Hitchcock e la percezione cinematografica: l’effetto Vertigo

Sabrina Pate

Marzo 20, 2023

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Alfred Hitchcock: «Già quando stavo girando Rebecca, nella scena in cui Joan Fontaine sveniva, volevo mostrare che provava una sensazione speciale, che tutto le si allontanava prima della caduta. Mi ricordo sempre che una sera, al ballo del Chelsea Art, all’Albert Hall di Londra, mi ero ubriacato terribilmente e avevo avuto questa sensazione; tutto si allontanava molto da me. Ho voluto ottenere questo effetto in Rebecca, ma invano, perché questo è il problema: restando fisso il punto di vista la prospettiva deve allungarsi. Ci ho pensato per quindici anni. Quando me lo sono chiesto di nuovo nella Donna che visse due volte, il problema si è risolto servendosi del Dolly e dello zoom, simultaneamente».

(François Truffaut – Il cinema secondo Hitchcock, 1993)

Alfred Hitchcock è ad oggi uno dei nomi più celebri della storia del cinema. Riconosciuto come maestro indiscusso della suspense, è stato artefice di una vera e propria rivoluzione del linguaggio cinematografico. In questo celebre dialogo con Francois Truffaut, Hitchcock racconta di uno dei suoi più noti marchi stilistici: l’effetto Vertigo.

Con effetto Vertigo si intende un effetto di distorsione dell’immagine cinematografica dato dalla combinazione di uno zoom in avanti e una carrellata in indietro.

Con l'effetto Vertigo, Alfred Hitchcock ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico, permettendo allo spettatore di percepire la vertigine.
Vertigo (1958).

Banalmente, un semplice zoom in avanti ci avvicina a un soggetto, mentre una carrellata in indietro ci allontana da esso. La genialità di Hitchcock, dopo quindici anni di sperimentazioni, è stata quella di combinare questi due elementi ottenendo così un’alterazione dello spazio sullo schermo e del campo visivo dello spettatore.

L’effetto Vertigo prende questo nome poiché Hitchcock l’ha impiegato per la prima volta nella Donna che visse due volte (1958), il cui titolo originale è appunto Vertigo. Questo effetto di distorsione viene usato nel film per un motivo ben preciso: restituire la percezione di vertigine che vive il protagonista, John Ferguson, detto anche Scottie, interpretato da James Stewart.

La vertigine è un tema centrale all’interno della pellicola.

Ferguson lascia la polizia proprio a causa di questa sua acrofobia (la fobia delle altezze). Dopo un periodo di mancato servizio, accetta però l’offerta di un amico di lunga data, Gavin Elster, di pedinare la moglie, Madeleine. Tuttavia, l’indagine viene compromessa proprio a causa del fatto che Scottie soffre di vertigini. In una celebre scena, insegue Madelaine sulle scale di un campanile, ma è costretto a fermarsi prima di poter arrivare in cima poiché in preda a questa sensazione di vertigine.

Con l'effetto Vertigo, Alfred Hitchcock ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico, permettendo allo spettatore di percepire la vertigine.
James Stewart in Vertigo (1958).

Poiché la vertigine impiega un ruolo centrale nell’opera, Hitchcock non si voleva limitare a descrivere esteriormente lo stato interiore del protagonista. Un altro regista avrebbe ritenuto abbastanza che il personaggio dicesse a un altro “soffro di vertigini” o “ho paura delle altezze”. Hitchcock invece voleva che lo spettatore percepisse sulla propria pelle questo effetto di straniamento, di allontanamento da una realtà che si deforma dinanzi ai propri occhi. Così in questa scena fa uso di una inquadratura in soggettiva, permettendoci di vedere le cose con gli stessi occhi di Ferguson. Guardiamo in fondo alle scale ed ecco che tutto si deforma, si dilata, si allontana. Abbiamo le vertigini.

L’effetto Vertigo è ben oltre una mera decisione stilistica. Come si evince dalle sue parole a Truffaut, esso nasce da un’esigenza vera e propria: quella di poter trasmettere uno stato mentale senza filtri, di farlo vivere in prima persona.

La vertigine nella Donna che visse due volte non è però solo quella che percepiamo in preda a un precipizio o sulla tromba delle scale, ma la vertigine di un amore irreale e impossibile.

La vertigine, come percezione alterata della cose, non è allora che una metafora di quella distorsione della realtà cui è soggetto Ferguson per quasi tutto il film.

James Stewart in Vertigo (1958)

La sua vista è annebbiata, non vede le cose come sono realmente. La realtà che percepisce è deformata, illusoria poiché è innamorato di una donna che non esiste, o forse che è esistita due volte. L’amore per Madeleine lo ossessiona, ma poi si rende conto che quella donna che ha conosciuto e amato non è mai stata Madeleine, ma semplicemente un personaggio inventato da Judy, amante di Gavin.

Solo alla fine della pellicola Ferguson si rende conto dell’inganno e proprio in quel momento sconfigge la sua paura dell’altezza. Quando sale le scale per rivivere il giorno della morte di Madeleine, non è più sopraffatto da quel senso di vertigine e può raggiungere la cima e finalmente guardare le cose dall’alto della verità. Allo stesso modo, noi spettatori non siamo più preda di quell’effetto di distorsione, ma vediamo l’intreccio della storia svelarsi chiaramente ai nostri occhi.

Quando Vertigo uscì in sala nel ’58, il pubblico non ne comprese la straordinaria portata. Lo stesso Hitchcock non fu mai pienamente soddisfatto della sua opera.

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(François Truffaut – Il cinema secondo Hitchcock, 1993)

A distanza di sessant’anni dall’uscita del film, riconosciamo però questa sua opera come un capolavoro della storia del cinema. L’innovazione stilistica apportata dall’effetto Vertigo ha segnato un segno di svolta epocale nel linguaggio cinematografico. Basti pensare che questo effetto è stato infatti impiegato da registi eccelsi, come Steven Spielberg ne Lo Squalo (1975) e Martin Scorsese in Quei bravi ragazzi (1990).

L’effetto Vertigo in Lo squalo (1975).

Hitchcock è stato uno dei primi registi a intendere realmente le potenzialità del cinema, un mezzo che permette non solo di descrivere uno stato d’animo o una storia, ma di farla vivere, percepire in prima persona agli spettatori in sala.

Potremmo forse allora ribattezzarlo come maestro della percezione cinematografica.

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