Risate di gioia e I soliti ignoti – La commedia umana di Monicelli

Silvia Ballini

Aprile 25, 2022

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Risate di gioia e I soliti ignoti – La commedia umana di Monicelli

 «L’Ironia è distacco, intelligenza, capacità di cogliere lo scarto penoso tra i sogni e la realtà».

(L. Formenton, A. Gentile, A. Morstabilini, La Cultura)

L’Italia del dopoguerra comprende che l’unico mezzo per affrontare la realtà è ricorrere alla comicità. Il cinema ne fa bandiera, rimanendo la forma espressiva egemone del Novecento.
L’impronta della povertà ha lasciato tracce indelebili nella comicità italiana, «la miseria è il copione della vera comicità», spesso ricordava Totò.

La risata diventa una possibilità di riscatto, una forma liberatoria che attraverso la voce del popolo dà vita a uno dei capitoli più brillanti del cinema italiano: la commedia all’italiana.

Una commedia umana che non hai smesso di mettere al centro l’uomo e le sue controversie, i vizi e le virtù di un’Italia che giunge al boom economico, creando stereotipi e immagini destinate a diventare emblematiche icone di un’intera generazione che ancora non smette di parlare, perché in fondo l’uomo non muta nei secoli.

Mario Monicelli: «Noi della commedia eravamo un gruppo definito, composto da personaggi e soprattutto da amici con la stessa visione dissacratoria del mondo, della vita, e per forza di cose del cinema. Con Age e Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi, Sonego, De Concini, Maccari, la Suso Cecchi D’Amico, costituivamo un gruppo di autori piuttosto omogenei. Eravamo consapevoli della portata del nostro cinema, anche se non immaginavamo di incidere così profondamente sul pubblico. E poi i registi: Risi, Comencini, Germi e più avanti Scola. Senza dimenticare Lattuada, Salce, Loy, Zampa… Tutti uniti dal nostro modo di far ridere che risale a una lunga tradizione italiana».

Risate di gioia
Agenore Incrocci e Furio Scarpelli

Il maestro Monicelli esprime bene la collettività che da sempre lega tali personalità, ancora più sentita nel mondo della commedia; tra l’osteria Menghi e l’Otello nascono le migliori storie del nostro cinema, che non avrebbero mai visto la luce senza gli scrittori straordinari sopracitati. Direttamente dal Marc’Aurelio e affini provengono gli autori che hanno saputo affrescare l’Italia, con un sentimento leggero che mai così seriamente riuscì a proporsi.

Lo stesso grande merito va al gruppo di attori che sui propri volti hanno scolpito smorfie e beffe senza precedenti. Cogliendo la sua vitalità dalla Commedia dell’arte, garantita dalla commistione di personaggi fissi e la loro capacità d’improvvisazione, il cinema non smetterà di tenerlo in gran pregio. La vita, messa in scena da parte del popolino, infrangendo le regole sociali, si insinua nella maniera italiana di vedere il mondo. I suoi protagonisti sono poveri, vecchi, dediti all’arte di arrangiarsi e condannati a essere oggetto di scherno, botte e sopraffazioni.

Arlecchino, Pulcinella, Brighella e Pantalone sono maschere che si perpetuano nella nostra storia nazionale; vedremo come la meccanicità della farsa lascierà il posto alla commedia umana.

I protagonisti della commedia smetteranno di essere vittime, perché la commedia è cattiva, anzi spietata. All’interno della narrazione, ricordandoci che un film non si realizza mai solo con la macchina da presa, i personaggi non dimostrano il massimo dell’etica, ma il massimo dell’inesorabilità, creando una serie di prototipi scaturiti dall’osservazione divenuta a sua volta acquisizione della realtà sociale. Così si può riassumere l’apice della forza che la commedia ha rappresentato per l’intera nazione.

Impossibile non connettersi con figure come quella di TotòAntonio de Curtis – in pellicole che hanno segnato la storia, come Risate di gioia e I soliti ignoti, dirette dal maestro Monicelli, alla scrittura della celebre coppia di Age e Scarpelli, e alla Suso Cecchi D’Amico, in grado di dividersi contemporaneamente tra la commedia e un altro tipo di cinema, come quello di Visconti.

I soliti ignoti, capolavoro del 1958, considerato capostipite del genere e Risate di gioia, di due anni successivo – meno noto, ma non per mancanza di meriti – sono esemplari per concretizzare l’importanza della commedia.

Oltre a condividere la regia, gli autori, e in minima parte anche il cast, il già citato Totò e Carlo Pisacane, ciò che accumuna fortemente i due lavori è la tematica di fondo. Una banda di cialtroni che tenta di svoltare le proprie vite attraverso un furto. Ma già si possono notare le prime differenze: mentre nel primo caso l’azione si muove a respiro corale, nel secondo emerge più l’individualità. In Risate di gioia viene a mancare l’idea della banda unita e coesa, ma la rapina sarà eseguita solo da Umberto Pennazzutto (Totò) detto Infortunio, dato che l’infortunio sul lavoro è la sua unica via di guadagno, e Lello (Ben Gazzara).

Anna Magnani e Ben Gazzara in Risate di gioia

Cos’è successo tra i due anni che separano i due film? È facile ipotizzare che gli anni del dopoguerra si stiano trasformando nel miracolo economico che ha travolto l’Italia. Dalla caduta delle illusioni postbelliche nelle «magnifiche sorti e progressive» che sta avviando il popolo italiano, pur tra scompensi vistosi e macroscopiche contraddizioni, verso un benessere mai conosciuto in precedenza, si attua una mutuazione antropologica che rende l’uomo da un lato competitivo in ogni campo, mentre dall’altro ne accentua e radicalizza i difetti.

