Amour – Un amore tra due anime

Eleonora Artesi

Gennaio 6, 2022

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Amour, classe 2012, è un film di Michael Haneke che ruota intorno alle vicende quotidiane di Georges e Anne – interpretati da due mostri del cinema francese (Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva ) – sconvolte dalla comparsa dell’ictus nella donna e contraddistinte dal rapporto, apparentemente conflittuale, tra Eros e Thanatos.

L’insorgere della malattia fa comprendere fin da subito le diverse reazioni dei personaggi dovute, naturalmente, ai loro altrettanto differenti modi di rapportarsi con la vita.

Se, da un lato, gran parte dei personaggi, come la figlia, l’allievo, i condomini, reagiscono più o meno allo stesso modo, ovvero in preda a una ventata di tragicità e di drammaticità scombussolante e irrazionale, dall’altro vi sono i due protagonisti che affrontano tale spiacevole situazione con razionalità, freddezza e tranquillità stoica, perché concepiscono la malattia come una disavventura momentanea.

L’insolito comportamento degli anziani, se superficialmente potrebbe essere collegato a una sorta di menefreghismo verso la vita sorto con la vecchiaia, in realtà è da ricondursi al fatto che considerino la vita nella sua essenza spirituale, non in quella corporea.

Amour
Anne (Emmanuelle Riva) e Georges (Jean-Louis Trintignant) in “Amour”

La consapevolezza degli individui della reale natura della loro essenza viene acquisita grazie alla sperimentazione dell’amore. Infatti, come si può dedurre dallo stesso titolo della pellicola, Amour, il tema principale o, più precisamente, il primo motore immobile di tutto, è proprio l’amore.

L’idea di amore rappresentata rimanda non a un banale sentimento (per quanto uno di essi possa mai esserlo), ma a un’entità estremamente potente, profonda e superiore a ogni cosa, in grado di rendere l’individuo, attraverso un processo catartico, sempre più consapevole della sua natura spirituale.

A dimostrazione di tale teoria vi è un excursus sull’adolescenza di Georges in merito alla visione di un film inerente a una storia sdolcinata tra un nobile e una ragazza che, non potendosi sposare, rinunciano l’una all’altro con grande nobiltà d’animo.

Amour
Anne e Georges durante il pranzo si immergono nei ricordi

A risultare banale potrebbe essere la trama, ma non di certo ciò che quella storia d’amore ha scaturito nell’animo di Georges. Si è trattato, infatti, di una purificazione dell’animo talmente grandiosa da sconvolgerlo tramite il solo ricordo delle emozioni provate, per la prima volta, nella sala del cinema.

Georges: «Mi ricordo che quando sono uscito ero completamente sconvolto e ci ho messo un po’ a calmarmi. Non mi ricordo bene nemmeno il film, ma mi ricordo le emozioni…mi portavano al pianto. Mi vergognavo di piangere, ma, mentre raccontavo, le emozioni e anche le lacrime tornavano forse anche più intense che durante il film. Non riuscivo a smettere».

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Anne e Georges ballano insieme in “Amour”

Una purificazione, però, così tanto sconvolgente da andare a intaccare le astruse e ridicole logiche imposte dalla società odierna, rivoluzionando, così, il precedente modus operandi della mente dell’individuo e permettendo l’innalzamento spirituale.

È bene sottolineare che tale procedimento catartico e iniziatico ha potuto verificarsi solo perché Georges era già un individuo predisposto alla cosiddetta possessione divina di Eros, contrariamente al ragazzotto più grande e più aggressivo che, proprio a causa della sua radicalizzata ignoranza, non solo non potrà mai sperimentare il processo d’innalzamento spirituale, ma potrà soltanto ridere di questa potente forza denigrandola perché “simbolo di mollezza”.

Georges: «Avendomi chiesto che cosa avessi visto al cinema, ho iniziato a raccontare la storia anche a lui, sebbene mi mettesse in soggezione. Mentre raccontavo l’emozione tornava. Non potevo piangere davanti a lui, ma era impossibile. Ero lì, in lacrime, in cortile e gli ho raccontato la storia fino alla fine».

Anne: «E allora? Come ha reagito?».

Georges: «Non ne ho idea. Di sicuro ha riso di me».

Anne e Georges di ritorno dal concerto

Bisogna anche tenere in considerazione che l’amour, seppur tremendamente potente, è alquanto indefinibile.

A causa di tale indefinibilità c’è il rischio che l’individuo, per gran parte costituito dal corpo e che vive in una realtà prettamente materiale e involontariamente in vista della corporeità, possa arrivare a considerare la consapevolezza ottenuta come un qualcosa di irreale, momentaneo ed effimero, come una manifestazione frutto del proprio subconscio.

