I mostri di ieri per capire l’Italia di oggi

Alessandra Cinà

Maggio 1, 2022

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I mostri di ieri per capire l’Italia di oggi

Durante la seconda guerra mondiale, segnata dal fascismo e da una guerra fratricida, gli italiani si sono mostrati un popolo colmo di pregi e virtù.
Durante gli anni più drammatici del conflitto, il buon popolo italiano ha dimostrato di possedere coraggio, resilienza, abnegazione e un immenso amore per la libertà. Ma a una serie di valori tanto onorevoli si contrappone una gamma di vizi e difetti che emergono successivamente, negli anni del boom economico.

Tragicomicamente, ancora oggi, a distanza di più di mezzo secolo, gli italiani sembrano non essersi evoluti. Sembra infatti che questi difetti li abbiano trascritti nel DNA e pertanto divengano elementi essenziali non solo per descrivere l’Italia che fu, ma anche per analizzare criticamente l’Italia che è e quella che sarà.

Come ben si sa, gli anni ’50 e ’60 non sono stati soltanto un periodo di transizione economica e sociale, ma anche di transizione cinematografica.

Ai film neorealisti si susseguono le agrodolci commedie di costume, per arrivare a comporre un filone vero e proprio ritraente, spesso in maniera esagerata e grottesca, gli italiani del boom.

Considerata la molteplicità dei tratti in questione, un solo film non riusciva a rappresentare i mille volti dell’ipocrisia e del finto perbenismo italiano; conseguentemente Dino Risi – tra i precursori della commedia all’italiana – realizza un film a episodi al fine di rappresentare, come un mosaico, il volto polimorfo degli italiani: si tratta de I mostri del 1963.

I mostri
Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi nell’episodio La nobile arte

Risi è feroce con i suoi mostri, ma nonostante i tratti caricaturali e grotteschi quella che vuole mostrarci non è altro che la realtà. Quasi a volerci dire che non è necessario compiere azioni atroci ed eclatanti per diventare un mostro. L’intento di Risi infatti è quello di far capire che l’individuo è propenso a rivelare la sua mostruosità proprio durante attimi di ordinaria quotidianità.

Risi non risparmia nessuno: dall’onorevole al borghese passando per il reietto della società, quasi a volere offrire agli spettatori uno specchio nel quale specchiarsi dall’interno.

I venti episodi sono asimmetrici, non hanno tutti la stessa durata, ma sono accomunati dalla presenza di due dei volti più rappresentativi della commedia del boom: Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman.

Ma come si riconosce un mostro?

I mostri sono padri di famiglia che educano i propri figli alla furbizia e all’arte di aggirare le leggi per un tornaconto personale. Filosofia di vita dettata, inoltre, da una sfiducia nei confronti non solo del prossimo, ma anche nei confronti delle istituzioni e della politica.

Il padre insegna al figlio che non ci si può fidare di nessuno poiché vige una «tendenza alla disonestà e alla malafede» e in un paese in cui non si può contare nemmeno sulle istituzioni «è meglio avere un bel processo che un bel funerale».

Il rischio però è quello di educare dei veri e propri mostri, i quali vedono nella disonestà la via maestra per salvaguardare il proprio benessere. Il figlio infatti diventato uomo non si limita a delle piccole irregolarità, ma a dei veri atti criminali, arrivando a uccidere il padre per denaro.

Ugo Tognazzi e il piccolo Ricky Tognazzi nell’episodio L’educazione sentimentale

Ma chi è il vero mostro, il padre cinico o il figlio? Il ragazzo senza dubbio ha compiuto un’azione abominevole, frutto però di una pessima educazione che l’ha portato alla follia.

Sensazionalizzare il dolore

Altro atteggiamento ritratto è la spettacolarizzazione del dolore e dei fatti di cronaca nera. Spesso quando un omicida viene arrestato la stampa e i media contribuiscono a farlo diventare il protagonista del momento, quasi fosse parte di uno show.

