C’era una volta la favola che iniziava con «c’era una volta» e che si concludeva con «e vissero tutti felici e contenti». In mezzo il percorso era fatto di mancanze, aiutanti, oppositori e prove qualificanti. Con l’avanzare del tempo, il fulcro della favola ha iniziato a essere rivisto e stravolto, così come i suoi estremi. Il principio è stato eliso o spostato dal suo naturale posto; la conclusione si è fatta spesso oscura, assente, talvolta sospesa. Quest’ultimo è il campo in cui Damien Chazelle si trova assolutamente a suo agio.
Nonostante i pochi film, l’autore di Providence ha fatto in modo che la sua firma fosse riconoscibile e che il suo cinema trovasse immediatamente una dimensione precisa.

Chazelle è un autore di favole, non per forza pensate come mere belle storie, ma piuttosto intese come momenti nei quali la nostra realtà, così riduttiva e identica a se stessa, lascia il passo a una reinterpretazione alternativa. Il distacco con la realtà è tutt’altro che netto, anzi c’è una costante interazione tra il sogno e la nostra dimensione quotidiana.
Basti pensare all’improvviso incidente del protagonista di Whiplash, ma anche al telefono di Mia che squilla interrompendo bruscamente il più famoso numero di La La Land. Oppure pensiamo all’allunaggio di First Man, con immagini mozzafiato del suolo lunare intervallate dalla tensione infernale interna all’Apollo 11.
Nei tre film che lo hanno lanciato al grande pubblico, Chazelle scavalca i meccanismi dell’ordinario senza avvalersi della fantascienza. Egli utilizza i colori sgargianti, le musiche eroiche, azioni e imprese che non somigliano alla quotidianità, ma in qualche modo la riguardano.
Il genere cinematografico che l’autore propone non è nuovo. Conosciamo già alcuni mostri sacri del genere come Steven Spielberg o Robert Zemeckis.
È sul modo che Chazelle utilizza per raccontarci le sue favole che vale la pena soffermarsi, analizzando alcuni elementi di quella che ha tutti i motivi di essere chiamata trilogia.

Fletcher: «Non esistono in qualsiasi lingua del mondo due parole più pericolose di “bel lavoro”!».
Whiplash (2014) è una storia sulla passione che diventa ossessione. Mostra un rapporto allievo-maestro più militaresco che didattico e contiene un prezioso rovesciamento dei principi che hanno guidato alcuni film simili e precedenti: non è il maestro a cambiare rotta imparando dall’allievo, bensì è l’allievo a diventare folle come il suo maestro.
L’unico obiettivo di Andrew è diventare un batterista jazz di livello assoluto. Per questo si ridurrà a seguire la strada indicatagli dal suo maestro Fletcher, che porta all’inevitabile perdita di umanità, empatia e sensibilità. Whiplash è una favola amara cadenzata da splendido jazz e luci calde, un travestimento che rende la vicenda del film molto meno arida di quanto lo sia in realtà.
Mia: «Tu hai una passione incredibile e la gente adora le persone che hanno una passione perché gli ricorda quello che hanno dimenticato».
La La Land (2016) è una vicenda sul complicato rapporto tra la passione e l’ossessione. In questo caso, però, per passione non intendiamo solo quella verso ciò che si vuole diventare nella vita, ma anche e soprattutto la passione amorosa.
La storia di Sebastian e Mia è ormai nota. I due sono una coppia perfetta e ben assortita, se non fosse per l’enormità dei rispettivi sogni nel cassetto: lei vuole diventare una star mondiale del cinema, lui un grande jazzista con un locale tutto suo. Di fatto, il loro amore si basa proprio sulla voglia ferrea di realizzare questi obiettivi. La rottura tra i due sarà, allora, la più romantica delle scelte possibili, proprio perché indirizzata alla realizzazione di quel grande sogno su cui il loro rapporto si è sostenuto.
La La Land è una favola agrodolce. È come un sogno fatto con mezzo occhio aperto: nella vivacità delle sue scene e tra le righe dei suoi brani si celano i dubbi, i sacrifici e le paure dei giovani del nostro tempo.
Neil: «Noi dobbiamo fallire. Dobbiamo fallire quaggiù per non fallire lassù».
First Man (2018) è un film sull’ossessione guidata dalla sapienza della passione. In questo caso, si tratta di una storia vera, ma ciò non lo porta a discostarsi dalle altre due opere. Il film tratta della storia vera di Neil Armstrong, delle sofferenze e dei sacrifici che lo hanno portato a essere il primo uomo a calpestare il suolo lunare. Nonostante alcune missioni quasi letali e i tentativi fallimentari dei predecessori, Armstrong ha inquadrato il suo obiettivo e lo ha raggiunto.
Ci aspetteremmo un protagonista tutto d’un pezzo per una vicenda simile. Invece Armstrong vive la sua emotività in modo intimo e taciturno, anche di fronte alla dolorosissima morte della figlia. La determinazione verso il suo lavoro e lo splendido rapporto con la moglie Janet rimetteranno Neil al mondo, portandolo poi sulla Luna.
First Man è una favola faticosa, ma lieta nella sua realizzazione. È un’opera in cui si conciliano lo Spazio e gli spazi umani, grazie a una fine dialettica tra interno ed esterno in cui la favola dell’universo è intervallata dagli spazi claustrofobici dei velivoli.

