C’è ancora speranza per l’amore?
Può l’amore resistere a tutto?
Forse. Cioè sì, immagino che lo si possa sperare, risponde Robert Pattinson.
Forse sì, quindi.
Basta solo saper ricominciare.

Charlie: Il vero amore è accettarsi, accettarsi profondamente. Il vero amore è complicato.
The Drama è l’ultimo film del regista, sceneggiatore e montatore norvegese Kristoffer Borgli, al suo terzo lavoro dopo Sick of Myself (2022) e Dream Scenario (2023).
Prodotta da Ari Aster per A24, l’opera è la prima delle tre collaborazioni dell’anno dei protagonisti Zendaya e Robert Pattinson.

Un segreto è per sempre: dice il sottotitolo italiano. E già si delinea un orizzonte, un terreno, forse più un campo minato. Si parla di drama, si parla di segreti, si parla di per sempre.
Non è un caso, allora, che, per mostrarci questa superficie di tensione, si scelga una lente così affilata, sottile. Come quella di un mirino.

Ed è quella del cinema scandinavo contemporaneo. Penso a Ruben Östlund, Thomas Vinterberg, in particolare. A film come Festen (1998), Il sospetto (2012), The Square (2017), Triangle of Sadness (2022).
Il ghiaccio tagliente delle loro terre d’origine, qui, si è fatto linguaggio audiovisivo per dire il contemporaneo. E, alla fine, l’uomo e la sua tragicommedia.

C’è un sorriso beffardo, agrodolce, in questi registi nordici, nel guardare le crepe del mondo. Dove l’uomo inciampa.
E il disagio, l’imbarazzo, la fragilità, la crisi, il dramma: sono i protagonisti assoluti.
C’è un’ambiguità scivolosa, dentro questo cinema. Ed è tutto un gioco, alla fine. Perché si gode, nel cadere. Sono trappole crudeli, esperimenti morali, forse quasi test per cavie da laboratorio, se vogliamo. Come topi infilati dentro gabbie fredde. Corriamo nella ruota, piangiamo, ridiamo, ci chiediamo perché.
Ed è un’indagine che solo può aprire altre domande.

L’eredità e la pregnanza dei dettami del Dogma 95 sono imprescindibili: da queste parti, Lars Von Trier e, ben prima, Dreyer, hanno impresso la loro impronta nello sguardo. Sono tracce estreme, brutali, sporche. C’è pure una ricerca del brutto: sia nell’immagine, che, ancora, più dentro.
Era il 1995, infatti, quando Von Trier e Vinterberg eressero l’ultimo monumento di una storia iniziata un secolo prima. L’ultimo movimento della storia del cinema. Ed è un moto tutto traballante, indiscreto, imperfetto. Low-fi, propriamente. Si parla di digitale realistico, di apoteosi dello sguardo.
È un cinema che cerca la realtà, fino a sporcarsi.

E, Borgli, lo sa bene.
Il dialogo col linguaggio di bassa qualità, attraverso la rimediazione, per esempio, nel film, ci riporta indietro, in tutti i sensi. È un passato diegetico ed extradiegetico insieme. E, per questo viaggio, il bagaglio è ponderoso. C’è dentro pure Gus Van Sant e il suo indimenticabile Elephant (2003), la storia dell’America e le sue questioni culturali, le sparatorie e le nostre fragilità.
Ma, per tutti questi drammi, in questo cinema, alla fine, c’è sempre una commedia. Forse.

È lontano, invece, lo sguardo delicato del conterraneo collega Joachim Trier. Se pensiamo a The Worst Person in the World (2021), per esempio.
L’amore, qui, non è lieve come un filo di fumo, è più pungente come un filo spinato.

Charlie: Ma tu lo ami, giusto?
Misha: Io amo la persona che pensavo che fosse.
The Drama è il dramma che si insinua nelle nostre storie d’amore.
Dunque, nel concreto: una commedia romantica che si spezza per farsi dark, thriller psicologico e, appunto, drama.
Ironia della sorte, era stato proprio lui, Charlie (Robert Pattinson) a dire a lei, Emma (Zendaya), all’inizio del film: riesci a trasformare ogni mio dramma in commedia. Peccato. Aveva parlato troppo presto.

The Drama è il dramma, quindi.
Ma: qual è il dramma, in amore?
Forse il tradimento? La violenza? La distanza?
Forse, tutti questi ingredienti. E, alla fine, Borgli ce li fa odorare, certo.
Eppure, qui, il dramma è qualcosa di palpabile, quasi materico, come se potessimo non solo percepirne l’alito, come di vomito, ma anche la consistenza, il sapore.
E si chiama segreto.