Tutto diventa misero show e speculazione, e spesso la vittima diventa anche colpevole, colui che “se l’è cercata”; e lo schema è sempre lo stesso.

Nell’episodio de Il povero soldato la vittima è una prostituta di alto borgo, morta a causa della vita dissoluta che conduceva. E oltre al danno la beffa, considerato che il fratello vuole vendere il diario della vittima per guadagni personali.

Sicuri dunque che il solo mostro sia il criminale di turno?

Questa logica becera e profondamente egoista porta inevitabilmente a far soffrire l’altro, in particolare quando si tratta di soldi o notorietà. E non ci si domanda nemmeno se tale comportamento sia eticamente corretto. Nella logica del mostro è tutto giusto, poiché solo chi è astuto e scavalca l’altro può tirare a campare senza problemi.

I mostri – La giustizia

Spesso la paura di ricatti e minacce porta alla piaga dell’omertà, che nella mente del mostro viene vista come l’unico modo per vivere tranquilli.

Nell’episodio de Il testimone volontario, un avvocato scava nella vita di un uomo la cui testimonianza potrebbe danneggiare il suo cliente accusato di violenza. Per evitare che l’uomo possa parlare ecco che si ripete uno schema che Luigi Zampa ci aveva già presentato qualche anno prima con Il vigile.

Si espone al pubblico ludibrio il testimone, mostrando tutti i suoi scheletri nell’armadio, costringendolo così a ritrattare, o a far cadere la sua testimonianza. Cosa si deve fare in questi casi? Testimoniare mettendo in pericolo la nostra integrità o fare finta di nulla?

I mostri
I mostri (1963): Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi nell’episodio Il testimone volontario

Questo è probabilmente uno degli episodi più cruenti poiché crolla anche un intero sistema giudiziario fondato sulla menzogna e sul ricatto.

I mostri – L’alienazione e la televisione

Gli anni ’60 sono anche gli anni del boom delle televisioni che inebetiscono e diventano a tutti gli effetti l’oppio dei popoli. Queste scatole chiudono l’individuo in un mondo fittizio e lo estraniano dalla realtà senza fargli percepire ciò che gli accade intorno. Oggi questo compito spetta ai social network che tendono ad allontanarci dalla realtà tangibile, rendendoci automi «impalliditi di tv» (come direbbe Baglioni).

Naturalmente non possono mancare quegli atteggiamenti ipocriti che da sempre contraddistinguono gli italiani. Quegli stessi italiani che tengono alle apparenze e al giudizio altrui.
Quegli italiani che vogliono fare bella figura davanti alla famiglia, ma che nel privato agiscono in maniera subdola e immorale, salvando solo le apparenze.

Sono gli italiani che cercano la raccomandazione o che pretendono che le regole vengano rispettate soltanto quando conviene a loro. Sono quegli italiani che fanno dei sermoni alla gente condannando e criticando la vanità e il narcisismo dei quali in realtà sono schiavi; in poche parole, quelli che predicano bene e razzolano male.

I mostri (1963): Ugo Tognazzi nell’episodio L’oppio dei popoli

Una menzione a parte la merita l’episodio Scenda l’oblio. Una coppia assiste alla proiezione di un film sulla seconda guerra mondiale, incentrato sull’occupazione tedesca. I due guardano il film come si guarda qualcosa che non ci riguarda o che è lontana da noi, con indifferenza e un velo di cinismo.

Questo episodio è significativo perché mostra quanto gli italiani vogliano superare quel passato catastrofico e guardare al futuro.

La guerra è stata una realtà e tale rimarrà, ma questo non vuol dire che non la si possa superare. Esiste, infatti, anche un paese bisognoso di quel riscatto e benessere promessi dal boom economico; esiste un paese che vuole rinascere.

L’indagine di Risi incontra la sua eredità nei registi successivi e contemporanei che, seguendo le sue orme, raccontano affreschi di una realtà crudele che preferiamo ignorare, giusto per continuare a essere mostri.

Leggia anche: Dino Risi – Il sorpasso fatale che determinò un’epoca

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