Paris, Texas – Lo spazio della colpa

Mario Crispino

Dicembre 14, 2020

Resta Aggiornato

Paris, Texas (1984) di Wim Wenders si apre con il deserto americano. Inquadrature aeree, rocce, montagne, animali rapaci. La sensazione è che lo spazio, che sarà il vero protagonista del film, sia infinito. Infinito come il cielo blu che gli fa da contraltare. Infinito come il senso di colpa del protagonista, il vagabondo Travis. Lo vediamo vagabondare in totale contrapposizione con le lunghissime lande desolate del Texas. Queste ultime fanno da contenitore al suo io che si immerge in uno spazio arido che sembra dipinto da lui stesso, dall’inquietudine del girovagare senza una meta per i motivi profondi che poi saliranno in superficie col dispiegamento della pellicola.

Travis – Paris, Texas

Wenders è sempre stato affascinato dagli Stati Uniti, la terra della libertà che nasconde però anche molti sogni infranti. Dalla Germania infatti si era trasferito lì e aveva iniziato a scrivere la sceneggiatura di Paris, Texas con il leggendario sceneggiatore Sam Shepard. I due si misero d’accordo per gettare su carta solamente la prima metà del progetto, confidando che l’ispirazione sarebbe arrivata con il procedere delle riprese. Fin da subito la forma della lavorazione del film assume le sembianze di un viaggio di un vagabondo che sostiene su di sé il peso di dover arrivare a una meta: chiudere le riprese del film.

Scopriamo che Travis non è un essere solo al mondo. Dopo essere scomparso per quattro anni viene ritracciato dal fratello, Walt. L’incontro tra i due è straziante. Travis è chiuso in un mutismo assoluto. Qualcosa che va oltre il non proferire parola. Sono i primi indizi del suo disagio, la manifestazione diretta del buco in cui è stato inghiottito. Intuiamo che è qualcosa di simile a un macigno ciò che Travis sembra trascinarsi lungo il suo camminare stanco eppure determinato. Una tempesta che cerca di domare da molto tempo. Walt gli consente di riaffacciarsi alla vita e di incontrare la chiave di volta della sua scomodità esistenziale, ben resa dalla faccia impassibile, al limite fra il disgusto e la malattia mentale, dell’attore che lo interpreta, Harry Dean Stanton.

Il ritorno di Travis

Travis incontra un bambino di otto anni che altri non è che suo figlio, il quale adesso vive con Walt e la moglie Anne. La difficoltà nell’interfacciarsi a quella creatura è comprensibilmente alta. Il piccolo Hunter, questo il nome del bambino, è il frutto dell’amore con Jane, l’altro grande fantasma della vita di Travis, ridotta a un sogno fatto a brandelli da cui fuggire. Il bambino ormai chiama gli zii “mamma” e “papà”. Hunter ha dovuto sopportare ben due abbandoni: non solo quello dal padre Travis ma anche quello della madre Jane. Da allora la vita del bambino procede negli spazi di una normalità provvisoria che sembra essere tesa inevitabilmente a un nuovo incontro con i genitori e con il loro ingombrante passato.

La prima parola di Travis è “Paris”. Paris, Texas è il luogo in cui è stato concepito Travis. Il tema del viaggio incontra quello del ritorno. Un ritorno al punto zero, un ritorno che sa di rinascita. Una timida apertura data dalla possibilità di poter attraversare la buia coltre della colpa invisibile legata al collo del protagonista. Travis si apre alla possibilità di poter accedere a una dimensione che si avvicina a quella di un remoto perdono. Durante il viaggio per Paris notiamo ancora una volta il modo in cui Wenders utilizza lo spazio come immensa tela per l’animo di Travis. In tutta l’operazione è assistito dalla terra del Texas e dal cielo azzurro, sgombro da nuvole, che sembra funzionare da indicatore del peso interiore di Travis. C’è qualcosa di magnifico e maestoso nelle molte inquadrature del viaggio dei due fratelli.

Travis: «Fu proprio lì che io cominciai a esistere. Cioè io, Travis Clay Henderson. Come mi hanno chiamato. ll mio punto di partenza».

