D’amore si vive – Silvano Agosti e il cinema indipendente d’autore

Francesco Saturno

Aprile 19, 2022

Resta Aggiornato

Il regista Silvano Agosti, nato nel 1938 a Brescia, può essere considerato uno dei padri contemporanei del cinema italiano indipendente e d’autore.

A partire dalla fine degli anni Sessanta riuscì a dare all’arte cinematografica un nuovo slancio, contribuendo alla creazione di una nuova interpretazione del rapporto cinema-verità. Documentario e fiction si mescolano nei suoi film per dare vita a una rappresentazione concreta e tangibile di ciò di cui si narra.

Quello di Agosti non è mai stato un cinema slegato dalla quotidianità, costruito sotto l’impero del denaro e dell’artificiosità cinematografica; bensì è sempre stato un cinema che accompagnava la macchina da presa nella riproposizione naturale e spontanea di ciò che si voleva raccontare e rappresentare.

Silvano Agosti
Silvano Agosti da giovane

L’esigenza di far nascere un cinema d’autore e indipendente si fondò, per Agosti, sulla possibilità di proporre al pubblico dei film che non fossero dei meri contenuti commerciali, dei pacchetti belli e pronti con cui distrarre il pubblico dai problemi, ma frutto invece di un cinema che, forse erede innovativo dell’ideologia già implicita nei francesi della Nouvelle Vogue, raccoglieva autonomamente testimonianze che rispecchiavano la verità dell’essere umano, senza mediazioni.

Silvano Agosti sente la mancanza, a quell’epoca, di un cinema che arrivi direttamente alle coscienze degli spettatori, che non dissimuli e veli la realtà per quella che è, seppur scabrosa e scomoda.

Il suo è un cinema indipendente perché non dipende dal mercato del denaro, è d’autore perché è il regista stesso che monta, racconta e costruisce il suo stesso film: l’autore del film diventa ai suoi occhi l’autore del suo stesso destino a testimonianza, attraverso il cinema, della propria libertà espressiva d’essere umano.

«Poi esisteva un fragile circuito cosiddetto d’essai, così definito in modo ermetico per scoraggiare ulteriormente anche i pochi ipotetici frequentatori. In queste sale l’industria stessa relegava e relega ancor oggi quei film che, avendo una parvenza di impegno, “guasterebbero” i gusti del pubblico in cerca solo di “evasione” dalle miserie del quotidiano. È per questo che dopo vari e vani tentativi di trovare una sala, ho deciso di aprirne una io stesso, memore del sogno in cui Charlie Chaplin mi sgridava per via di quel piccolo cinema nei pressi di casa mia, che era stato chiuso».

(Silvano Agosti)

Per approfondire la storia del suo cinema Azzurro Scipioni, rimandiamo con piacere all’intervista fatta qualche tempo fa a Silvano Agosti dal giornalista Domenico Iannaccone, in cui il regista si racconta attraverso le sue idee sulla settima arte, le sue esperienze in quel mondo e la fede artistica che ha sempre sostenuto la sua ricerca esistenziale e cinematografica, sulla cui filosofia si manteneva l’esistenza materiale di quel cinema.

D’amore si vive – Le facce dell’Eros

Nel 1983 Silvano Agosti termina D’amore si vive, un film che è una «ricerca sulla tenerezza, la sensualità e l’amore» compiuta a Parma nell’arco di due anni.

Il film, girato su sette scene, è più un documentario che un film propriamente detto.

Si muove sulla linea del dialogo, dell’incontro tra due esseri umani, l’intervistato e l’intervistatore, e lì vi traccia il suo movimento, in un processo che accompagna la trama del discorso delle diverse persone che vengono da Agosti stesso intervistate, interrogate e colte senza pudore e senza veli nella loro umanità, nella loro carnalità e sentimentalità.

