La voce di C’mon C’mon

Giulia Pilon

Aprile 13, 2022

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C’mon C’mon è un film penetrante. Durante la visione si ha come l’impressione di entrare in un posto caldo e accogliente che non si vuole lasciare più. Una pellicola intimista in grado di scandagliare l’animo umano e mostrarne l’intero spettro, così ampio, così complesso. Nella sua linearità narrativa riesce a cogliere il particolare e il dettaglio con semplicità, riuscendo nell’intento di caratterizzare al meglio i personaggi.

C’mon C’mon è un film sulla comunicazione, sui legami relazionali, sull’educazione sentimentale, sul dare una voce.

Il perno attorno cui ruota l’intero film è una famiglia e una ritrovata affinità.

Viv è una madre alle prese con il figlio di nove anni Jesse, mentre Johnny, il suo fratello maggiore, viaggia per gli Stati Uniti per conto del suo programma radiofonico, intervistando i bambini sulle loro idee per il futuro. I tre non si vedono da un po’, lo si nota dall’imbarazzo al telefono, dal loro tono di voce, dalle loro movenze così intimidite. Tuttavia, qualcosa sta per cambiare.

Jesse ha bisogno di qualcuno che badi a lui mentre Viv è impegnata altrove, e Johnny si sente solo. Così, in uno slancio che ha il sapore di una redenzione personale, Johnny vola a Los Angeles, catapultandosi in una nuova realtà familiare, al momento ancora sconosciuta.

La lenta costruzione dei personaggi di C’mon C’mon

C’mon C’mon gioca astutamente coi piani temporali, costruendo i personaggi piano piano, mostrando gradualmente tratti che pensavamo nascosti o addirittura inesistenti. Lo spettatore avverte il peso di un passato pulsante che viene rivelato lentamente, insieme al presente, in una miscela patemica di ricordi e nuove sensazioni. Johnny erige, ex novo, un rapporto con il nipote Jesse, mentre ricuce il legame dissolto con Viv, decostruendo quello già esistente.

La loro relazione è fatta di momenti, di sguardi, di quotidianità. Johnny non solo accoglie Jesse nella sua vita, ma in qualche modo abbraccia la sua presenza facendole spazio nella sua esistenza. Così facendo è come se anche Viv si (re)introducesse delicatamente nella routine giornaliera del fratello.

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Jesse (Woody Norman) in un frame del film

Jesse

Narrativamente, Jesse assurge ad anello di congiunzione tra i due. Come spesso accade, infatti, sono i bambini a prendersi cura degli adulti, a sbloccare qualche meccanismo mentale attorcigliato in se stesso. La figura di Jesse pertanto funge da chiave di volta della famiglia in questione, un elemento fondamentale. In qualche modo è proprio Jesse a liberare Johnny da se stesso, ad appianarlo.

Nelle prime scene lo si vede registrare il resoconto della giornata di interviste, solo, pensieroso, in una stanza d’albergo disordinata, sporca. Parla di futuro, di aspettative, possibilità, e istanze, di nuove vite e nuovi pensieri. Questo probabilmente si eleva a spinta propulsiva per guardare dentro di sé e trovarvi una sorta di vuoto, qualcosa di irrisolto. «Non so proprio come gestirmi, me ne sto qui, in questa stanza d’hotel deprimente e penso a mamma… per questo ti ho chiamato», dice Johnny a Viv.

Johnny: «Detroit era il futuro. Siamo venuti a Detroit per parlare ai giovani, ai bambini, per chiedere loro come si immaginino la loro vita in futuro, come questa sta cambiando, da cosa si sentono ispirati, stimolati, com’è la loro vita ora…».

Il legame che va irrobustendosi viaggia dunque in tre direzioni, recuperandone uno e creandone un altro da zero. L’avvicinamento sempre più ponderante tra Johnny e Jesse è però fondamentale per una riapertura tra Viv e Johnny. Il loro è un rapporto puro, incontaminato, sincero, limpido. Attraverso Jesse, Johnny si completa, mentre Jesse identifica in Johnny una figura paterna, da tempo assente nella sua vita.

Padri e figli, zii e nipoti in C’mon C’mon

Indubbiamente, la relazione tra i due scorre parallela a quella tra Travis e Hunter in Paris, Texas (Wim Wenders, 1984). In entrambi i casi il viaggio diventa terreno fertile per la coltivazione di sentimenti e per un’educazione sentimentale. Con e grazie al viaggio, così come Hunter si affeziona a Travis (e viceversa), Johnny e Jesse imparano a conoscersi, a donarsi l’uno all’altro reciprocamente. La comunicazione tra i due passa attraverso sguardi d’intesa e la costruzione di piccole abitudini, piccoli gesti intrisi d’amore.  

Travis e Hunter in un frame di Paris, Texas

In questo modo appare emblematica una delle sequenze finali. Quando Viv comunica ai due che può tornare a casa, Jesse, sopraffatto, si allontana, vuole implodere. Ma Johnny ha imparato a conoscerlo, dimostra di averlo compreso, lo spinge a esplodere, perché «arrabbiarsi, certe volte, è okay».
La scena ha lo stesso sapore della redenzione di Ryota nei confronti del figlio Keita in Father and Son (Hirokazu Kore’eda, 2013). In entrambi i casi si tratta dell’attuazione di un avvicinamento, una dimostrazione del profondo legame che si è instaurato. Un figlio e un padre da una parte, un nipote e uno zio dall’altra.

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Ryota (Masaharo Fukuyama) e Keita (Keita Ninomiya) in un frame di Father and Son
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Jesse e Johnny in una delle ultime sequenze del film

Jesse: «Johnny, Johnny… Johnny è un po’ strano. Ma è divertente, mi fa ridere. È divertente quando combatte, potrebbe essere il mio migliore amico, perché ha soltanto due amici, non so…».

C’mon C’mon è un film che rassomiglia a un indie movie, ma è decisamente qualcosa di più. La mescolanza di generi, tra documentario e finzione, ne è la prova. Mike Mills riprende lo stile composito di I’m Easy to Find (2019), cortometraggio scritto e diretto per l’uscita del nuovo album dei The National. Quel bianco e nero così pacato e per nulla invadente, quella narrazione sommessa, l’attenzione per lo spazio, per il dettaglio, sono tutti segni di meticolosità e cura particolare per il visuale. La messa in scena in entrambi i casi trasuda voglia e necessità di scandagliare l’animo umano e le relazioni a cui esso si presta, che esso abbraccia.

L’operazione di Mills e i suoi intenti si propagano attraverso la voce, che assume qui un’importanza fondamentale. La voce dei ragazzi intervistati, la voce di Johnny, la voce di Viv e la voce di Jesse.

Queste si miscelano dolcemente, attraverso un montaggio che ne evidenzia la rilevanza, in un simposio emotivo di forte impatto. Mediante l’utilizzo della voce, C’mon C’mon sonda dunque l’animo umano, presentandoci dei legami relazionali al loro stato più puro.

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Il regista Mike Mills sul set con gli attori Joaquin Phoenix e Woody Norman

Johnny: «Quando eravamo a letto, mi hai chiesto se mi sarei ricordato di tutto questo. Io ti ho detto che tu non te ne saresti ricordato, ma speravo che te ne ricordassi. Ti sei arrabbiato, e allora io ho detto “te lo ricorderò io”».

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