestro di vita, anche se poi ho dedicato il mio cuore a Neon Genesis Evangelion e Attack on Titans. L'Inter è la mia croce e la mia delizia.

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