All’epoca della sua uscita il film non fu accolto con grande favore dalla critica: arrivò perfino a essere definito un documentario “pornografico”. Va effettivamente detto che le interviste furono condotte in maniera diretta e intima, trattando dell’amore e della sessualità senza filtri, perché sviscerati nel linguaggio aperto e non censurato del dialogo.

Gli stessi soggetti intervistati furono scelti da Agosti con molta cura, senza preoccuparsi degli eventuali gusti e/o pregiudizi del pubblico.

Su quarantasei interviste svolte nella provincia di Parma nell’arco di due anni, Agosti ne scelse infine soltanto sette, per lui tra le più rappresentative e suggestive.

Scena conclusiva del film

Le sette scene sono così suddivise:

  • Una giovane madre parla della sua recente esperienza di maternità
  • Una donna racconta la severa educazione con cui è cresciuta e il cattivo rapporto con la sessualità e il proprio corpo
  • Un bambino di nove anni descrive le sue prime esperienze sentimentali e commenta l’atteggiamento degli adulti
  • Una ragazza tossicodipendente dichiara di essersi prostituita una sola volta e della sua intenzione a non ripetere quell’esperienza
  • Anna, una prostituta di mezza età, racconta la sua vita e le esperienze con gli uomini che ha incontrato (lo stesso film documentario riporta che Anna morirà il giorno successivo all’intervista, dopo aver ingerito dell’acido muriatico)
  • Gloria, una donna transessuale appassionata di lirica, racconta del senso di solitudine degli esseri umani
  • Lola, una donna transgender che alleva piccioni ed è amante degli animali, descrive con acume vari aspetti dell’amore

Seguire l’intervista di ognuna delle persone che appaiono sullo schermo vuol dire avere la possibilità di interrogarsi sulle mille facce dell’amore. Quello proposto da Silvano Agosti è un piccolo prisma da cui osservare le variopinte sfumature di cui si compone l’Eros.

Dal tema della nascita nella prima scena del film si può trarre un grande insegnamento su quel rapporto primordiale della madre col bambino, che fa emergere tanto il tema della dipendenza dell’essere umano dall’altro suo simile, quanto quello della sua costitutiva e strutturale impotenza. Quest’ultima è figlia di due concetti: quello di “gettatezza” (Verfallenheit in tedesco) di heideggeriana memoria, che indica come l’Esserci si trovi a essere gettato nel mondo indipendentemente dalla sua volontà, e quello di Hilflosigkeit di freudiana memoria, una parola tedesca con cui si intende lo stato d’impotenza dell’originaria e naturale condizione del cucciolo d’uomo.

Poi le interviste si susseguono e si toccano; nella seconda scena troviamo i temi del primo amore, della funzione strutturalmente simbolica dell’uomo e della donna, la sovente incapacità dell’uomo di cogliere la dimensione innominabile e invisibile della sessualità della donna, la stessa difficoltà della donna a farlo e il posizionamento del godimento femminile in un altrove che lega i temi del corpo e del sesso, della colpa e del godimento in un orizzonte culturale a volte generatore di tabù.

La terza scena, quella del piccolo bambino di nove anni, è forse tra le più stupefacenti: innanzitutto si coglie la portata rivoluzionaria dovuta all’atto di dare parola all’infanzia, che si presenta in quest’intervista in una forma a cui non siamo abituati.

L’infanzia è narrata nel suo aspetto più reale; il bambino non manca, infatti, di nominare le sue pulsioni polimorfe, la sua esigenza d’amore e di corpo.

Quello che si ascolta è un modo di esprimere l’amore in una forma pura, un modo per dare ragione all’amore e a quello che impone all’essere umano. Ma l’infanzia è qui anche sperimentazione corporeo-erotica e sentimentale, dimensione arcaica che teme il bene, ma lo insegue, a differenza di quel mondo adulto che si fa corrompere dall’idea del potere e del possesso.

Agosti interroga il bambino anche sul tema della scuola, dimostrando che ciò che essa molto spesso insegna tarpa le ali alla creatività e alla libertà dei bambini.

