La dimenticanza come strumento narrativo
La perdita di memoria permea la filmografia di Lynch e rende enigmatica la configurazione narrativa, caratterizzata, per questo, da una dispersione degli eventi nel tempo e da un spaesamento dei personaggi, colti in una condizione di assenza o di fragilità identitaria.
«L’oscurità è la percezione del mondo, della natura umana e della mia stessa natura, tutte combinate insieme in un’unica sfera melmosa».
(Lynch)
L’oscurità di cui parla lo stesso regista, descritta come “sfera melmosa” , traduce l’incapacità dei soggetti di ricordare. Il personaggio lynchiano dimentica, trattiene soltanto frammenti sparsi, opera un lavoro di cancellazione del proprio passato e, di conseguenza, della propria identità.
La tendenza a dimenticare: una condizione di amnesia
Lo stato amnesico dei personaggi rafforza il lato oscuro della loro interiorità e, allo stesso tempo, evidenzia le tensioni nascoste che attraversano la realtà esterna in cui i personaggi vengono collocati. Il tentativo di dare una spiegazione al reale magmatico risulta impossibile, dal momento che le certezze storiche e identitarie si sgretolano costantemente e ciò che resta è l’ignoto.
Nei film del regista statunitense, la materia fisica e psichica dei soggetti viene ridotta in polvere: il corpo diventa brandello e la mente perde traccia della sua essenza.
Dimenticanza e confusione identitaria in Strade perdute
Con il film Strade perdute (1996) la questione identitaria si rafforza diventando sempre di più uno strumento narrativo e un espediente funzionale per garantire un ritmo al racconto, anche se contorto e imprevedibile.
Nel film, Fred Madison, sassofonista jazz di Los Angeles, viene arrestato perché accusato di aver ucciso la moglie Renée. Il giorno seguente, nella cella del carcere, Fred si risveglia un altro uomo: Pete Dayton. Ciò che accade rimane un enigma senza soluzione razionale: per Fred – Pete è impossibile, infatti, spiegare che cosa sia accaduto. Il giovane, colpito da fortissime emicranie, non ricorda che cosa sia successo durante la notte appena trascorsa. In questo caso, la dimenticanza dei fatti coincide con la perdita e lo scambio di identità ed è funzionale allo sviluppo diegetico di tutto il film, fino alla scena finale in cui Pete torna ad essere Fred in preda ad una corsa nel buio, lungo un’autostrada nel deserto, per sfuggire alla polizia.

Dimenticanza: perdere la propria identità antropologica in Mulholland Drive
La condizione di amnesia torna ad essere evidente nel capolavoro Mulholland Drive (2001): due donne protagoniste, due corpi senza storia e senza memoria.
Rilevante a questo proposito è soprattutto la figura di Rita: un corpo che apparentemente potrebbe appartenere a chiunque, privo di identità e dall’interiorità completamente ignota.
Chi è la donna che dice di chiamarsi Rita, dopo aver visto il poster del film Gilda con Rita Hayworth, e che la giovane Betty trova nella casa della zia Ruth? Non lo sa nemmeno Rita, unica sopravvissuta ad un incidente d’auto avvenuto sulla celebre strada di Hollywood Mulholland Drive. La donna, infatti, a causa del terribile incidente, ha perso la memoria e non riesce più a ricordare nulla del suo passato. Soltanto attraverso la perdita, può tentare di riscrivere il presente.
L’identità antropologica del singolo viene sempre messa in discussione: attraversa stati di crisi evidenti che garantiscono, tuttavia, una possibilità di cambiamento e il tentativo, anche se spesso fallimentare, di affermazione del sé da un punto di vista profondamente umano.
Il concetto di “identità antropologica” viene alimentato, dunque, dalle contraddizioni insite nella natura umana, dalle ossessioni e dai desideri più reconditi dell’uomo.