Lo stesso furto prende luogo in contesti totalmente differenti; se per I soliti ignoti avviene in una semplice dimora alto-borghese, in Risate di gioia l’ambiente è un’illustrissima festa di San Silvestro.

Sono diversi i veglioni che appaiono, e sempre più raffinati man mano che la storia avanza. Le abitudini e i desideri degli italiani cambiano vistosamente.

Risate di gioia
Ambientazioni che cambiano nel corso del boom economico


Altra differenza sta nella presenza di una grandissima protagonista femminile che manca in termini narrativi ne I soliti ignoti, ed è Anna Magnani nelle vesti di Tortorella. Una generica di Cinecittà che per vivere fa delle piccole parti, ma si dà delle arie da diva. Già il suo ruolo racchiude il desiderio d’ascesa nutrito dal popolo italiano, ma allo stesso tempo è l’unico personaggio onesto che non è a conoscenza del furto, e non volendo lo ostacola di continuo.

Insegue ovunque Umberto e Lello, credendo che il primo nutra dell’interesse nei suoi confronti, cercandoli tra le feste di Capodanno di tutta Roma e raggiungendoli con la metro – altro grande simbolo di modernità e progresso, condotta dall’unico altro uomo onesto del film, l’autista che apre la pellicola, costretto a lavorare l’ultimo dell’anno.

Anna Magnani e Suso Cecchi D’Amico

Rimane costante però l’alternarsi di bassezze e risate di gioia; l’ironia non si oppone alla drammaticità della vita, ne fa parte. Progredire dalla narrazione comica ai veri significati è in fondo una necessità.

Si tratta di mettere in atto una composizione e proprio in essa riscontrare la modulazione del drammatico e del comico, l’intonazione epica della commedia. In altre parole, un’orchestrazione di temi e motivi, situazioni e personaggi diversamente graduati e sfumati secondo angolazioni, voci, ambienti e azioni variegate.

In una formula si potrebbe definire chiaroscuro della commedia epica.

La metafora pittorica chiarisce perfettamente sia le diverse tonalità della commedia (il drammatico e il comico), ma anche l’alternanza di prospettiva adottata nella scrittura, la focalizzazione sul gruppo sociale e la focalizzazione sull’individuo. Uno sfondo epico e un primo piano comico, struttura di una narrazione nella quale si stagliano i personaggi, antieroi comici, portatori del malessere individuale proprio della modernità.

Da un punto di vista tematico il chiaroscuro è l’eroe moderno, soggetto senza destino, incompiuto; un uomo singolo senza scampo. Dal punto di vista stilistico si riassume in una stupefacente drammaticità del quotidiano e tragedia ridicola dell’esistenza. La commedia si assume il compito di risarcire simbolicamente il nostro soggetto incompiuto, facendolo sopravvivere nell’epos comico, spostandolo semplicemente di segno, da tragico a comico.

Si tratta di innalzare il nostro soggetto incompiuto distinguendolo dal suo ambiente, ma in ogni caso quest’ultimo finisce inevitabilmente per sopprimerlo, non portando a compimento la sua esistenza. Fra incompiutezza del soggetto e destino tragico si erge una specie di sonnambulismo dell’Io, descritto con precisione da Lukàcs:

 «L’esistenza è un’anarchia del chiaroscuro nulla si realizza totalmente in essa, mai nulla giunge a compimento; continuamente s’inseriscono nuove voci, che creano confusione, nel coro di quelle che già echeggiano…».

Sembra proprio essere la definizione delle voci dei personaggi delle nostre pellicole, I soliti ignoti e Risate di gioia, che cercano di evadere parodicamente dal tragico destino. Desiderano realizzare un grande colpo nonostante la sua singolare inadempienza, e i protagonisti ne sono inconsciamente a conoscenza.

Nell’impossibilità del colpo è racchiusa l’intera tematica delle narrazioni: i nostri protagonisti delle vicende tentano di eludere la punizione, il soggetto incompiuto non potrà mai ottenere ciò che gli manca senza dover pagare per le proprie mancanze; proprio per tale motivo saranno i primi ad autosabotarsi inconsciamente, per evitare che il colpo riesca realmente, quindi per evitare la punizione (carcerazione).

L’unico modo per eluderla è portarla al massimo della comicità, compiendo una parodia, e risarcire il soggetto, come già detto, dalla propria incompiutezza, anche se risulta impossibile.

L’intento è sempre stato quello di scuotere lo spettatore da una realtà che è ostile al compimento di quest’ultimo, di non lasciare soli la miriade di soggetti incompiuti che popolano realmente la Terra, fondamentale anche nel nostro periodo storico. Soprattutto comprendere che non si ride solo di gioia e meraviglia; è quindi giunto il momento di un ritorno alle origini, contestualizzato ai tempi d’oggi.

Diviene sempre più comune realizzare un film con una buona tematica di fondo, ma esclusivamente in tono serioso, ostracizzando la commedia. Sembra essere la stessa situazione che ha preceduto l’esplosione della commedia all’italiana, penalizzata per anni dalla critica; perciò, non se ne può escludere un vivo ritorno.

Leggi anche: Genesi del boom – Una vita difficile in un’Italia difficilissima

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