La figlia oscura – Il lato oscurato della maternità

Martina D'Antonio

Maggio 6, 2022

Resta Aggiornato

La figlia oscura (The Lost Daughter) è l’adattamento cinematografico del romanzo di Elena Ferrante, diretto da un esordiente Maggie Gyllenhaal e candidato alla recente edizione degli Oscar.
La trama vede come protagonista la solitaria e rigida Leda Caruso (Olivia Colman), una professoressa di letteratura italiana di mezza età, in vacanza in una spiaggetta privata in Grecia. La forte connessione instaurata con una giovane madre e la sua bambina la induce a confrontarsi con il suo passato.

La donna porta con sé un fardello che lo spettatore può osservare inizialmente in maniera criptica, obliqua, per poi arrivare ai fatti con una precisa minuzia di suoni e immagini tanto soverchianti da generare una morsa che non lascia spazio al respiro, puntando al senso di colpa.

la figlia oscura
Nina (Dakota Johnson) con in braccio sua figlia Elena

Basta un gesto di Elena, la figlia della vicina di ombrellone Nina, a riaprire lo squarcio di una ferita nella memoria. Un ricordo ancora nascosto agli occhi di chi guarda, ma dalla potenza palpabile.

Subito dopo, Leda scappa da quel luogo e dal dolore rievocato per rinfrescarsi con un bicchiere d’acqua fredda che porta alla tempia.

L’acqua de La Figlia Oscura rimanda sia alla tenerezza e al gioco, ma anche al tentativo di lavare via e sciogliere delle macchie indelebili.

Come l’acqua in cui poco prima Leda galleggiava distesa, immersa dal mare per metà. Così l’immagine speculare di famiglia e di una spiaggia comincia ad affiorare, simile alle estati trascorse da Leda con le figlie, Bianca e Martha.

L’ambigua e disarmante realtà

La Figlia Oscura si mostra come volutamente ambiguo, a partire dal titolo. La figlia di Nina si allontana dalla spiaggia per poi essere ritrovata dalla stessa Leda, suggerendo un sinistro legame tra le storie delle due donne: la perdita di una figlia. Attraverso un cammino a ritroso fatto di vividissimi flashback, i ricordi di Leda conducono a poco a poco al periodo precedente: i tre anni in cui ha abbandonato le sue bambine.

É nell’apparente diversità delle due donne, Nina e Leda, che è racchiuso l’elemento della sofferenza materna che le avvicina. É espressa nella differenza di età, negli abiti eccessivi dell’una e quelli più pratici dell’altra. Una vicinanza che alla stesso tempo pone distanza, dove Leda emerge come la madre che non si limita a sognare di fuggire. Le grida di un irrequieta Elena, che esprime frustrazione mordendo la sua bambola preferita, sono la stessa frustrazione di Leda sulle sue mancanze del passato. Grida che le piombano addosso e, come dita in una ferita, la allargano sempre di più.

Leda e le sue figlie, Bianca e Martha

A partire dalla scomparsa della piccola Elena, la macchina da presa inquadra spasmodicamente le acque del mare mosse da chi si prodiga nelle ricerche. Queste stesse immagini confluiscono in altre, un’altra spiaggia in cui vediamo una giovane Leda (Jessie Buckley) chiamare disperata la sua bambina. Sovrapponendo di fatto le bambine, Elena e Bianca/Martha.

Di ritorno dalla spiaggia al suo appartamento hanno inizio flashback sempre più densi, ove le urla e i pianti di preoccupazione delle figlie di Leda entrano letteralmente nella scena presente restando in sottofondo anche quando nella scena torna una Leda adulta. Restituendo l’impressione di passato legato indissolubilmente al presente.

Il non luogo del ricordo e l’importanza dell’oggetto

Un faro che di tanto in tanto si illumina, della frutta marcia, un arancia da sbucciare, una pigna, una bambola. Una blatta affianco al cuscino.Tutti questi oggetti scandiscono il tempo totemico de La Figlia Oscura. Una storia che sembra quasi prescindere una dimensione spaziotempo – pur essendo il tempo attuale della Grecia – per dare più spazio al non luogo della reminiscenza e dell’emotività.

