House of the Dragon ci ha sedotti e abbandonati

Giulia Pilon

Ottobre 26, 2022

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C’è un momento in Game of Thrones, la stretta parente di House of the Dragon.

Un attimo che sembra durare secoli, in cui la legittima erede al trono Daenerys Targaryen cambia espressione. È quasi impercettibile, è una questione di frazioni di secondo in cui i muscoli del suo viso si contraggono, gli occhi si stringono. Il suo sguardo suggerisce qualcosa di più grande. La sua fedelissima Missandei è stata decapitata. È guerra. Qualcosa di enormemente rilevante è cambiato, e noi spettatori lo percepiamo, e lo temiamo.

Cersei Lannister, aprendo un conflitto decisivo con l’ultima superstite dei Targaryen, si era appena delineata il suo destino di morte certa. Allo stesso modo, Daenerys stava vivendo la stessa sorte dei suoi antenati, virando la sua ventura verso la follia, verso l’inevitabile baratro della Casata dei Draghi.

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Daenerys Targaryen nell’episodio 08×04 (The Last of the Stark) di Game of Thrones

Ecco che allora il finale di stagione di House of the Dragon assume un nuovo significato.

Si ricopre di una nuova, simbolica, valenza. Le lacrime di Rhaenyra annunciano qualcosa di più grande di una guerra civile. Esse sono sintomo dell’ineluttabile e fatale corso della famiglia Targaryen, destinato a una pazzia irreparabile. Che a pensarci non è poi così dissennata e insensata.

Rhaenyra Targaryen nell’ultimo frame dell’ultimo episodio

Ma facciamo un passo indietro. 

Il nono episodio di House of the Dragon si presentava come l’inizio della fine.

Un delizioso antipasto in vista di quella portata principale (pre)annunciata molto prima. Se ne sentiva il profumo da ormai qualche puntata, dove ogni scusa era buona per minare a quell’equilibrio precario che sopravviveva a fatica. Fino a dove si spingeranno i pungenti botta e risposta tra i Verdi e i Neri? Quando cederà – finalmente – uno dei due?

La prevedibile frattura, prima cicatrice e poi ferita insanabile, si avvertiva da tempo.

C’era stato il giuramento dei Sette Regni alla futura, legittima, erede al trono Rhaenyra, fortemente voluto dal padre. Il vestito verde di Alicent, che con fermezza ed eleganza aveva messo in mostra la sua casata (e la sua posizione), gli Hightower. E poi, la nascita dei bastardi, Jace e Luke Velaryon, che si era elevata a innesto per importanti sviluppi narrativi. Come, ad esempio, la rabbia degli zii Aegon e Aemond, trasformati in braccia dell’operazione Hightower. I due sono soltanto il prodotto delle bramose mire espansionistiche dei Verdi, due tele bianche imbrattate dell’odio degli Hightower per i Targaryen. La perdita dell’occhio di Aemond, durante una lite tra ragazzi, segna la separazione definitiva tra le fazioni, portata al suo climax con la morte del Re.

 Viserys I – ora diventato il Pacifico – aveva tentato, invano, di unire sotto l’unico tetto dell’amore le due parti, ma con il suo delirio psicotico aveva combinato soltanto guai. Confessando, in punto di morte, quella profezia tramandata da Targaryen a Targaryen (Il Canto del Ghiaccio e del Fuoco) alla persona sbagliata (sua moglie Alicent) aveva innescato una serie di reazioni a catena. Gli Hightower – in buona ma non buonissima fede – si erano così convinti della legittimità al trono di Aegon II. L’aumento del loro capitale simbolico, in un certo senso, li aveva resi compatti all’insegna di un’interminabile cupidigia di potere, sotto le mentite spoglie di una rivendicazione doverosa e dovuta. «Duty» (il Dovere) e «Honor» (l’Onore) sono infatti le parole che sentiamo ripetere più spesso dai Verdi.

