La sostenibile leggerezza di Finale a Sorpresa

Giulia Pilon

Maggio 5, 2022

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Come dice Roy Menarini in La grande illusione. Storie di uno Spettatore, c’è sempre un momento di scioglimento di tensione durante i festival. Un momento in cui tutto il dramma in concorso (e non) si sgonfia in una commedia brillante. È questo il caso di Finale a Sorpresa (di Gastòn Duprat e Mariano Cohn), che alla 78esima edizione del Festival di Venezia si è distinto per i toni disinibiti e spigliati con i quali si prende gioco di sé e del mondo cinematografico stesso. Anzi, dell’intero mondo dello spettacolo. Così facendo, attraverso la disinvoltura tipica della commedia, riesce a parlare a tutti, realizzando un film autentico.

Finale a Sorpresa ruota attorno a un conflitto sotteso, quello tra Fèlix e Ivàn. L’uno star internazionale e autocompiaciuta, l’altro pseudo-intellettualoide legato a valori “di nicchia”, sprezzante nei confronti dello spettacolo e tutto ciò che lo concerne. In mezzo, Lola Cuevas, una (appartemente) brillante regista spagnola molto famosa per il suo Metodo, erede probabilmente – ingiustificata – degli insegnamenti di Stanislavskij. Insieme devono realizzare un film su due fratelli in lotta da sempre, prodotto dal magnate Humberto Suarèz, in cerca di un lascito per coloro che verranno.

finale a sorpresa
Fèlix (Antonio Banderas), Lola (Penèlope Cruz) e Ivàn (Oscar Martìnez) in un frame di Finale a Sorpresa

Il titolo originale stesso (Competencia Oficial – Competizione ufficiale) suggerisce una sorta di duello tra le parti, una sfida, una gara “ufficiale” tra professionisti. È il tema che si riversa in diversi livelli di granularità nella narrazione, la vecchia generazione e la nuova generazione, il mondo commerciale e quello di nicchia, l’attore con il metodo e quello senza. Tutto comunque inglobato da una satira di fondo al modello borghese, al microcosmo borghese, che assurge a parodia di sé stessa.

Ivàn: Il miglior attore tra Fèlix e io, è Fèlix. Tu sai come arrivare al pubblico, alla gente, al vero pubblico. Io invece, ho scelto di credermi prestigioso. E mi sono raccontato una bugia, dicendomi che il pubblico non era all’altezza di quello che stavo facendo. Orribile.

Finale a Sorpresa è un film che si prende sul serio non prendendosi sul serio.

Il tono sommesso e la (finta) serietà di fondo contribuiscono all’enfatizzazione delle tinte parodiche di cui si tinge la pellicola. A partire dalla stessa gamma di colori, che caratterizza tutti i personaggi così ben definiti e ben identificabili con archetipi radicati nell’immaginario comune.  

Lola Cuevas incarna il tipo di regista che vive il cinema con una passione esagerata, così come Ivàn che rimane fedele a ideali di sinistra, e Fèlix che è il prodotto esemplare del mondo dello spettacolo; infine Humberto che aspira a un riconoscimento post mortem, un ricordo del proprio nome a ogni costo.
Tutti fieri baluardi di topos ricorrenti non soltanto nel cinema, ma nei mondi dell’arte tout court.

Lola, Fèlix e Ivàn in Finale a Sorpresa

Quello che sembrano spiegare i due registi è che lo spettacolo è un campo di forze – per dirla in termini bourdesiani – che interagiscono tra di loro. Qui dentro tutti gli attori sociali sono caricati di istanze proprie, allo stesso tempo condivisibili con chi condivide il campo. Essendo delimitato da determinati confini, per entrare nel campo è necessario superare dei gatekeepers, ovvero chi è entrato prima. Una volta dentro, però, si è disposti a fare qualsiasi cosa per restare. Mantenere il proprio personaggio, accrescere il proprio capitale economico riconfermando il proprio capitale simbolico, ecco come si resta nel campo di forze, nel mondo dello spettacolo.

Ogni personaggio, dunque, è la macchietta di sé stesso. Così caricaturale, enfatizzato, esagerato. Prendiamo ad esempio Lola, una Penelope Cruz diversa da come siamo abituati a vederla, spinta verso orizzonti più ampi. La regista ama sé stessa e – conseguentemente – il suo lavoro più di qualunque altra cosa. Così dedita, così passionale. Paradigmatica, in questo senso, la sequenza al teatro dove Lola distrugge i premi vinti dai due attori, mentre Ivàn e Fèlix sono legati l’uno con l’altro con del nastro adesivo. La disintegrazione dell’emblema ultimo del mondo dello showbiz: il premio, la coppa, la statuetta. È come se Duprat e Cohn si stessero chiedendo «fino a dove può arrivare tutta questa pomposità distintiva del mondo dello spettacolo?».

A ogni modo, tutto in Finale a Sorpresa grida a gran voce metacinema. Così come il titolo rimanda a un doppio, anche la narrazione è duplicata. Da un lato, la storia del film che Lola sta realizzando, dall’altra quella sotto gli occhi degli spettatori.

Le lunghe sequenze di prove in preparazione alle riprese ufficiali sono volte a questo, a sbirciare da vicino un mondo artefatto, in cui tutti si sentono qualcuno. Lo stile di ripresa, infatti, si limita a un’osservazione distanziata, ma sempre presente, silenziosa e immobile ma comunque dettagliata e significativa. Anche lo spazio, in questo senso, è saturo di descrizioni, caratterizzazioni che concorrono a una creazione di un ambiente reale, veritiero e minuzioso.

finale a sorpresa
Lola, Fèlix, Diana (Irene Escolar) e Humberto in uno dei frame finali del film

Si tratta di uno scontro tra i classici Apocalittici e Integrati di cui parlava Umberto Eco. Tra chi è ormai parte di un sistema e se ne compiace (Fèlix), e chi invece non accetterà mai di esserne vittima e carnefice insieme (Ivàn).

Finale a Sorpresa, pertanto, si carica di istanze ancestrali e conflittuali, senza però la pesantezza tipica di chi vuole muovere una critica. Il film utilizza una sottile ironia che lo sgrava dal peso di un rimprovero severo. Il tono, allora, aiuta ad alleggerire la tematica apparentemente semplice e rende il film doppiamente interessante. L’utilizzo, inoltre, di topos ricorsivi e tipi di personaggi ben riconoscibili e stereotipati concorre alla creazione di un affresco sincero, puntuale e attendibile.

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