Si può dibattere molto su quale sia il miglior tipo di primo appuntamento. Anche perché ognuno può dire la sua.
Andare a cena, magari in un bel ristorante etnico. Uscire a bere qualcosa, dei drink carini in un posticino fancy. Andare al cinema, evitando magari di scegliere Nymphomaniac se è la prima volta che ci si incontra.
O, perché no, ad una mostra, qualcosa di impressionista, per andare sul sicuro.
Chi più ne ha, più ne metta.
Sicuramente il miglior primo appuntamento della vita di Colin, timido vigile di Cromley, è stato quando la sera di Natale di qualche anno fa si è trovato in un vicolo buio assieme a Ray, enorme e misterioso biker dal fascino magnetico, si è fatto scaraventare a terra, gli ha leccato gli stivaloni in pelle nera, e poi gli ha praticato del sesso orale.
Non tanto per la buona uscita del rapporto – anche perché c’è sempre margine di miglioramento in queste cose, si sa – ma perché, per la prima volta in vita sua, si è reso finalmente conto di cosa gli piaccesse veramente: Ray.
E sì, questo primo appuntamento da manuale alternativo è l’inizio di Pillion, debutto nel lungometraggio di Harry Lighton, presentato a Cannes 2025.
Difficile dire se a Sacher-Masoch sarebbe piaciuto, ma poco importa. Ironico, commovente, tenerissimo: una dom-com semplicemente meravigliosa.
Pillion – A cuccia
Colin’s colleague: «How’d you get a man like that?»
Colin: «Well, he says I have an aptitude for devotion.»
Complimento interessante. Vagamente inusuale.
Ma sicuramente il miglior complimento che si possa fare a Colin, qui interpretato da un meraviglioso Harry Melling. Già, perché dopo il primo appuntamento, i due iniziano a frequentarsi, ma non nel senso più “tradizionale” del termine. Si instaura infatti un rapporto di sottomissione-dominazione assoluta tra Colin e Ray, che altri non poteva essere se non l’inimitabile Alexander Skarsgård.
Colin, dunque, lava, pulisce, stira, fa la spesa, cucina, dorme per terra. Fa tutto quello che Ray gli chiede di fare. In cambio ottiene protezione, senso di sicurezza, compagnia e la generosa dotazione dell’altrettanto generoso motociclista.
Ma ciò che ad uno sguardo superficiale potrebbe sembrare squilibrio, è in realtà struttura.
Ray non è un’isola.
Ray appartiene a una confraternita gay di motociclisti BDSM.
Un mondo a sé stante.
E quel mondo, prima ancora di essere un codice erotico, è una legge.
Una grammatica del desiderio.
Stivali in pelle nera, giacche tagliate con l’accetta, catene, borchie, muscoli scolpiti come statue pagane.
Latex, guinzagli, maschere da puppy.
L’iconografia è quella di Tom of Finland passato attraverso un’officina meccanica. Un’estetica che, vista da fuori, sembrerebbe gridare solo dominio, possesso, sopraffazione.
E invece.

La catena della libertà
Nessuna aggressività, solo rituale.
Nessuna rigidità, solo grammatica.
Nessuna sopraffazione, solo ed esclusivamente consenso.
Ogni gesto ha una forma, ogni comando una cornice, ogni limite una negoziazione. È un mondo codificato, esplicito, dichiarato: non esistono non-detti, non esistono ambiguità.
In termini lacaniani, il desiderio qui non è caos: è simbolico. È sostenuto da una struttura che assegna posti, ruoli, funzioni. C’è chi guida, e c’è chi sta sul sellino posteriore – pillion, in inglese.
E dentro questa struttura apparentemente rigida, si annida qualcosa di meravigliosamente tenero: una fiducia assoluta.
Colin lo scopre poco a poco. All’inizio stringe i denti. Poi si adatta. Poi si riconosce. Non tanto nel brivido del comando o dell’obbedienza, ma nella chiarezza. Nella possibilità di consegnarsi senza fingere sicurezza, virilità, “normalità”.
Per la prima volta, non deve indovinare cosa l’Altro voglia da lui. Lo sa. È scritto. È dichiarato. È negoziato.
E in quella chiarezza trova sé stesso.
Libero, con la sua catena al collo.