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La fazione dei Verdi, da sinistra (Aegon, Aemond e Haelena Targaryen, Alicent e Otto Hightower)

Avevamo invece lasciato i Neri in balìa delle loro convinzioni bonarie.

Durante l’episodio finale di House of the Dragon, pertanto, li vediamo soccombere nella completa naïvité. Rhaenyra, ben radicata nel ruolo materno e protettivo, è addolorata più che sorpresa nell’apprendere dell’incoronazione del suo fratellastro Aegon II. Figlia delle lezioni pacifiste – e utopistiche – di suo padre, deve tenere saldo il regno, evitando in tutti i modi un conflitto potenzialmente autodistruttivo.

Rhaenyra Targaryen viene incoronata Regina dalla fazione dei Neri

Rhaenyra: «Come regina qual è il mio vero dovere verso il reame? Assicurare pace e unità o sedere sul Trono di Spade a qualsiasi costo?»

Daemon: «Sembri tuo padre».

Rhaenyra: «Mio padre è morto. E ha scelto me come sua erede. Per difendere il reame, non per gettarlo in una guerra».

Daemon: «Il nemico ha dichiarato guerra, e tu che cosa intendi fare?
Rhaenyra: La promessa di una guerra di eccita?»

Daemon: «Non puoi inchinarti agli Hightower. Hanno rubato ciò che ti spetta di diritto».

Rhaenyra: «Se potessi prendere il Trono di Spade senza mettere la testa di Otto Hightower su una picca, lo faresti?»

Daemon: «Non sei furiosa?»

Rhaenyra: «Dovrei dichiarare guerra perché sono furiosa?»

Daemon: «No. Perché è il tuo dovere in quanto regina stroncare la ribellione. […] Mio fratello era schiavo di auspici e di presagi. I Sogni non ci hanno resi Re. I draghi sì».

Ben diversa è invece la posizione del marito Daemon. L’impavido dal cuore d’oro sembra risvegliarsi ora da anni di intorpidimento ideologico e reazionario, scuotendo così il suo animo biologicamente belligerante. Un momento, questo, che riafferma il suo (vecchio) ruolo all’interno della storia, ma che lascia comunque perplessi a livello narrativo. Chi è allora Daemon Targaryen? Un ribelle avveniristico o un ligio padre di famiglia, nonché fedele difensore della casata?

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Daemon e Rhaenyra Targaryen

Quella di Daemon non è di certo l’unica problematica che insorge durante la prima stagione di House of the Dragon.

Diversi personaggi, infatti, restano fluttuanti in un incerto mare di probabilità, di vaghezza identitaria. Haelena Targaryen, ad esempio, tenta di urlarci il suo posto nel mondo con strampalate profezie a cui nessuno presta però attenzione («Aemond dovrà chiudere un occhio per ricevere un drago», «La bestia è sotto al tavolo»). Dimenticata dalla famiglia (e dagli autori), l’ultimogenita viene promessa in matrimonio al fratello Aegon, finendo schiacciata da personaggi (apparentemente) più importanti. Allo stesso modo, Rhaenys Targaryen, the Queen that never was, percorre un arco narrativo claudicante. Quell’accecante e repressa rabbia per il mancato Trono sembra spegnersi piano piano, e con essa anche i tratti più spigolosi e interessanti del personaggio.

La giovane Haelena Targaryen e la madre Alicent Hightower

L’impressione, dunque, è che il vero conflitto a livello attanziale arrivi troppo presto e si dissolva in fretta o, in alcuni casi, troppo tardi e non abbia tempo per disvelarsi completamente.

I fratelli Jace e Luke Velaryon (o Strong), in questo senso, assurgono a emblema paradigmatico.