Come vedremo, man mano che lo spazio si riduce Travis riduce il suo senso di colpa. Dal deserto texano passiamo alla casa di Walt a Los Angeles. Uno spazio urbano, civile, ristretto. È qui che avviene l’incontro con Hunter. La tenerezza e l’attenzione mostrata da Wenders in questo frangente è esemplare. Metaforicamente siamo passati dal lotto di terra nel deserto dove è stato concepito Travis a una casa dove l’uomo appare, nei movimenti, nelle incertezze e nelle risposte date solo con il cenno del capo, come un bambino. Anne lo tratta come un secondo figlio, infatti. Ed è su questa linea che proverà a ristabilire un rapporto con suo figlio, a sua volta bambino.

Una scena fondamentale è quella in cui Walt mostra un filmato di quanto andò a trovare Travis e la sua famiglia, diversi anni prima. È un vecchio filmato girato in Super8 che mostra persone felici, libere. La telecamera è leggera, i colori tenui e luminosi. I sorrisi sono sempre sulle labbra delle due coppie e anche del piccolo Hunter. Qualcosa si è mosso. Il piccolo saluta Travis con un “buonanotte, papà”. Si aprono minuti nostalgici e spensierati, il tema è quello del rapporto padre-figlio e del suo (impossibile) recupero.

Il nuovo viaggio con Hunter

Travis comincia allora un viaggio che lo porterà a ricongiungere il piccolo Hunter con sua madre. C’è del disperato realismo nel superamento di un finale, forse dal sapore troppo favolistico, di una ricongiunzione totale, di una espiazione senza strascichi di una colpa fatale. Wenders non è un regista che va troppo per il sottile nemmeno quando il tema lo può far pensare come nell’altro suo capolavoro, Il cielo sopra Berlino (1987). C’è una sorta di composta sensibilità, un modo unico di esprimere vicinanza mascherata da distanza, da parte del regista tedesco.

Travis e Hunter – Paris, Texas

Giungiamo nella città di Houston, nel cuore dell’America. Qui Travis scopre la madre di suo figlio si guadagna da vivere in locale mal famato esibendosi in dei peep shows (spettacoli dove le donne si esibiscono in piccole cabine attrezzate con uno specchio semiriflettente, che impedisce loro di vedere i clienti dall’altra parte). In questo frangente avremo le due scene madri dei film. Ancora una volta le dinamiche del film sembrano seguire il cambio repentino degli spazi. Adesso siamo in una cabina male illuminata, quasi soffocante. Sembra di sentire l’odore del cliente precedente. Travis è separato solo da una lastra di vetro da Jane.

Lo spazio e la colpa

Come accennato precedentemente, è paradossale come il restringimento degli spazi e delle prospettive portino allo scioglimento del senso di colpa in una prospettiva anti-intuitiva. Le infinite possibilità della scelta, del vagabondaggio a-finalistico, dei cieli immensi come sono solo negli Usa, convergono in una strettissima e sporca cabina. Qui Travis, senza farsi riconoscere, inizia a parlare, come non ha mai parlato, in quello che è un monologo che suona più come una confessione, una ammissione di colpa. Il protagonista racconta la storia di una coppia, la storia di Travis e Jane. Prima di arrivare al picco, però, Wenders sceglie di renderci partecipi del piano di Travis. L’uomo registra un messaggio per Hunter prima di abbandonarsi alla confessione:

Travis: «Hunter, sono io. Avevo paura di non essere capace di parlarti di persona. Faccia a faccia. Così provo a farlo con questo registratore. Quando ti ho rivisto, lì, a casa da Walt, ho sperato in un sacco di cose per noi. Ho sperato, di dimostrarti d’essere tuo padre. E tu mi hai provato che lo ero. Ma quello che io speravo di più non si avvererà. Adesso lo so. So che tu appartieni a tua madre. Siete fatti l’uno per l’altra. Per colpa mia siete stati divisi. Ora tocca a me rimediare, riportarvi insieme. Ma io non posso restare con voi. Certe ferite non si rimarginano. Le cose stanno così. Non ricordo nemmeno che cosa è accaduto. C’è come un vuoto. Ed è un vuoto che non si può più riempire… perché ormai fa parte… della mia anima e adesso ho paura. Ho paura di dovermene andare di nuovo. Ho paura di quello che può ancora accadere. Ma ho ancora più paura… di non poter vincere questa paura. Ti voglio bene, Alex. Più che alla mia stessa vita».