Un emotività più celata, austera e compita nella protagonista adulta, mentre esasperata ed esplosiva nella sua versione giovanile. Un luogo che connette memorie del passato a quelle presenti nel momento della loro riattualizzazione. Sembra che il tempo di La Figlia Oscura sia segnato come dal rintocco di un orologio, che vede al posto delle ore gli oggetti scandire un momento cardine e di accesso a scenari introspettivi. Ogni oggetto diventa un totem fondamentale per accedere a una memoria, e così un cesto di frutta marcia rimanda al gioco dell’arancia da sbucciare senza mai far spezzare la stringa. Mentre una pigna cade sulla sua spalla per costringerla a voltarsi a guardare indietro.

Leda è una donna restia, a tratti inadeguata che spesso si ritrova travolta nel caos. In uno stato delle cose apparentemente fermo e disteso, irrompe ciò che disturba, come il motoscafo con bagnanti rumorosi che invadono la spiaggetta. Un caos che come un onda la travolge mentre si crogiola in quella rilassatezza che a fatica è riuscita a ricrearsi. Persa e frastornata nel panico che la riempie, tutti i dettagli vengono messi insieme e appaiono come spilli inferti nella bocca dello stomaco, gelidi e senza preavviso. Quella stessa morsa che spesso le porta capogiri e svenimenti in precisi momenti, appare come un monito in tutta la concretezza della somatizzazione. Sono manifestazione dell’angoscia, di quel repentino e non richiesto svelarsi di pensieri intrusivi che in un attimo affollano la mente e il corpo irrompendo in un instabile quiete.

Una nuova angolazione della colpa materna

la figlia oscura
Leda Caruso (Olivia Colman)

La Figlia Oscura obbliga a confrontarsi con una morale da scardinare e a cui riguardare senza giudizio, confrontandosi in prima persona con una tematica che da inconfessabile si rende manifesta.

La storia di una madre che tanto ama le figlie e a volte le disprezza è una storia che accomuna ogni madre in una taciuta e conturbante consapevolezza. In La Figlia Oscura non solo si pone il riflettore sulla condivisione di certi indicibili vissuti ambivalenti, ma viene messa in scena la scelta anti etica per eccellenza.

Leda Caurso: «Sono una madre innaturale. Cercavo continuamente di non esplodere e poi sono esplosa».

É così necessario parlare di una madre che consapevolmente abbandona le figlie, di indagarne poi dolore e sensi di colpa successivi a quella scelta, che non importa assolutamente dare voce alle figlie adulte. La prospettiva delle figlie è totalmente elusa dalla narrazione. Queste sono portate nel presente solo attraverso voci rarefatte durante le telefonate con la madre e in qualche descrizione della stessa. Ciò che conta è però il fatto che non sia presente il loro punto di vista. Questa perfetta originale scelta narrativa non risulta essere il cinico voltarsi di lato rispetto al loro di dolore, quanto a rendere protagonista l’altro lato della stessa sofferenza.

Il senso di colpa abbandonico racchiuso bambola rubata

Leda tiene una bambina tra le sue braccia

Dopo aver ritrovato la figlia di Nina, questa torna piangente dalla madre dopo aver perso la sua bambola preferita. Leda, che è colei che ha ritrovato Elena, la vede e gliela sottrae portandola con sé senza apparentemente motivo. Lasciando la bambina disperata.

La bambola è la stessa che Leda aveva ricevuto da bambina dalla madre, una madre descritta come un disastro, e che a sua volta aveva donato alle figlie. La bambola chiamata “mini-mama” rappresenta una sorta di oggetto transizionale, un sostituto della mamma quando questa è impegnata prima con una bambina e poi con l’altra. Un oggetto che diventa passaggio di testimone, e in quanto tale catalizzatore e trasmissore di tutte gli agiti e vissuti generazionali angoscianti. Questo viene mostrato nel flashback in cui la figlia di Leda pettina la mamma fino a tirarle rovinosamente i capelli, per poi essere lasciata con la bambola a riprodurre lo stesso gioco.

In questo senso rubare la bambola rappresenterebbe per la Leda adulta l’espressione di un tratto egoistico/sadico da cui cerca di liberarsi/redimersi, e al contempo la necessità di punirsi tenendo stretto quel senso di colpa attraverso scelte che causano dolore al prossimo. Annullando di fatto ogni possibilità di redenzione e di venire perdonati per il proprio passato.

Non conta ricevere il perdono delle figlie, con le quali nel presente sembra esserci un buon legame. Ciò che non ci si perdona resta con noi, nelle acque più profonde e oscure del dolore.

Leggi anche: The Father: Nulla è come sembra – Sei temi esistenziali

Correlati
Share This