Sezione Cortometraggi – La vieille dame et les pigeong

Andrea Vailati

10.11.2017

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Sezione Cortometraggi – La vieille dame et les pigeong

Cortometraggi, questi sconosciuti

Se il mondo cinematografico è per lo spettatore generico un diretto riferimento al lungometraggio, spesso ci si dimentica che il suo progenitore è stato un corto di una manciata di secondi, proiettato dai futuristi fratelli Lumière, di fronte a un pubblico attonito e spaventato. Nasceva il cinema, nasceva la Settima Arte.

Sebbene con il passare del tempo, grazie a dinamiche di produzione e migliorie tecniche, il lungometraggio abbia preso decisamente il sopravvento, resistono e flebilmente protestano, abbastanza forte da farsi sentire, anche quei prodotti di cinepresa che hanno una durata inferiore ai canonici centoventi minuti. E, per quanto esistano premi appositi nei maggiori festival (basti pensare a Cannes), restano ai più un intrattenimento di nicchia, coperto e nascosto al grande pubblico. Quasi elitario.

Questa rubrica si ripropone di riprendere alcuni di quei corti che, con il passare degli anni, hanno dato possibilità a giovani cineasti di diventare grandi, o a grandi cineasti di mettersi alla prova. Troppo spesso sono stati realizzati assoluti capolavori che poi sono caduti nel dimenticatoio. Perché se il cinema è dare un colore a una storia, il cortometraggio dà colore a un istante, fugace e irripetibile.

La vieille dame et les pigeons 

“La vecchia signora e i piccioni” è un cortometraggio del 1998 di Sylvain Chomet.

La vieille dame et les pigeong
L’anziana signore offre il caffè al gendarme travestito da piccione

Il titolo da solo racchiude una pesante e istantanea malinconia di tempi andati, di parole non dette, di sguardi stanchi che hanno visto troppo, di un cinismo talmente spietato da risultare nauseante.

La vieille dame et les pigeong, illuminante eppure così cupo, ci sottopone tutta la sua retorica cruda, essenziale, attraverso un’immagine spiazzante e quotidiana: i piccioni.

Sporchi, grassi, perfettamente a loro agio nella spazzatura prodotta dalla società, sono considerati loro stessi sinonimi di rifiuto. Comodi nelle pieghe della sporcizia, sono sempre presenti in ogni città, in ogni strada e in ogni balcone.

Il loro habitat è il nostro. Siamo incredibilmente compatibili, tanto da essere vicini di casa.

Questa è la geniale connessione di Chomet, attraverso le immagini mute ed evidenti della società circostante. Egli ci sottopone metafore e figure retoriche, senza spiegarle mai, in costante contrasto.

Umani che diventano animali, in una società che crea mostri.

Per ogni scena ci viene presentato un difetto dell’uomo, tra la sua corruzione e la sua fragilità. Il totale disincanto, la ferocia con cui il regista affonda, colpo dopo colpo, nelle piaghe di questa storia tetra e surreale, ci fanno restare a bocca aperta, disgustati da un affresco troppo realistico da poter essere disegnato.

Sebbene quella del piccione sia solo una metafora, la figura della vecchia donna è un cazzotto in faccia, una doccia fredda. Un personaggio grottesco, ignorante e feroce, che con l’essere umano non ha niente a che fare. Un po’ come gli scarafaggi che mangiano il piccione, così l’essere umano è pronto ad attendere il momento per infilarsi una maschera e rinnegare se stesso, pur di ingrassare.

La scena finale, che non svelo al lettore, ci dona una chiave di lettura che sembra scontata, ma che riassume questa fotografia appannata e distorta di una società esattamente speculare.

E in fondo, solo la poesia di Chomet sarebbe potuta arrivare così a fondo e così dolcemente a quella scena; è solo grazie alla magia della sua fantasia che, dopo la visione, guardiamo la realtà con dei colori differenti. E guardiamo diversamente anche i piccioni.

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  • Andrea Vailati

    "Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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