Passione, ossessione, sacrifici, scelte, il jazz. Il solo atto di ripercorrere i tre film di Chazelle fa emergere più punti in comune di quanto non si creda. Eppure l’anima della sua trilogia si manifesta soprattutto nei tre finali.
Dopo essersi finalmente incontrati artisticamente fuori dalla scuola, nella foga di un concerto, Fletcher e Andrew si scambiano uno sguardo di intesa, che forse segnerà l’inizio di una collaborazione e una nuova vita di soddisfazioni per il batterista. Sull’apice della loro emozione si chiude Whiplash.
Lo stesso sguardo che Sebastian e Mia rivolgono l’un l’altro a cinque anni dalla loro rottura, dopo la quale i due sono riusciti a realizzare i propri sogni, ovvero la recitazione e il jazz. Dopo una vera e propria ode al “come sarebbe stato se…”, i due si guardano e si sorridono prima che La La Land si concluda.
Si guardano anche Neil e Janet, dopo che Armstrong ha compiuto il più incredibile dei viaggi: andata e ritorno dalla Luna. Un vetro, quello della quarantena precauzionale, separa i due, che non fanno altro che osservarsi e poggiare le mani sulla sottile lastra, come per toccarsi. È il compimento di un impresa enorme a coronamento di una crescita individuale forse ancor più grande. Gli ultimi romantici secondi di First Man si svolgono in questo contesto spazio-temporale sospeso.

Lo sguardo che i due protagonisti si scambiano nella chiusura, il cosiddetto “Chazelle gaze“, rappresenta l’anima pulsante della trilogia del regista.
Non solo perché le scene sono immediatamente accostabili sia visivamente che concettualmente, ma anche perché siamo di fronte a una scelta identica che in sé riesce a racchiudere le differenze tra le tre favole realistiche dell’autore.
Istintivamente saremmo portati a pensarli come tre finali aperti, ma invero solo quello di Whiplash lo è, poiché non ci è dato sapere come andrà a finire il rapporto tra Andrew e il suo ex maestro. Le vicende di La La Land e First Man arrivano a compimento, anche se in modo diametralmente opposto. Mia e Sebastian raggiungono i propri sogni anche grazie alla loro separazione, mentre Janet e Neil fanno della propria unione il seme di una clamorosa impresa.
Quella di Chazelle è una trilogia che tratta frontalmente tre diverse sfaccettature della favola.
Una relazione da sogno che si spezza, contraddittoria come la città di Los Angeles. La meraviglia di un’impresa nello Spazio, ispirata all’impresa intima del suo artefice. Le difficoltà di un rapporto che si basa su sofferenza e ossessione, sospeso come la scrittura di un brano jazz.

Nelle assonanze degli sguardi, delle musiche e delle atmosfere si annida la varietà delle scelte che chiunque intraprende, ognuna delle quali può determinare irreversibilmente il futuro.
La favola di Chazelle è realistica perché si tiene volutamente a cavallo tra la favola e la realtà stessa, sussurrandoci l’insostituibile valore della possibilità.
Quella di La La Land, ormai impossibile perché sacrificata in virtù di un sogno professionale.
Quella di First Man, realizzata nello Spazio aperto dopo aver conosciuto profondamente il proprio spazio interno.
E infine quella di Whiplash, sospesa nei forse, folle, roboante, che non vuole dirci se i suoi protagonisti vivranno felici e contenti.