La possibilità che questo rischio si possa verificare viene a mancare nel momento in cui subentra un appiglio solido che, in qualche modo, funge da mediatore tra le due realtà, rappresentate dall’individuo e dalla sua reale natura.

Nel caso di Georges e Anne, questo ipotetico appiglio solido è rappresentato dalla musica. Entrambi, infatti, sono stati degli eccellenti insegnanti di musica che vivono con e soprattutto per la musica, la cosiddetta arte delle Muse. La musica, infatti, disponendo di vibrazioni terribilmente sacrali e simili a quelle dell’anima, permette all’individuo, tramite la sublimazione, non solo l’avvicinamento all’anima stessa, ma anche al divino.

Anne illesa dall’ictus nell’immaginazione di Georges

A entrare in gioco nelle dinamiche del lungometraggio al fianco dell’amore è Thanatos, la morte. Eros e Thanatos vennero teorizzate dallo psicanalista Sigmund Freud nel saggio Al di là del principio del piacere come due pulsioni interiori all’uomo e incredibilmente complementari poiché, l’una dà origine a organizzazioni armoniose sempre più complesse, l’altra, invece, ostacola perennemente il tentativo e l’operato della sua rivale, cercando di riportare il vivente a una forma di esistenza inorganica. Proprio tale complementarietà è assolutamente necessaria all’esistenza dell’uomo.

«La vita è continuamente, costantemente e contemporaneamente, coesistenza di contrazione ed espansione. Eros e Thanatos, perciò, sono due processi ambedue necessari al vivere».

(Wilhem Reich)

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Anne e Georges che incarnano il conflitto apparente tra eros e thanatos

Per quanto il loro rapporto in apparenza possa sembrare conflittuale, in realtà, all’interno della pellicola, queste due pulsioni vengono intese nella loro unione e nella loro collaborazione, in virtù della scissione tra pneuma e corpo e, pertanto, del benessere dell’anima.

L’apice di tale collaborazione, in Amour, si raggiunge con l’uccisione di Anne da parte di Georges.

L’atto in questione, infatti, non rappresenta altro che la liberazione dell’anima dalla sua prigione, ormai soggetta a un’ipertrofica putrefazione. Un aspetto senza dubbio particolare e, a tratti paradossale, è rappresentato dal fatto che la morte di Anne sia avvenuta per soffocamento, ovvero, per oppressione dell’alter ego fittizio del vero soffio vitale.

Tale parallelismo, pertanto, è come se suggellasse in modo ancora più altisonante la distruzione della trappola putrescente e la rinascita dell’anima in una totale purezza e sacralità.

Qualche attimo prima della liberazione di Anne, tra i mille borbottii, lamentele e versi, ciò che colpisce immediatamente è il ripetitivo e tagliente «Mal, Mal, Mal, Mal, Mal», quasi stesse a simboleggiare non solo la consapevolezza dell’incongruenza tra pneuma e corpo, ma anche e soprattutto la richiesta della liberazione dalla dolorosa trappola.

Amour
Anne, essendo morta, non è più vittima della scissione pneuma-corpo

La scissione tra pneuma e corpo ha da sempre divorato l’individuo pensante. Basti pensare al filosofo greco Platone che, oltre a ritenere l’anima la parte superiore dell’individuo in quanto immortale, mentre il corpo quella inferiore in quanto mortale, era fermamente convinto che il corpo fosse la sorgente d’illusione e d’orrore, quindi, la tomba dell’anima.

Lo stesso Platone, per dimostrare la veridicità della sua teoria, sottolineava continuamente la somiglianza fonica tra i sostantivi greci σῶμα (=soma) e σῆμα (=sema) che indicano, rispettivamente, il corpo e la tomba.

Ma la massima espressione di questa scissione si evince all’interno di Di sera, un geranio, una novella dello scrittore italiano Luigi Pirandello. In questa novella si evince che lo pneuma, dopo il disorientamento percettivo sperimentato all’interno della stanza in seguito alla sopraelevazione dal corpo, prende coscienza di questa crudele incongruenza, non riconoscendosi affatto nel corpo dell’individuo che, fino a poco tempo prima, lo aveva ospitato o, per meglio dire, imprigionato.

«Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell’immagine come la cosa più sua. Lui non era quel suo corpo; c’era anzi così poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s’agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza più vedere se stesso».

(Luigi Pirandello, Di sera, un geranio)

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