House of the Dragon – Recensione di metà stagione

Giulia Pilon

Settembre 22, 2022

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House of the Dragon è un’impresa ardua e problematica.

Un’operazione di difficile realizzazione soprattutto se figlia (o sorella) di serialità di successo mondiale. La parentela con un prodotto di qualità, e di una nomea come quella guadagnatasi da Game of Thrones, è un’arma a doppio taglio.

In generale, sovraccarichi di aspettative, gli spin-off si devono fare carico dei desideri e delle speranze degli affiliati, ma devono anche conquistarne di nuovi.

Rhaenyra Targaryen

Abbracciare dunque l’idea di una nuova leva, tentando di mantenere anche quella vecchia.

I paragoni, in questo senso, non sono quasi mai felici.

Ma guardando House of the Dragon essi sorgono spontaneamente, senza chiedere il permesso di entrare. Voluto o meno, i produttori ricreano (o almeno tentano di ricreare) le atmosfere e le dinamiche narrative della serie-madre (GoT). In questo modo, corteggiano i vecchi amatori già fidelizzati col franchise, nella speranza di coltivarne di nuovi.

È quindi un mondo che già conosciamo ampiamente, noi ormai abitanti di Westeros ed Eeasteros. Ne subiamo volentieri il fascino, così come chi non ci ha mai messo piede. Nuovi adepti e habitué si incontrano in vecchio luogo dalle inedite seducenti sfumature. Drogon, Rhaegal e Viserion, ultimi rimasti di una dinastia calcificata nella storia, si moltiplicano e ritrovano i loro antenati: Syrax, Calaxes, Meleys, tra i tanti.

L’arco narrativo si presenta sotto nuove spoglie, tessendo le fila di un presente ormai già passato, eppure è ancora così aggrovigliato nella sua complessa matassa.

Ed ecco che finalmente diamo un volto anche al lignaggio tanto raccontato da Daenerys, anche se ancora molto lontano dal padre Aeris II “The Mad King“. Viserys I, Daemon e Rhaenyra. Quest’ultima che sembra recare con sé le scintille distanti di un’eroina senza macchia e senza paura.

Eppure, succede che anche la determinazione più pura si umanizza. Proprio come i loro futuri posteri, dietro la fierezza di una casata reale, nascondono vulnerabilità indesiderate.

I Targaryen, protagonisti indiscussi di House of the Dragon, riprendono un racconto stratificato nelle coscienze finzionali e non. Provano così a completare e mettere insieme i pezzi di un puzzle durato otto fortunate stagioni, nel tentativo di dare una degna rappresentazione alla dinastia che prima di tutti si è conquistata il trono di spade.

Sono giochi di potere, dunque, quelli che si innescano nelle dinamiche narrative. Quelli che animano la vita di corte e la serie stessa. Tutto, in House of the Dragon e in Game of Thrones, ruota attorno al raggiungimento di un tacito riconoscimento unanime di potere, concretizzato nella seduta al Trono.

Il Re Viserys I Targaryen

Il Trono

In House of the Dragon, ambientata centosettantadue anni prima della nascita di Daenerys, il Trono su cui ora siede il malinconico e pensieroso Viserys I Targaryen è più grande di quanto lo ricordavamo. Forgiato dalle spade che si arresero innanzi ad Aegon il Conquistatore, il Trono è la sedia più pericolosa (e la più desiderata) di Westeros. Tant’è che durante il primo episodio (Gli eredi del drago) è proprio il re a recarsi una ferita con una delle lame.

Mentre ci immergiamo nell’intricato mondo di House Of The Dragon una sensazione familiare ci perviene. Un avvertimento di natura psichica ci accompagna alla scoperta dei nuovi rappresentanti della casata Targaryen: tentiamo inconsapevolmente di cercare Daenerys o quel che le apparteneva.

Il coraggio, la scaltrezza, l’astuzia, la bramosia di potere, la ricerca di giustizia, la sete di vendetta, la ricerca di familiarità, la vulnerabilità ma anche la spietatezza.

Cerchiamo dunque di inseguire quel che ci resta di un ricordo quasi dimenticato.

Daenerys è dislocata in tutti i Targaryen, ognuno di loro reca con sé un pezzo di quel che abbiamo imparato a (ri)conoscere.