Una dimenticanza individuale e sociale
I soggetti lynchiani sono corpi che, per ragioni diverse, attraversano uno stato di sofferenza e annullano i loro ricordi e, con essi, la loro identità.
In Lynch, la cancellazione non è soltanto individuale, ma acquisisce una connotazione di natura storica. Il soggetto non cancella, infatti, soltanto i crimini e le vicende personali, ma anche i fatti e i malfatti dell’intera società umana.
Non è soltanto il singolo a dimenticare, è tutta la società a offuscare il passato e a preservarne soltanto minime tracce. Il mistero oscuro dell’uomo che fa la storia e che la distrugge a sua volta, per poi riscriverla, è una questione imprescindibile del cinema lynchiano tanto quanto il sogno, il doppio e l’intreccio tra conscio e inconscio.

Eraserhead: una mente che cancella
Emblematico in questi termini è il primo lungometraggio realizzato da Lynch nel 1976 dal titolo di per sé esplicativo Eraserhead, ovvero Una mente che cancella.
Aldilà delle tante implicazioni psicoanalitiche che il film solleva, è rilevante sottolineare come nel film d’esordio del regista, la tematica della cancellazione sia già centrale.
Il protagonista Henry vive in una Philadelphia tenebrosa, oscura, priva di natura umana, in cui il rumore fastidioso delle macchine industriali elimina ogni possibile forma di vita. Eppure, una creatura deforme viene alla luce. Il figlio di Henry, nato prematuramente e apparentemente concepito senza atto sessuale, non ha un’identità e non ha un corpo: è una creatura amputata che porta con sé la sofferenza.

La mente diventa gomma: una logica surreale per la dimenticanza
Rimasto solo a prendersi cura del bambino malato, Henry ha innumerevoli e inquietanti visioni: tutto appare come un sogno e si svolge in un teatrino che anticipa la struttura della stanza rossa della celeberrima serie Twin Peaks. Improvvisamente la testa di Henry si stacca dal corpo, viene trovata per strada da un ragazzo e portata in laboratorio. Qui, il cervello dell’uomo viene estratto e utilizzato per fabbricare le gommine da cancellare che vengono applicate sulle matite.
In Eraserhead, Lynch ricorre ad un linguaggio surreale, vicino agli incubi surrealisti di Buñuel e allo stile figurativo del pittore Francis Bacon per tradurre in frammenti visivi quello che nei lungometraggi successivi verrà declinato sotto forma di perdita e riscrittura della memoria, dell’identità e della consapevolezza storica.

La mente del protagonista non è altro che materia utile per cancellare il segno della matita realizzato da un altro uomo. Già nel primo lungometraggio, la vocazione distruttiva dell’uomo si irradia sull’intero pianeta: Henry uccide con le sue mani la creatura inerme da lui stesso generata, provocando la conflagrazione di tutto il pianeta che implode su se stesso.
L’istanza nichilistica poggia sulla sovrapposizione, evidente nel prologo, tra la testa del protagonista e il pianeta: la testa di Henry si stacca dal resto del corpo rendendolo, quindi, un corpo che perde la propria identità. Ed è così che la mente del protagonista diventa gomma che cancella ogni traccia umana. Paradossalmente, l’annullamento, esasperato dalla distruzione del pianeta stesso, porta con sé la ricostruzione.
Dimenticare per riscrivere
Il dimenticare è, dunque, per Lynch un’attività inevitabile perché connaturata alla natura umana. Eppure è proprio la cancellazione che permette al singolo di ristrutturare il proprio io, di riscrivere la propria identità individuale e sociale e, allo stesso tempo, di dare nuova forma al reale, afflitto da molteplici forme di dolore.
La ricostruzione antropologica, come si legge nelle parole di Lynch riportate a inizio testo, non può fare a meno dell’oscurità. Dal momento che «l’oscurità è la percezione del mondo», essa diventa un elemento fondamentale per cercare di attribuire un significato, seppur opaco, all’universo umano e a ciò che lo circonda.
Il processo di riscrittura del proprio io e del reale affonda le radici nel nulla, nel buio e nella dimenticanza e, proprio per questo, si carica di un valore fortemente arbitrario.
«Preferisco ricordarmi le cose a modo mio» – ribadisce Fred Madison in Strade perdute del 1996.




