Jack Shephard, il protagonista di Lost, l’uomo di scienza ma anche del cambiamento e del possibile. Un archetipo mitologico che la seguente analisi intende approfondire, a partire dal saggio Mitologia di Lost di Francesca Piombo.
Laddove la scrittrice lo identifica, a ragione, negli archetipi del Salvatore, del Padre e dell’Eroe, qui si vuole instaurare un parallelo tra il personaggio e la dimensione del Dottore secondo il mito greco rivisitato da Cesare Pavese nei Dialoghi con Leucò. Pavese ha dedicato al mito anima, corpo e poesia, ha cercato il segreto di qualcosa che tutti ricordano, una memoria collettiva, l’emozione poetica (e poietica) del ricordare l’immemoriale.
Lost è una serie che nasce dal mito, lo reinterpreta e ne sfrutta espedienti narrativi e speculativi. Il mito non è che un racconto (dal greco mythos), ma insieme un ricordo e la storia di un cambiamento.
Un grande maestro, poi, una volta disse che «il cinema è mito»: esploriamone, dunque, le implicazioni.

Jack Shephard – Le Colpe dei Padri
«Il Signore è il mio pastore»
(Salmo 23)
La storia di Jack Shephard è fatta di superamenti, vessazioni, amore e conflitti. La prima dimensione mitologica, mai banale da riportare, è quella del rapporto con la figura paterna: Christian Shephard.
Tradotto letteralmente il suo nome significa “pastore cristiano“, una guida dunque, un padre tra i padri (e chi conosce il finale della serie avrà già colto i rimandi sottili di questa dimensione semantica).
Non il migliore, tuttavia, quando si tratta di crescere un figlio vero e proprio: Christian non ha fatto altro che mortificare Jack durante la sua infanzia, facendogli credere di non essere mai all’altezza della situazione. Persino in età adulta quest’ombra tormenterà il nostro protagonista nei corridoi dell’ospedale, quando padre e figlio si troveranno a lavorare insieme, quando il padre continuerà ad annichilire il figlio. Jack sembra essere un dottore quasi più per cercare di dimostrare qualcosa a qualcun altro piuttosto che per vocazione o desiderio. In un certo senso vuole spodestare il genitore, dimostrargli che ha gli “attributi” e renderlo fiero, in un perverso e morboso bisogno di riconoscimento da una figura paterna di per se tossica e compromettente.
Lost ripropone «un mito archetipico basato innanzitutto sullo scontro generazionale, ma anche sul desiderio innato che spinge l’uomo a realizzare sé stesso e la propria individualità, a costo di lottare contro ciò che è stato tramandato pedissequamente dal patriarcato, come insieme di regole a cui obbedire, anche se ritenute ingiuste e migliorabili», dice Francesca Piombo in Mitologia di Lost.
Così come Crono spodestò Urano, divoratore dei suoi figli, commettendo in seguito, però, lo stesso errore e venendo, di conseguenza, sconfitto da Zeus, Jack affronta un padre che, come quelli del mito, vede il figlio come una minaccia di superamento e, di conseguenza, cerca di cannibalizzarlo. Lo sminuisce per non perdere il suo primato di chirurgo, finché non farà un errore per cui Jack riuscirà a “sconfiggerlo”. In seguito, tuttavia, lo perderà e le radici dell’uomo e del medico verranno scosse, tutto verrà messo in discussione, in un tormento spettrale di un padre perduto e di un figlio smarrito.
Non è un caso che Christian Shephard sia un fantasma che infesta la serie dall’inizio alla fine, l’ultima persona con cui Jack si confronta.
Tuttavia, sul significato di quell’ultimo confronto tra dottori torneremo più avanti. Vi è un’altra dimensione a fondamento di Lost e che vede nel padre e nel figlio due figure portanti: il tempo.

