L’importanza di essere Michael Scott

Giulia Pilon

Aprile 24, 2022

Resta Aggiornato

È complesso il solo pensare alla figura di Michael Scott. Così poderosa, irrompente, così presente nell’immaginario comune. Impossibilitata dunque alla rimozione, data la sua profonda ramificazione. Michael Scott è The Office. E The Office è Michael Scott.  Una scossa, un turbamento d’animo, ecco l’immagine di Michael che arriva con la sua macchina con Rihanna allo stereo, guarda in macchina e dice «It’s Britney bitch!». O Michael che prova a salire in sella a una bici, senza saperci andare e cade sul cemento. O ancora, Michael nel parcheggio della Dunder Mifflin che, sornione, dice in camera «Sarà un giorno magnifico oggi, me lo sento», e poi investe Meredith parcheggiando.

Questa è l’importanza di chiamarsi Michael Scott. Questo è il The Office di Michael Scott.

Michael Scott
Michael Scott (Steve Carell) in un frame della prima puntata

Quando si parla di una sitcom popolare e straordinaria come The Office è impensabile non ripescare tutti i ricordi legati a Michael Scott. Il capufficio dell’azienda cartiera, infatti, si è distinto per la sua impeccabile caratterizzazione nonsense, tingendo la serie di un umorismo paradossale e ben riconoscibile. Michael è l’emblema, il perno attorno a cui ruota non soltanto la narrazione, ma l’intero show. Una colonna portante, dunque, un elemento chiave, detonatore di storyline tra l’assurdo e l’incredibile e di gag esilaranti.

L’importanza di Michael Scott, comunque, è il suo essere un uomo comune.

Il suo sentirsi a proprio agio nel disagio inizialmente spaventa lo spettatore, che non riesce a empatizzare totalmente con un (apparente) misogino razzista. Ma quel che il pubblico impara, complici anche le dinamiche narrative tipiche della sitcom – in senso lato – volte all’affezione profonda coi personaggi ritratti, è che Michael è molto di più. La sua eccentricità viene, col passare delle stagioni, normalizzata. Impariamo ad amare Michael anche, e soprattutto, per l’estrosità che gli è intrinseca. Per ciò che egli riesce a donare ai comprimari e, contemporaneamente allo spettatore, ovvero un alone di semplicità.

Perché Michael, in fondo, è un uomo semplice. Una branchia recondita, ma latente, dell’antieroe. Un topos di personaggio guidato dalla profonda, e sentita, necessità di essere normale. Quel che egli desidera è l’amore, ciò che egli cerca teneramente è la benevolenza, l’affetto di chi lo circonda. Compreso chi lo osserva attraverso lo schermo, noi spettatori. Ed è la maniera con cui egli agisce a far innamorare. La sottesa purezza e innocenza naïve sovrastano quella palese aura cringe che circonda Michael. Ma l’emulsionarsi di entrambi rende il personaggio autentico, in bilico nella surrealistica realtà che egli abita.

Michael Scott

Nonostante i suoi dipendenti siano indubbiamente in una posizione subalterna rispetto alla sua, quello che viene creandosi è un legame simbiotico tra pari. Michael, infatti, è in grado di scendere dalla piramide gerarchica dell’ufficio, trasformandolo in un campo in cui le forze in atto giocano ad armi pari. Nessuno si contende nulla, rispondono tutti a una logica familiare in cui Michael ricopre il ruolo di una sottospecie di guru di cui non viene riconosciuta l’importanza.

Michael: «Ho bisogno di essere amato? Assolutamente no. Mi piace essere amato. Adoro essere amato. Devo essere amato. Ma non è quel tipo di bisogno compulsivo come il mio bisogno di essere lodato».

Michael: «Preferirei essere temuto o amato? Entrambi. Vorrei che le persone avessero paura di quanto mi amano».

Ma l’imprescindibilità di Michael Scott consiste in questo. Nell’assenza di ricerca di gratitudine, sostituita da una tacita accettazione della sua condizione. Nel suo profondo, sa che è lui a tenere insieme i pezzi del puzzle, ma comunque ne necessita il riconoscimento. A Michael va bene così, sapere di poter tornare ogni giorno nel nido da lui stesso costruito, in cui ha infuso il suo lessico familiare, è la riconoscenza più grande. 

Michael Scott
Il cast in posa per un poster

Michael: «Noi siamo come Friends. Io sono Chandler, e Joey, e, uh, Pam è Rachel. E Dwight è Kramer».