La famiglia Targaryen

Viserys I è la fragilità insostenibile di un uomo solo che pensa di sapere, bramoso di riconoscenza e di gratitudine ma divorato dalle sue stesse debolezze, di speranze già caduche. Dopo la morte della moglie Aemma Arryn è disperso tra le alte maree del suo isolamento interiore. Si lascia andare tra le braccia di Alicent Hightower, dama di compagnia nonché migliore amica della figlia. Grembo che per lui assume un significato salvifico. Una scelta coraggiosa e di cuore, ma imprudente, avendo preferito lei alla figlia degli alleati secolari, i Velaryon.

Daemon, fratello del Re, nonché zio di Rhaenyra, è l‘astuzia, la caparbietà. È l’anelito verso qualcosa di sempre più grande, uno sguardo ricco di voluttà. Mosso da una spietatezza latente Daemon è scaltro, si muove sinuoso, galleggia e sorvola tutti gli altri.

Rhaenyra è un’arma a doppio taglio. Due facce della stessa medaglia. Una principessa che ama sentirsi libera e donarsi ai piaceri di una vita mondana. Una ragazzina che vuole sentirsi donna, padrona del suo destino e delle sue scelte. (Quasi) invincibile e moderna, Rhaenyra rimane pur sempre una principessa, prigioniera di una logica monarchica che la vuole sposata, relegata ai suoi doveri di sangue blu.

house of dragon
Daemon e Rhaenyra Targaryen

Le trame di questi personaggi sono punteggiate e accompagnate da quelle dei loro comprimari che, insieme a loro, concorrono alla creazione di un mosaico di intrighi e castighi.

Le (sotto)trame in House of the Dragon

In mezzo, c’è Alicent Hightower, combattuta tra il suo essere ligia, scrupolosamente osservante, e la cieca fede che ripone nella famiglia Targaryen. Esemplare, in questo senso, la sua entrata al banchetto pre-nozze tra Rhaenyra e Laenor Velaryon nel quinto episodio (We Light the Way). Trionfale e conturbante, l’ingresso è un gesto liberatorio, catartico, simbolico. Alicent è la fiamma verde in cima alla fortezza reale, colei la cui fiducia è stata tradita. Prima dall’amica Rhaenyra, che le aveva giurato di non essersi abbandonata a piaceri carnali, e poi da suo marito, Viserys I, che sapeva la verità ma ha taciuto. In quel preciso momento Alicent si esprime senza dire nulla, comunicando fierezza con la sua sola presenza e i suoi gesti intrisi di significato.

Alicent Hightower nell’episodio cinque di House of the Dragon

Insomma, a House of the Dragon piace giocare, soprattutto con elementi ricorsivi e tipici nella narrazione di Game of Thrones.

We Light the Way

Paradigmatico, di nuovo, l’episodio cinque, che si presenta come un mid-season finale, tinteggiato di tensioni che scoppiano nel climax finale del banchetto.

Nell’aria aleggia qualche presentimento, la percezione di una possibile catastrofe. La principessa, nonché futura regina, e Leanor, suo futuro marito, hanno accettato la loro unione all’insegna di una tacita obbedienza alle regole del regno.

«Il matrimonio è dovere, un patto, un’alleanza per il bene del reame, il piacere si può e si deve trovare altrove», sembrano dirsi implicitamente.

Non concordano Ser Criston Cole, neofita dell’amore romantico e amante di Rhaenyra e Daemon, che le propone una fuga improvvisa con lui.

La scena reca con sé qualche richiamo a quei classici momenti alla Game of Thrones, in cui tutti gli equilibri sono precari e il sentore di morte e disgrazia diviene sempre più palpabile. Qualcosa però non funziona, è tutto troppo repentino e molto distante dalle Nozze di sangue. Il conflitto di Criston Cole, tra la devozione alla cavalleria e l’agonia di un desiderio di libertà, che culmina con l’uccisione di Joffrey Lonmouth, amante di Laenor, risulta un po’ debole.

Complici i pochi episodi trascorsi, la scarsa conoscenza che lo spettatore ha acquisito dei personaggi in scena, un salto temporale improvviso, i paragoni autoimposti con la serie madre.

Dopo cinque ore di girato e altrettante davanti House of the Dragon, appesantita dalla greve eredità, si presenta poderosa e gagliarda, ma un po’ claudicante e problematica.

La scelta azzardata di un altro salto temporale, come suggeriscono le anticipazioni all’episodio sei (The Princess and the Queen), risulterà funzionale?

Possiamo comunque, alla fine dei conti, dirci felici di aver finalmente ritrovato quella sensazione di fibrillazione nell’attesa dell’appuntamento settimanale, che ci fa sentire parte di qualcosa di più grande.

Leggi anche: House of the Dragon – La solitudine di Viserys I

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