Pillion – Il desiderio non ama
Colin: «Roses are red, violets are blue. Each day at your heel, brings me closer to you. Your hand on the throttle, your leathers so tight. I crave your command, from morning to night. Your grip is a promise, your gaze a hot flame. Next to you I am nothing, but I’m yours all the same. The pleasure you give, the pain that you bring. I’ll take it all, Ray, for you are my king.»
Senso di appartenenza, tenerezza, affetto, una perfetta dimensione erotica. Tra Colin e Ray non manca nulla. Il desiderio funziona. La struttura regge.
Il problema arriva nel momento in cui a tutto questo si aggiunge il demone inevitabile: l’amore.
Quando la dinamica dom-sub viene sospesa per ventiquattr’ore, il dado è già stato tratto.
Il meccanismo simbolico si incrina.
Non perché venga negato, ma perché venga umanizzato.
La tenerezza è un virus silenzioso: non urla, non pretende. Si insinua.
E nel momento in cui i ruoli si allentano, anche solo per un giorno, la gerarchia perde la sua purezza rituale.
Il comando smette di essere solo comando.
Diventa richiesta.
Diventa bisogno.

Ray scappa.
Non dal sesso.
Dalla reciprocità.
Ray, dunque, rimane fintanto che il desiderio è un dispositivo, un sistema di ruoli, una coreografia precisa.
Finché Colin è funzione – sub, oggetto, corpo che obbedisce – tutto fila. Nel momento in cui diventa soggetto, cioè qualcuno che desidera a sua volta, l’equilibrio vacilla pericolosamente.
(Don’t) Forget about love
Il maestro Von Trier, in Nymphomaniac, era stato brutale.
«Forget about love!»
Per il regista danese l’amore è sabotaggio. È l’errore che inceppa la macchina del desiderio. La sua protagonista, Joe, funziona finché resta pura pulsione, finché il sesso è schema, teoria, collezione. Nel momento in cui si apre alla relazione, tutto si sfalda.
In Pillion, invece, accade qualcosa di più vertiginoso.
L’amore non distrugge il desiderio: lo costringe a guardarsi allo specchio. Lo rende fragile. Lo rende bidirezionale.
Per Lacan il desiderio non è mai desiderio di un oggetto, ma desiderio dell’Altro: è sostenuto dalla distanza, dall’asimmetria, da ciò che non coincide mai.
L’amore, invece, è la follia di dire: “Io ti scelgo, tu come soggetto”.
E quando l’Altro smette di essere funzione e diventa presenza, il desiderio perde il suo schermo protettivo.
Non è il sesso a fare paura. È l’uguaglianza.
Il desiderio, dunque, regge finché l’Altro resta luogo, funzione, posizione. L’amore, invece, pretende un soggetto. Pretende reciprocità. E la reciprocità è un rischio che il dominatore non è strutturalmente pronto a correre.
Perché nella grammatica del dominio la vulnerabilità è concessa solo da una parte.
Il re comanda. Non trema.
Il re desidera. Non chiede.

Ma l’amore è una richiesta.
È il momento in cui l’Altro smette di essere funzione e diventa rischio.
In cui il comando si trasforma in bisogno.
In cui il dominatore scopre di poter perdere.
E perdere, per chi ha costruito la propria identità sull’asimmetria, non è sopportabile.
Ray scappa perché ha intravisto qualcosa che non sa nominare.
Non il crollo del desiderio, ma la sua trasformazione.
Non più dominio.
Non più ruolo.
Non più rituale.
Relazione.
E quella, forse, è l’unica cosa che fa davvero paura.
Pillion – Morto un papa…
Colin ora è solo. Attraversa le campagne fuori Londra accompagnato da suo padre, figura dolcissima e discreta.
Ma Ray è sparito. Nessuna epica. Nessuna scena madre. Solo assenza.
Il film però non lo condanna mai, né tantomeno lo assolve.
Lo lascia nel suo limite.
Ed è qui che accade qualcosa di radicale.
Il movimento finale non è sostituire Ray.
Non è riempire un vuoto con un altro corpo.
È non tornare indietro.
Colin non torna al ragazzo pieno di fobie.
Non torna al figlio paralizzato dal giudizio.
Non torna al sub disposto ad accettare tutto pur di essere scelto.
Non scappa dal proprio desiderio solo perché è stato ferito.
Non lo anestetizza.
Non lo tradisce.

Compie quello che Lacan avrebbe chiamato un atto etico: non cede sul proprio desiderio.
Che non significa ottenere ciò che si vuole.
Significa non rinnegare ciò che si è scoperto di volere.
È una differenza enorme.
Il desiderio lacaniano non è ciò che ti rende felice. È ciò che ti rende responsabile.
Ray resta coerente con il suo ruolo.
Colin diventa coerente con ciò che desidera.
Uno fugge dalla vulnerabilità.
L’altro la attraversa.
E in un film che parla di dominio, il gesto più radicale non è comandare né obbedire.
È restare esposti.
Pillion finisce bene non perché il dolore scompare.
Finisce bene perché il dolore non ha avuto l’ultima parola.
Ray aveva bisogno della struttura per sostenere il desiderio.
Colin ha imparato a sostenerlo anche senza struttura.
E forse è questo che distingue chi domina da chi diventa soggetto.
Non il potere.
Non il ruolo.
Ma la capacità di restare quando l’Altro non resta.




