3% è una serie Netflix ideata da Pedro Aguilera e realizzata da César Charlone.

Siete alla ricerca di una serie di fantascienza, post apocalittica, su un futuro elitario e classista?
Probabilmente no, visto che ne saranno state prodotte parecchie centinaia in questi anni e visto che la maggior parte di esse ha riproposto il poco innovativo tema della lotta di classe contro il potere forte e dominante.
La sensazione è che tutti i produttori del mondo fossero magicamente diventati tanti piccoli Trockij e credessero nella rinascita del proletariato.
Però, nonostante queste premesse, le digressioni sul tema presenti in 3% meritano un’analisi.
Anzitutto, è una delle prime e più rinomate serie prodotte in Brasile, cosa che inevitabilmente rompe con l’egemonia di personaggi come i vari Mike, Jane, Jason e chi più ne ha, più ne metta. La lingua parlata è il portoghese e, non essendo ancora presente un doppiaggio italiano (per fortuna), si resta particolarmente colpiti, perché la variante brasiliana della lingua lusitana si presta a un ascolto prolungato. È orecchiabile e intrigante, una scelta vincente.
Poi, considerato un budget che di certo non può competere con le grosse produzioni americane, la serie cerca e trova la sua forza nel dialogo piuttosto che nell’effetto speciale. Partendo da una difficoltà economica, si realizza una qualità di discorsi e di riflessioni inaspettata e piacevolmente accolta.
Lo stesso tema, la costruzione di questa società elitaria, non è fondato sull’appartenenza sociale, bensì è incredibilmente paritario: i giovani di vent’anni possono essere ammessi all’Offshore, questo paradisiaco e avanzato mondo, secondo il loro merito. Non c’è discriminazione razziale, di possibilità fisiche, di genere. La selezione si basa sulla logica e ragionamento, sulle doti di elasticità del pensiero più che sulla prestanza fisica.
In 3% si apre qui, dal punto di vista della trama, il nodo più interessante: scegliere da che parte stare.
Se in partenza, come sempre, si parteggia indistintamente per i poveri, gli oppressi, con il susseguirsi delle situazioni, siamo sempre più portati a una posizione di centro, di neutralità che oscilla a volte per una, altre volte per un’altra parte.
Proprio grazie a una solida costruzione narrativa di ottima intuizione, questa serie fa leva sull’egocentrismo e sull’orgoglio che ognuno di noi possiede. Ci gioca, confondendo la nostra idea di giusto assoluto, di buoni e cattivi, e la mescola fino a fonderla con una certa inquietudine di carattere etico e morale.
Detto questo, aspettiamo la seconda stagione, per la quale non c’è ancora una data di uscita, con l’auspicio che si mantenga al buon livello ottenuto dalla prima.




