L’insostenibile leggerezza dell’Essere Johnny Depp

Andrea Vailati

Maggio 5, 2022

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Johnny Depp.

Che hai fatto per tutto questo tempo Johnny?
Non sei andato a letto presto, vero?
Certo che no, non era il tuo viaggio quello, non rappresentavi quel sussurro tu.
Volevi essere Brando, non De Niro.

Cosa è andato storto allora? Perché non sei con una luce oscura a interpretare un monologo indelebile?
Come ci sei finito in quel processo, svilito del tuo divismo di ombre iconiche?

johnny depp
Johnny Depp al processo


L’umiliazione, Johnny, sta nell’assenza. Non ti odiano, non ti amano, tendono piuttosto a svuotarti. O, forse, a rielaborarti nella bidimensionalità di una faccia gonfia e di una storia di violenza fastidiosa. Non ti elevano neppure a mostro, piuttosto a maschio fastidioso. Sei il banale esempio del maschio tossico. Volevano che tu fossi meramente dimenticabile. Anche se hai avuto la tua rivalsa, sarà quella di un uomo innocente, non di un vero artista.

Da naufrago demoniaco, bello come l’angelo Lucifero, ora sei viandante annichilito, rockstar di medio livello in un mondo che non cerca più il rock.

Un basso suona ricordi silenziosi, vuoi spiarli per un istante?

Johnny Depp da giovane
DiCaprio, Depp e Pitt

D’altronde, volevi essere una rockstar tu, no?
Avevi quell’animo Johnny, quell’intuizione turbata della bellezza torbida. Quell’ego angelico che sussurra erotismi più profondi. Non eri bello Johnny, eri iconico, eri fascino oscuro.

E che voce poi, una carezza dagli abissi, rauco, rapace e accogliente.

L’hai cercato Brando nei tuoi egocentrici voli pindarici vero? Negli anni ’80 e ’90 bastava il tuo silenzio a smuovere cori di pulsioni represse. Avevi in mano tutta l’eredità degli Stati Uniti più ancestrali, quella bella e dannata, quella di Dean, di River Phoenix, quella di Marlon. Tanti la percepiscono, ma pochi hanno il coraggio di essere capitani di una nave eternamente in fiamme, che vive ai confini del gelo e del fuoco nero.

Leo, Brad lo conoscono quel sentiero, ma non ci entrano mai davvero, preferiscono essere geni del bello che eroi del sublime, loro.

Il sublime, Johnny, è un monologo sull’orrore, è un ultimo tango, è morire nell’apice della vita.
Ma tu, Johnny, ti sei perso tra strati di esistenza e menzogna.

johnny depp
Johnny Depp e Winona Ryder
Johnny Depp e Tim Burton

Hai scoperto le trasformazioni, l’illusione più sincera dell’essere maschera di verità possibili solo nel regno della creazione. Grottesco e delicato, quel Tim Burton ti ha segnato, ti ha legittimato.
Ma non era il punto d’arrivo, Johnny. Era una sperimentazione, non la consacrazione.

Era fiaba grottesca, qualcosa che disvela, ma va squarciata per arrivare lì dove i demoni cantano oneste ballate antiche, d’orrore e bellezza.

O forse no? Forse era lì che si sedimentava un segreto ancora più puro? Forse avevi capito come sfuggire all’abisso.

Quante vite hai vissuto Johnny, mentre fuggivi dalla tua. Cappellaio Matto, creatura dalle mani di forbici, barbiere poeta della vendetta, pirata.

Jack Sparrow ne La Maledizione della Prima Luna

Quella prima scena, emblematica, vero? L’icona di un pirata che sembra grandioso, finché la sua barca si svela una zattera prossima ad affondare. Solo il suo genio egoico rimane, buffo e affascinante, per un istante.

Ah, Johnny Depp, cos’è Jack Sparrow se non la più essenziale semplificazione del tuo animo. Il Capitano sei tu, solo che lo sei in una fiaba, non nella realtà. Jack è la geniale e delirante schizofrenia del tuo animo, ma nel mondo del lieto fine, quello della Disney.

Ti manca vero? Forse sarebbe bello passare tutta la vita in quel mondo dei Caraibi, dove essere te significa essere un eroe nevrotico e divertente, non l’angelo caduto, il demone corroso dalla sua potenza.

La volontà di potenza come arte, trasfigurare la dicotomia realtà-apparenza verso l’illusione pura, verso la libertà di divenire costantemente un’opera d’arte. Brando l’aveva capito, lo sai. Tu anche Johnny.

Cosa è successo allora?

«I tempi cambiano» diceva Pacino ne Il padrino pt. II, quel Pacino a cui hai tenuto testa come solo un grande attore può fare in Donnie Brasco.

The End cantavano i Doors nel finale di Apocalypse Now, lì dove Brando delirando ha creato il miracolo filmico.

E poi Something in the Way dei Nirvana. Forse è lì, in quel brano del 1991 la risposta al tuo romperti.

L’insostenibile leggerezza dell’essere il divo oscuro nei tempi in cui tutto diventa visibile, tutto diventa estetica del mostrato e non del nascosto. Brando spariva, tu brillavi. Come Icaro brillavi, non di sole, ma del lato luminoso dell’oscuro. Troppo, Johnny Depp.

johnny depp
Johnny Depp in Blow

Te lo ricordi quel monologo finale in Blow, Johnny?
Un po’ retorico certo, ma c’era qualcosa vero?

George Jung: «Dio santo!… com’è irrimediabilmente cambiata la mia vita. È sempre l’ultimo giorno d’estate e io sono rimasto fuori al freddo senza una porta per rientrare. Lo ammetto ho avuto una buona dose di momenti intensi! Molti fanno grandi progetti e intanto la vita gli sfugge dalle mani. Nel corso della mia esistenza ho lasciato brandelli di cuore qui e là. E ormai non me ne è rimasto abbastanza per tenermi in vita, ma mi sforzo di sorridere sapendo che la mia ambizione ha superato di gran lunga il mio talento. Ormai non trovo più cavalli bianchi o belle donne alla mia porta».

I tuoi dolori Johnny, perché non li hai resi il tuo capolavoro? Non hai voluto? Non te l’hanno concesso? O non era il tempo per essere insostenibilmente leggenda?
Cosa rimane se non un volto distrutto che può farsi emblema della sofferenza più alta?

Cosa farai ora Johnny? Non puoi essere bello e basta tu, non puoi essere medio, non puoi essere retorica o didascalia.

Forse però qualcosa ce l’hai mostrato, l‘insostenibile leggerezza di non essere nel tempo dei divi abissali, bensì dell’estetiche funzionali, dello stile oscuro senza il demone, del bello e dannato senza la dannazione.

Sei nel tempo in cui ora ti considerano brutto, non vissuto.

Ti ho notato lì a suonare il basso, nel folk dei tuoi Stati Uniti.
Ti patisco Johnny, nel senso greco che non significa colpa o giudizio, ma sentire il tuo sentire puro.
Scusa per le troppe parole, ti lascio nel silenzio della tua musica. Esiste un mondo in cui sei scomparso per suonare la sincerità delle noti dolenti, al di là del bene e del male. Lì, ti sorriderò sempre.

Leggi anche: L’insostenibile tragicomica verità di Don’t Look Up

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