Borgli predispone le tessere del suo gioco sadico di amore e guerra lungo una terra di confine. Forse un filo spinato, dicevamo, forse una crepa, un limite. E, per l’appunto, ci inciampiamo. Sempre.

Il film traccia, nell’arco di una settimana, un campo circolare. Ed è quello di una giovane e radiosa coppia, in procinto di sposarsi. Tutto perfetto, all’inizio, certo. Finché le scarpe strette lucide eleganti di lui non s’imbattono nelle mine di lei.
Ed ecco il drama, il segreto, il confine superato. Il varco, se vogliamo, come direbbe Montale. O: la porta, la soglia. Che per gli antichi Romani era la ianua: termine, non a caso, derivato proprio da Ianus, ovvero Giano, dio delle porte, dei passaggi, dunque degli inizi e delle fini. Appunto detto bifronte.
E due facce sono anche quelle della linea di frontiera varcata nel film. O dei personaggi stessi.
Insomma: c’è un prima e un dopo. E non si torna indietro. O, forse, ci si può provare.

Il segreto, dunque, è bifronte. Come una porta d’ingresso, che è poi anche una porta d’uscita.
E, allora, dovremmo chiederci: da dove siamo entrati? Dove inizia questa storia?
Il primo fotogramma del film già disvela quel segreto. Già apre porte. O, forse, già le chiude?
È già tutto lì. È il drama, è il segreto, è la porta.
Ed è un orecchio.

L’orecchio è, già di per sé, un confine, una soglia.
E David Lynch lo sapeva bene, in Velluto blu (1986). È l’accesso a un mondo oscuro, segreto. Un varco aperto su di un abisso interiore. Come nell’inconscio freudiano.
E anche Borgli, certamente, lo ricorda.

L’orecchio, però, è, soprattutto, comunicazione. È sentire.
Charlie: Io penso che sia importante parlare.
Emma: E l’abbiamo fatto, no?
Charlie: Sì.
Emma: E stiamo bene, no?
Charlie: Sì…
(In realtà non stanno bene per niente.)

Ed ecco l’impasse, come direbbe Sofia Coppola, il lost in translation: come si fa a ritrovarsi, se la strada è intralciata?
L’orecchio è promessa di intimità, certo, ma solo a patto che si sia disposti a sentire. E, allora, la comunicazione si fa manchevole, imperfetta, forse impossibile. Dunque è porta per l’ascolto, ma, al contempo, pure ostacolo, limite. Segreto.

The Drama è un orecchio sordo.
È già tutto lì.
C’è il segreto, c’è il mondo oscuro lynchiano, c’è l’impossibilità di traduzione, da un fronte. Dall’altro, il tentativo di ritrovarsi, di entrare, di capirsi.

Ma, una volta varcata la soglia, che succede poi? Crollano le certezze, il velo di Maya schopenhaueriano. Forse l’amore?
Alla fine, di cosa parla The Drama?

The Drama è il disincanto.
Il segreto, il drama, l’orecchio: sono tutti corpi possibili per dire il più brutale dei drammi in amore.
La disillusione. Il dubbio, forse il disamore.

Quando l’immagine che abbiamo della persona che amiamo si spezza, come si fa? Siamo disposti ad accettare le crepe? Ad amarle?
The Drama è una domanda scomoda.

Conosciamo davvero la persona che amiamo? O, forse, la amiamo proprio perché non la conosciamo? E, se lo facessimo, la ameremmo comunque?
Qual è il limite? Dove finisce l’amore?

Love is easy, dice come un mantra Celine Song in Materialists (2025).
Forse è vero.
O, forse, è un po’ più complicato.

The Drama è una coppia che si ama, si perde e prova a ritrovarsi.
A ricominciare.

E, allora, ci chiede: c’è ancora speranza per l’amore?
Possiamo ancora ritrovarci, al termine della notte? Dopo le sparatorie, dopo i segreti, dopo le paure, dopo il pessimismo post-amoroso, dopo il disincanto, dopo il dramma? Se, come dice Byung-Chul Han, l’eros è in agonia perché l’Altro è scomparso? Esiste ancora l’amore ai tempi del solipsismo? Della società della stanchezza? Della crisi?
Che fine ha fatto l’amor che move il sole e l’altre stelle? La trascendenza, il pensiero duale?

Penso a Mrs Dalloway. A Peter, a quel finale. All’amore. Alle cose che non ci diciamo e va bene così, alla fine.
A quando pensiamo: cos’è questo terrore? Cos’è quest’estasi?
E, poi: è Clarissa, disse. Perchè lei era lì.

Poco ci serve, alla fine.
L’amore è facile? È complicato?

Non abbiamo le risposte.
Possiamo provarci, però.
Forse, alla fine, basta crederci.
Ricominciare.