La temporalità
La serie è incredibilmente sottile a questo riguardo, e ancora una volta è il mito che ci aiuta a leggerla: «i tempi archetipici riportati dal mito sono fissi e consequenziali e simboleggiano il passaggio da una fase di strapotere e onnipotenza in cui il padre si arroga il diritto di vita e di morte sul proprio figlio, alla fase di esilio ed espiazione, per concludere con quella di saggezza e autorevolezza, in cui la dinamica archetipica si scioglie e si risolve. Ecco perché il dio Cronos è il Signore del Tempo e in Lost il tempo lo ritroviamo come una tematico costante e ricca di materiale simbolica su cui riflettere e meditare», come scrive Piombo.
Abbiamo già approfondito in Lost – La Fisica del Tempo il ruolo ampio e complesso che la quarta dimensione assume nella serie; in relazione al mito, a Jack e a Christian si può scorgere quel filo rosso sottilmente dipanato dall’inizio, dal non-tempo del fantasma paterno al dialogo finale fuori da ogni tempo, un dialogo di risoluzione archetipica e, per Jack, di realizzazione e di passaggio, in tanti sensi.
«Non solo vi è una soglia da attraversare, ma una concezione da definire, un’idea di tempo con cui l’uomo si confronta dalle ere più antiche. Cronos, infatti, è il tempo lineare, messo in relazione con l’idea di un inizio e una fine che si dispiegano in maniera consequenziale, mentre Kairos è il tempo collegato al senso dell’opportunità per cui, dato un limite ben preciso e definito di tempo, si possono cogliere o non cogliere i suggerimenti della vita come occasioni positive per operare nel migliore dei modi e quindi andare avanti ed aprirsi ad un futuro migliore, oppure non coglierle, tornando indietro e regredire».
(Francesca Piombo, Mitologia di Lost)
Vedremo a breve come Jack affronta Cronos ostinatamente non solo in quanto padre, ma in quanto tempo. Si tratta di uno scontro che nasce da proiezioni e illusorie aspettative infantili, da un’ostinata resistenza di un adulto che cerca di essere il padre di cui avrebbe avuto bisogno da piccolo. Viene da chiedersi se nel Tempo di Lost Jack oscilli tra un dottore e un bambino che non vedono le possibilità di Kairos, rimanendo in un limbo di traumi irrisolti, tra futuro possibile e regressione puerile, in cerca di un’approvazione e in lotta con un destino, un adesso in cui bisogna operare, prendersi cura, essere dottori.

Jack Shephard – L’Archetipo del Dottore
Cosa sono i mortali se non ombre anzitempo?
(Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò)
Una frase che sembra perfetta per i losties.
I Dialoghi con Leucò sono una serie di ventisette brevissimi racconti, strutturati in forma dialogica. Il tentativo che intende operare Pavese in quest’opera è quello della ricerca, o ancor meglio della riscoperta di quel sostrato culturale comune, irrinunciabile e costitutivo che è il mito. Un mito che, seppur storicamente proprio di un’epoca ormai tramontata (quella greca), ci appartiene ancora in maniera viscerale nella misura in cui sublima ed eternizza le angosce e le esperienze più intime dell’uomo, antico e moderno.
Ogni racconto ha come interlocutori due personaggi presi dalla mitologia greca (rivista attraverso l’etnologia, il pensiero di Freud e l’esistenzialismo).
Nel racconto Le Cavalle interagiscono Ermete ctonio e il centauro Chirone, che ha ricevuto da Ermes il piccolo Asclepio. Costui è un semidio che il centauro dovrà istruire nell’arte medica. In molte varianti del mito, infatti, Asclepio è in un certo senso il primo dottore della storia (tanto da far adirare Zeus e Ade, poiché curando le persone ridusse l’afflusso di morti nell’oltretomba).
Chirone: «Ti ho già detto la sorte che attende costui nelle case mortali. Sarà Asclepio, il signore dei corpi, un uomo-dio. Vivrà tra la carne corrotta e i sospiri. A lui guarderanno gli uomini per sfuggire il destino, per ritardare di una notte, di un istante, l’agonia. Passerà, questo bimbetto, tra la vita e la morte».