Ci rendiamo presto conto che un ricongiungimento totale è impossibile e che le colpe sono indelebili. Si devono portare e scontare fino in fondo. Bisogna in un certo senso sacrificarsi per esse. Travis sceglie di rimediare a ciò che ha fatto: separare una madre dal proprio figlio. Questo non basta per cancellare il passato ma è abbastanza per cancellare il futuro.

L’incontro con Jane

Veniamo ora alla scena che funziona come pietra angolare dell’intero film poiché racchiude il senso delle azioni di tutti i personaggi e perché si allunga dal passato fino al futuro di questi ultimi. Travis torna nella cabina di Jane e decide di raccontarsi.

La storia è quella di una coppia formata da un uomo e una donna più giovane che inizialmente vivono la vita come una bella avventura. Presto però i dubbi, la gelosia e l’alcolismo di lui arrivano a spegnere la felicità della coppia. Le cose sembrano cambiare quando lei gli confessa di essere incinta. Ma alla venuta al mondo del bambino corrisponde un cambio di atteggiamento da parte di lei che prende a vedere la sua situazione come una prigione. Allora la vita si trasforma in un inferno per entrambi finché una notte il loro camper non prende fuoco. Al risveglio, in mezzo alle fiamme, dell’uomo lei e il bambino sono scomparsi. Qui inizia il cammino disperato di lui, Travis.

Jane riconosce Travis attraverso la manifestazione delle colpe di quest’ultimo. Il protagonista infatti è caratterizzato unicamente dalla colpa, è stato svuotato da essa. La speranza di poter anche essere perdonati è categoricamente messa fuori discussione da Travis anche davanti alle parole strazianti di Jane:

Jane: «Non andare, Travis. Non ancora, ti prego. Io… ho immaginato spesso di parlare con te in questi anni. Parlavo con te a fior di labbra ogni volta che ero sola. E adesso invece non so più che cosa dire. Non mi viene niente. Era più facile senza averti di fronte. Immaginavo perfino che tu mi rispondessi. Facevamo lunghe conversazioni… tu e io. Era come se tu fossi presente. Con la tua voce, il tuo viso, il tuo odore. Udivo la tua voce. A volte la tua voce mi svegliava di colpo. Mi svegliava nel mezzo della notte quasi tu fossi nel mezzo della stanza con me. Poi, un po’ alla volta, non riuscii più a immaginarti. Provavo… ma qualsiasi tentativo era inutile, il buio restava vuoto. Non ti sentivo più. Così… così smisi. Smisi di parlarti. Tu… tu eri scomparso. Ma da quando sono qui, sento la tua voce sempre».

Jane e Travis – Paris, Texas

Il mancato ricongiungimento totale

Da notare il fatto che Travis, nonostante abbia di fronte a sé un specchio che non consente a Jane di vederlo, scelga di parlare voltandole le spalle. Quasi come se fosse pronto a proseguire nel suo viaggio solitario attraverso l’essere colpevole che lo avvolge. Solo per una manciata di secondi Travis sceglie di mostrarsi a Jane: quando le dà l’indirizzo dell’hotel in cui sta Hunter. Un’aperura luminosa, la consegna di un essere umano alla propria origine, la propria madre. Travis si configura come colui che si è macchiato di peccati abominevoli ma che con una forza sovrumana riesce a ritornare all’inizio della propria storia per darle un nuovo senso. Senza cercare di cambiare il passato ma tentando di ridare il futuro che lui stesso ha irrimediabilmente strappato ad una famiglia.

Una volta compiuto il suo compito ed aver ridonato la pace a Jane e Hunter, Travis riprenderà il suo cammino perché consapevole che nessuno potrà mai restituirgli la sua di pace. La colpa si riprende il suo spazio.

Leggi anche: Tokyo Ga – Wenders sulle tracce di Yasujiro Ozu

Correlati
Share This