The Big Shave – Il primo Cortometraggio di Martin Scorsese

Redazione Settima Arte

Novembre 3, 2017

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Scritto da Matteo Viesti

The Big Shave è il terzo cortometraggio di Martin Scorsese, ma il primo in cui ne si percepisce a pieno la poetica più sotterranea.

Quando vediamo un uomo che si rade, in televisione come a casa, pensiamo a uno degli aspetti della quotidianità più ricorrenti e usuali. Per un giovane uomo è come un rito di passaggio all’età adulta, un Bar Mitzvah laico e fondamentale, destinato a diventare consuetudine giornaliera, che scandirà un tempo prima e dopo la rasatura nella vita. È considerato un gesto di pulizia, una convenzione sociale, è collegabile a uno status, a un luogo di lavoro, a uno stile di vita. Cosi, la rasatura entra nella nostra vita, insinuandosi in tutti gli ambienti sociali ed etnie, etichettandoci e dandoci un inevitabile colore agli occhi degli altri.

Ma se prendiamo in considerazione il gesto, ci rendiamo conto della sua pericolosità: una o più lame lambiscono la nostra pelle, tagliando i peli superficiali, ma non intaccando la cute, senza quindi tagliare il volto. Ci vuole controllo del movimento e, dove l’esperienza manca, ci salva la paura di tagliarci.

Possiamo quindi inserirlo in una di quelle esperienze della nostra vita che, pur pericolose, riusciamo a gestire, a sottostimare, a non ritenere un problema.

The Big Shave ribalta la normale concezione dello strumento, del suo utilizzo, della sua primaria funzione.

The Big Shave

Ha il potere di destabilizzarci perché violentemente si introduce nel nostro privato segreto e sicuro, ovattato dalle nostre certezze, per distruggerlo in tutta tranquillità.

Una metafora, ma anche un richiamo alla vita di tutti i giorni, un volo pindarico del tutto attaccato al suolo.

Scorsese, all’epoca venticinquenne, vuole realizzare un cortometraggio di critica sulla guerra in Vietnam, come successivamente affermato da lui e di cui troviamo il riferimento più esplicito nei titoli di coda, in cui appare in basso la scritto Viet ’67. La naturalezza con la quale il protagonista, oltretutto già sbarbato in partenza, continui a radersi anche se sanguinante, è una metafora chiara ed evidente del masochismo inutile e fine a se stesso della guerra, della violenza, che una volta azionata è inarrestabile e alla quale noi, abitanti del mondo violento, siamo oramai assuefatti.

Alla fine, Scorsese realizza i sei minuti tra i più conturbanti mai ritrovati su uno schermo, e di certo non per la natura splatter del corto, ma per la sua capacità di rendere il controsenso della leggerezza in una situazione drammatica, di insinuare il dubbio sulle nostre azioni, sulle loro conseguenze, sulla loro effettiva funzione sociale, per la natura tangibile.

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