Sempre Chirone continuerà a sottolineare come nulla di buono verrà ad Asclepio dalla conoscenza medica. Il bambino, futuro dottore, si sarebbe presto accorto della piaga e viltà delle cose, ma nondimeno avrebbe svolto il suo compito.
Così come Jack che non si tira mai indietro: per lui nulla è irreversibile, come se curare una persona, decidere tra la vita e la morte fosse, in un certo qual modo, una manipolazione temporale.
Shephard è la guida cui i sopravvissuti fanno riferimento fin dai primi momenti che seguiranno il disastro. Secondo Piombo, Jack incarna durante tutta la serie l’archetipo del Salvatore, perché è così che lui ha sempre interpretato la sua professione di medico. Testa i confini del suo potere personale, superare se stesso e vincere una prova, ma vi è anche quel desiderio di rivalsa, giù nel profondo, che possa sanare una ferita sul senso di valore personale e sull’autostima, che fin dall’infanzia senta a guarire.
Vi è una vera e propria ossessione, una mania del controllo: è convinto di essere l’unico che può garantire una strada di salvezza che gli altri non possono trovare. Tuttavia, come dicevamo, vi è anche quella scelta della professione medica per competere o rivalutare sé stesso agli occhi del padre. Quel padre che ritroverà alla fine del tempo, quel Cronos che, in fondo, è l’avversario di ogni medico.
Anche Jack, come Asclepio, dovrà fare i conti con la natura fondamentalmente mortale dell’essere umano, «in un mondo di ombra esangue e angosciosa, di carne corrotta, di sospiri e di febbri» (Pavese, Dialoghi con Leucò). Un dottore, alla fine, non fa altro che opporsi allo scorrere naturale delle cose, non fa altro che rimandare l’inevitabile, impedendo a Cronos di fare il suo corso. In questo senso Jack, come ogni medico, vi si oppone stoicamente. Quello sulla vita e la morte è però, in fin dei conti, un controllo illusorio.
Di conseguenza, ciò che non gli riesce in quanto medico, in quanto figura che rallenta il tempo, è giustamente andare avanti.
Jack è, dunque, un dottore archetipico (non in modo jungiano, si intende), che deve confrontarsi con la miseria umana e l’onnipotenza divina, la morte dei suoi compagni e l’ineluttabilità dell’Isola. Può fare solo una cosa a riguardo: farsene una ragione. In queste parole si risolvono l’uomo di scienza e fede che esistono in Shephard. E non è un caso che nel non-tempo («non c’è un adesso», qui sono le parole di Christian) della realizzazione e risoluzione sia il padre, misura cronologica, spaziale e sentimentale della sua esistenza, a dirgliele.

Nessuna invidia o rancore, nessun istinto di sopraffazione o ricerche infantili di orgoglio: solo un bambino spaventato che non ha idea di dove e quando si trovi, che ha solo bisogno del suo papà. Non un salvatore, però, bensì una guida. Un pastore che semplicemente indichi la soglia, affinché gli altri possano scegliere, cogliere l’opportunità di attraversarla, superarla, andare avanti.
Questo non vuol dire che non vi siano state colpe o odio tra padre e figlio; anzi, significa che, come insegna il mito d’altronde, negli esseri umani possono coesistere amore e rabbia, contraddizioni e soluzioni, la capacità di peccare, ma anche quella di perdonare.
Alla fine di tutto si racchiudono questo insieme poliedrico di significati in cui Lost raduna i padri (Urano, Crono, Christian) e i figli (Zeus, Asclepio, Jack) nell’accettazione di una totale assenza di significato. Gli esseri umani saranno anche ombre anzitempo, nessun dottore potrà mai farci nulla a riguardo, nemmeno il padre dei padri, ma esiste una possibilità in tutto questo.