La loro nascita dovrebbe di per sé essere un enorme conflitto impedente, invece, tutto scorre lungo i fili di un equilibrio precario. La stagione viene ricoperta del tipico meccanismo narrativo di “semina e raccolta”. Per dirla alla McKee, un’operazione che semina informazioni in profondità e le raccoglie nel momento più opportuno alla narrazione, permettendo così la creazione di curiosità e sorpresa coi punti di svolta. Nel particolare caso dei fratelli Velaryon, i cosiddetti turning points sembrano non arrivare mai. O meglio, indugiano e si attardano. Ci sono tante occasioni mancate, l’allenamento con Cole e Strong che trasuda tensioni latenti (in We Light the Way) o l’ultima cena di Viserys, dove si respira a fatica, tra una frecciatina e l’altra (in The Lord of the Tides).

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Da sinistra: Jacaerys e Lucerys Velaryon con la madre Rhaenyra

Lo scontro tra Aemond e Lucerys arriva preannunciato e, senza sorprese, termina con l’uccisione di quest’ultimo. A conferma della legge del profitto crescente, secondo cui più spesso facciamo un’esperienza, minore ne è l’impatto.

Viserys: «L’idea che noi possiamo controllare i draghi è un’illusione. Sono una forza con cui l’uomo non dovrebbe mai scherzare e la ragione che ha portato Valyria al suo tragico destino».

È un problema di meccanismo, allora, quello di House of the Dragon.

La narrazione si dispiega troppo lentamente, e svanisce troppo velocemente, per quello che di fatto espone. Si ha la sensazione che la prima parte della stagione, che racconta l’adolescenza di Rhaenyra e i primi anni del regno di Viserys, potesse essere raccontata nella metà del tempo che effettivamente occupa. Le pedine di questo rinomato gioco dei troni (dove riecheggiano pungenti le parole di Cersei, «when you play the game of thrones, you win or you die») non hanno bisogno di troppe spiegazioni. I personaggi sono esattamente così come li si vede dalla prima puntata, nessuno di loro subisce un cambiamento tale da necessitare archi narrativi così lunghi.

Durante questa prima stagione – che ha tutto il sapore di un estesissimo pilot introduttivo – si ha la sensazione che tutto possa precipitare da un momento all’altro. Cresce in noi spettatori un desiderio palpitante di curiosità, veniamo sapientemente sedotti in un gioco di potere dalle mosse affascinanti. Nonostante House of the Dragon si stagli in un universo di fictional history, dove i fatti già si conoscono, sentiamo la necessità di sapere di più, di vedere come questi vengono raccontati.  

L’operazione di House of the Dragon nasceva dunque gremita di aspettative, di desideri e di speranze. Raccoglieva pertanto una fanbase affamata, assetata di nuove storie, nuovi intrighi, senza contare un linguaggio già ben consolidato e rodato, quello della cugina Game of Thrones.

Aemond Targaryen dà sfoggio del suo nuovo occhio di vetro

Nonostante ciò (o a causa di ciò) la serie – o perlomeno questa prima stagione – fatica a trovare un’identità propria. A metà tra il fantasy drama politico e il fantasy drama di guerra, non riesce a sbilanciarsi né da una parte né dall’altra.

Per tali motivi, l’ultimo episodio (The Black Queen) è qualitativamente superiore agli episodi precedenti. Racconta, narra, descrive, crea conflitti, si appassiona e appassiona, prende posizione. Ma non fino alla fine. Se per sua definizione il finale di stagione nasce per chiudere delle fila e aprirne delle altre, questo raggiunge il suo scopo soltanto a metà. Si gonfia ma non esplode, ponendoci tutti innanzi un dilemma ancestrale: sovversivo o opportunista?  

Le lacrime di Rhaenyra – un fin troppo palese tentativo di cliffhanging (davvero ne abbiamo ancora bisogno?) – comunque ci rimandano a una verità importante: non si deve scherzare col sangue dei Targaryen.

E alla fine, sedotti con l’inganno e poi abbandonati, noi spettatori cadiamo nel tranello di questi morbosi giochi di potere, e non vediamo l’ora di ballare la Danza dei Draghi.

Leggi anche: House of the Dragon – Recensione di metà stagione

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