Michael: «Sapete, il Natale non è solo Babbo Natale, o Gesù Cristo. È anche l’ambiente di lavoro. È come se ognuno di voi fosse parte della mia famiglia. Ryan, tu sei mio figlio, Pam, tu mia moglie. E anche Jim. Angela e Phyllis siete le mie nonne. Stanley, tu sei il nostro postino».

Michael: «Sento come se tutti i miei figli fossero cresciuti e poi si fossero sposati l’un l’altro. È il sogno di ogni genitore».

La parabola di Michael Scott vede la profonda trasformazione di un uomo che lentamente si toglie il velo di egocentrismo che si costringe a indossare. Inizialmente, il programma narrativo del soggetto è convincere i colleghi, e lo spettatore, della sua profonda vena ilare e del suo innato senso paterno. Col passare delle stagioni l’oggetto di valore del personaggio cambia, convincerci di qualcosa che lui in realtà non è diventa prassi condivisa anche dal pubblico.

Michael si lascia conoscere e si lascia amare.

Il suo arco narrativo attraversa sette stagioni, per poi lasciare un vuoto (quasi) definitivo fino al season finale. La mancanza di un personaggio come Michael Scott ha il sapore di un lutto. Sia per la narrazione che per lo spettatore, che percepisce la sua partenza come un abbandono.

Il motivo di tale compianto distacco, vissuto da entrambe le parti come una dolorosa separazione, è da rintracciarsi nella creazione di un modello definito nell’immaginario comune. Attraverso le caratterizzazioni sempre vividamente precise – come il «that’s what she said» – il personaggio di Michael si radica nella coscienza di chi assiste al suo sviluppo. Allo stesso tempo, chi lo circonda, a livello diegetico, assorbe e materializza le istanze che egli emana col passare delle stagioni.

Michael Scott in un frame di The Office

Esemplare, in questo senso, il rapporto con Pam. Dapprima caduco e apparentemente destinato all’insofferenza, contrassegnato dall’assoluta irrealizzabilità, data la distanza incolmabile tra i due caratteri. Pam non riesce a scherzare nel modo in cui scherza Michael. E Michael, dal canto suo, non riesce ad abbracciare l’idea che qualcuno non possa rispondere bene alle sue battute. Qualcosa però succede. Nel momento in cui Michael, in uno slancio di portentoso coraggio, lascia la Dunder Mifflin, l’unica a seguirlo è proprio la sua segretaria. Insieme, infatti, senza senno di poi, ma con un’incredibile affinità, fondano la Michael Scott Paper Company. Senza ufficio, senza personale, senza soldi.

In quel preciso momento, allora, si concretizza uno scenario ideale alla cui compiutezza non manca nulla. Non importa la precarietà, ciò che conta è l’affinità relazionale, la vicinanza, l’essere riuscito ad avvicinare l’inavvicinabile, Pam. Il loro legame, indefinibile nella sua rifinitezza, non ha eguali. Non è un caso, infatti, che l’ultima persona a salutarlo all’aeroporto sia Pam, la sua segretaria. In questo nubiloso simposio di malinconia e dolcezza Pam, figurativizzazione di tutti noi spettatori, saluta Michael, in quella che ha tutta l’aria di incarnare una fine.

Michael Scott
Pam e Michael si salutano all’aeroporto (07×22 – Goodbye Michael)

Come menzionato pocanzi, la fine, però, non arriva. The Office prosegue, zoppicando leggermente, per altre due stagioni senza il suo capostipite, con un sapore dolceamaro. Qualcosa manca, e lo percepiscono tutti, compresi gli altri comprimari. L’immagine di Michael Scott risulta così cristallizzata, sul piano finzionale-narrativo e sul piano reale-spettatoriale, a causa di meccanismi narrativi ben riusciti. Inoltre, è indubbio che il ricorso costante alla rottura della quarta parete concorre alla creazione di un legame di stretta vicinanza. Generalmente, quando un personaggio di finzione guarda direttamente in camera richiama l’attenzione di chi lo sta osservando interpellandolo. In questo modo, viene a costruirsi una relazione di compartecipazione che consiste nel nocciolo essenziale del mockumentary.

Michael Scott in un frame

Ecco allora che tutto ha un senso. Il personaggio di Michael, grazie a stratagemmi narrativi ricorrenti, riesce a radicarsi profondamente nella mente di chi lo guarda e, insieme, di chi lo accompagna nella narrazione. Entrambi compiangono la sua uscita di scena, ma non se ne dimenticano.

In questo allora risiede l’importanza di essere Michael Scott: nell’imprescindibilità di essere ricordato per sempre, immerso in un mare di cringe, semplicità e normalità.

Leggi anche: The Good Place – Una riflessione sul significato della vita

Correlati
Share This