Silvano Agosti
Frame da D’amore si vive di Silvano Agosti

La quarta scena, così come la quinta, racconta dell’aspetto mercenario della corporeità; racconti che motivano una riflessione sull’alfabetizzazione emotiva necessaria a dire e nominare le proprie pulsioni e i propri sentimenti. C’è una compiacenza del genere sessuale ad abbracciare la bellezza dell’incontro, prodotto tra un sé e un altro, tra due corpi che, per il solo fatto di essere sostanza godente, come insegna la psicoanalisi, devono strutturare la propria sessualità in una forma perversa, a volte controversa e paradossale.

Le interviste della sesta e settima scena sono in qualche modo entrambe un interrogativo sull’identità di genere, ma la sesta si incentra soprattutto sui modi di vivere e sentire l’arte e la propria individualità; interviste di un’attualità a tratti sconcertante, considerando i dibattiti culturali di questi anni.

Quella di Agosti diventa un’interrogazione socratica, calzante, imprudente, ma al tempo stesso silenziosa, dell’esistenza di coloro che l’amore lo abitano a titoli diversi. Forse ciò che di più prezioso il regista offre ai suoi intervistati è proprio un ascolto non giudicante, talmente aperto da spogliare la parola degli intervistati di qualsiasi orpello di pudore.

Nelle ultime due scene si parla della potenza dell’arte e dell’amore come mezzi o fini che permettono all’uomo di salvarsi dalla solitudine della sua esistenza, dalla materialità e immaterialità del proprio corpo.

La settima scena in particolare è molto forte: essere e genere fanno la persona, ma questa persona è anche effetto di linguaggio, di cultura, come effetto di cultura è l’idea di coppia, forgiata nell’imposizione di limiti e di obblighi che non sempre, messi sul tavolo, riescono a darsi ragione e a sostenersi autonomamente. Si toccano i temi della monogamia, del sesso come ricerca e forma di conoscenza, dell’amore, della tenerezza e del sentimento come molecole che talvolta possono unirsi e talvolta separarsi, senza perdere mai la loro naturale consistenza.

Lola: «L’amore è una scelta di disponibilità illimitata».

È questo un film in cui si può comprendere la forza del dialogo, una forma di conoscenza interiore e profonda che fa del raccontare una possibilità di dare dignità alla vita. Il raccontare diventa un modo per non lasciare andare ciò che si pensa, ciò che si è vissuto, ciò di cui si è fatto esperienza. Raccontarlo è già interpretarlo.

L’ultima scena, l’ottava, muta, senza parole, che inscena un ragazzo autistico che veicola il suo corpo per provare piacere, accarezzando e baciando una bambola finta, è d’impatto per comprendere anche, dopo tante parole, il silenzio che ci vuole per accostarsi a certi temi così delicati, forti ed eterei nella loro eternità.

È forse lecito, concludendo il film-documentario, interrogarsi circa l’autenticità dei racconti dei protagonisti di D’amore si vive, soprattutto nel caso dello spigliato bambino con le sue parole evidentemente precoci e intuitive.

All’autenticità o meno delle testimonianze non si può rispondere; sta di fatto che a noi spettatori odierni può ancora arrivare il gusto finissimo e al tempo stesso sofferente di testimonianze che sembrano assolutamente autentiche e che gettano una luce forte su comuni esistenze di sconosciuti. Qui nel dialogo con Agosti abbiamo soggetti, più che semplici individui, colti nella loro umanità e nella loro spontaneità sono esempi di anime a volte splendenti, altre appassite, ma sempre complesse e affascinanti – come quelle di ciascun essere umano.

L’amore diventa in questo film quella forza con cui coprire l’ombra del non senso, come un modo per renderlo tollerabile, come un sentimento che riesce a tenere in piedi un’esistenza ed eventualmente quelle attorno a lei.

Leggi anche: Nuovi Sguardi – Intervista ad Andrea Gatopoulos, produttore e regista indipendente

Correlati
Share This