Taxibol di Santambrogio – L’universalità democratica delle considerazioni

Giulia Massara

Aprile 14, 2025

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Involucro post-moderno. Consistenza simbolica tra cattiva ostinazione e loquacità terapeutica. Silenzio nelle crepe inaridite di un luogo, più luoghi, dove la giustizia non è sinonimo di democrazia. Taxibol è una considerazione! Considerazione sull’amore, sulla vita, sul linguaggio, sulle metamorfosi, le distruzioni, i sentimenti, l’odio, la guerra, la politica.

Tommaso Santambrogio restituisce al piano sequenza, la possibilità di esprimersi tratteggiando la libertà di un confronto che va oltre l’azione politica e oltre lo spazio.

In Taxibol la riflessione è imparziale

Taxibol

Lav Diaz conversa con un tassista cubano. Uno parla in inglese l’altro risponde in spagnolo, ma il dialogo è così intimo che i due si comprendono perfettamente. In uno scambio che elude qualsiasi tecnicismo e, sembra, si distanzi da (eventuali) indicazioni dettate da una probabile sceneggiatura. Il confronto tra loro ci riguarda, riguarda l’uomo e le sue aspirazioni, tutto, appunto, attraverso la “considerazione”.

Cosa c’è di più democratico della considerazione?

Muoversi lungo strade diverse, attraversare le differenze; Lav Diaz è un regista filippino che ha descritto, narrato, i tanti volti del suo Paese, le tante contraddizioni. L’ha fatto magistralmente, mostrando tutto il suo amore, ma anche aspetti discordanti e irriverenti, in una lentezza estatica ed estetica, in una staticità fuori tempo ma dentro uno spazio ben determinato. Il linguaggio è il primo elemento. Esso unisce e sdoppia i due personaggi, il tassista e Diaz che, con la sua loquacità, si esprime anche contro l’industria del cinema dentro le logiche di mercato. L’industria non crea – piuttosto – frantuma il significato ideale al quale dovrebbe corrispondere.

L’eco del bianco e nero

La “considerazione” passa attraverso l’osservazione. Il finestrino è il filtro metaforico che permette di scrutare le ambigue questioni personali che appartengono ad ognuno di noi. Tutto scorre su una linea immaginaria che tratteggia realtà e apparenza. Scorre alla ricerca di ragioni storiche, politiche, ideali, che denunciano l’ingiustizia del potere e il potere dell’ingiustizia, rendendo il dialogo una sorta di controffensiva. Dalle Filippine a Cuba, dalla storia personale di entrambi alle vicende storiche dei loro rispettivi Paesi, il regista e il tassista, disegnano una descrizione storica complessa: un’analisi composta dalla quale emergono tematiche sociali e politiche.   

Entrambi, diversi, si scoprono figli di uno stesso mondo che gira in senso contrario. Entrambi passeggeri di un taxi, la cui corsa, che attraversa una Cuba bianca e nera e nostalgica, finisce nei luoghi dell’anima che cerca un riscatto, un singulto di giustizia da far esplodere nella vendetta: amara soluzione e fallimento analogico di un’essenza di sopravvivenza.  

In Taxibol il silenzio elide – elude

Taxibol

Dalla parola abbondante, dal linguaggio che metaforicamente concretizza sensi e significati di un incontro occasionale che si rivela sintesi critica di una storia che appartiene a molti, Tommaso Santambrogio passa al silenzio, riduce la luminosità, impone e si impone in una dimensione chiaroscura, dando spazio a un occhio che osserva, che è costretto a osservare. 

E da qui le analisi che impongono un atteggiamento riflessivo che vuole essere denuncia politica nei confronti di un mondo omologato, paralizzato nelle ambiguità, dove la Pace non ha respiro e singhiozza nella polvere dell’intolleranza, dell’ingiustizia, di una disumanità tutta umana dove il silenzio/consenso ha raggiunto le vette più aride e ha consegnato a un boia maligno il sacro santo diritto alla libertà!

Santambrogio mette in atto il processo emotivo del silenzio, un silenzio selvaggio che, nella folla di una Cuba sgargiante e dissacrante rende vecchia la vita e ne appesantisce il respiro, relegando l’uomo dentro una tomba “salvifica” dell’indifferenza, della negligenza culturale che non rende immuni dalla tristezza e dal pietismo patologico, anzi divora.

 

Taxibol è il cinema della considerazione

Taxibol

Taxibol esplora opportunistiche ambizioni, attraverso una lingua universale dettata dal sentimento; un sentimento che condiziona l’ipocrisia, legittima, forse nella maniera più inconsapevole, la capacità di adattamento in una dimensione che solo il tempo gestisce. Santambrogio ci propone una lettura politica, una presa di coscienza responsabile che il silenzio rende esplicita.  

E se nella prima sezione ritorna il concettualismo culturale che si avvale di parola dialogata, nella seconda sezione il vissuto della storia, diventa una memoria killer che intorpidisce il cuore, recide le corde vocali e stringe gli occhi di chi preferisce il buio sperando di mascherare l’incubo di una quotidianità distorta.

E forse questa resa la vera vendetta?
Morendo da vivi?


«… il silenzio è la rinuncia a qualsiasi intenzione»
(John Cage)


Nel presente imperativo in cui vige l’inadeguatezza riflessiva, l’autocrazia del bullismo potenziale, la cifratura cinematografica del documentario di Santambrogio non può divenire una seppia archeologica; piuttosto esso è, uno schizzo di inchiostro che, con fermezza critica rimarca il significato di una storia che esclude e non include, le cui visioni future minacciano guerre come in una partita a Risiko tra i mangiafuoco dell’Est e dell’Ovest, Occidente e Oriente.

Perché Taxibol, è una considerazione!

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