Tra Holy Wood Dust e Silent Friend: Dovremmo cominciare a pensare gli alberi come nostri amici

Viola Niccoli

11.09.2026

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Quando in Una questione privata un ragazzino chiede aiuto a Milton, professore, per svolgere un tema dalla traccia «I nostri amici gli alberi», lui non sa come rispondere. Non può aiutarlo perché, a questo punto del romanzo, non vede più gli alberi come degli amici. Ma questa è un’altra storia…

Se ad aiutare il ragazzino ci fossero stati Victor Kossakovsky, Stefano Mancuso e Ildikó Enyedi, avrebbe sicuramente preso un bel dieci più. I loro film, Holy Wood Dust – dei primi due – e Silent Friend – della regista ungherese – sono grandi amici degli alberi.

Silent Friend (2025) di Ildikó Enyedi

Holy Wood Dust è un’operazione piuttosto singolare, un documentario antididascalico, costruito attraverso accostamenti visivi che lasciano molto spazio al ragionamento dello spettatore.

Segue due filoni.

Nel primo, Stefano Mancuso si trova nel Triveneto, dove contribuisce a rimboscare una zona montuosa devastata dalla tempesta Vaia.

Nel secondo, decisamente più sorprendente, si racconta la produzione industriale tedesca degli alberi di Natale – quelli veri, non di plastica –, tra cui l’albero di Natale per eccellenza: sua maestà il signor Spelacchio, l’abete che ogni anno macina chilometri di autostrada per essere agghindato in piazza San Pietro.

Durante un’escursione in montagna con i bambini, Mancuso racconta loro diverse cose sugli alberi e sulla loro intelligenza, dicendo una frase che sembra quasi ovvia: «Gli alberi non sono oggetti, sono cose vive». Eppure, nel corso del documentario, questa frase si rivela sempre meno scontata.

Gli alberi di Natale vengono coltivati per ettari ed ettari, poi vengono tagliati, imbustati – nel vederli si ha come la sensazione di trovarsi davanti a carcasse di animali –, impilati, trasportati, venduti. Finite le feste sono buttati, raccolti da camion dell’immondizia e triturati. Come recita il titolo, dell’albero sacro, alla fine, resta soltanto la polvere.

L’essere umano assoggetta gli altri esseri viventi ai propri scopi e, una volta che non gli servono più, se ne sbarazza: questo è sottolineato anche da una sequenza in cui gli alberi, abbandonati dagli umani che li avevano acquistati, si ritrovano a vagare per lo Zoo di Berlino, interagendo con i tanti animali esotici lì rinchiusi.

I nostri amici gli alberi
Stefano Mancuso in Holy Wood Dust (2026) di Victor Kossakovsky

Certamente – e fortunatamente – la sensibilità che si ha per gli alberi non è la stessa in tutto il mondo. Per esempio gli abitanti di Hiroshima nutrono grandissima stima per gli Hibakujumoku, ovvero i reduci della bomba atomica. Oltre 170 esemplari e circa quaranta specie resistiti alle radiazioni e alle temperature estreme che il 6 agosto 1945 colpirono la città, o che sono rigermogliati dalle loro radici, rimaste protette sotto al terreno:

«Alberi normali all’apparenza, se non fosse stato per l’evidente sentimento di rispetto e, direi, di affetto che suscitavano nelle persone che erano lì ad “incontrarli”».

È sempre Mancuso che ne parla, nel suo libro L’incredibile viaggio delle piante, ma anche questa è un’altra storia…

Possiamo però aggiungere che, tra gli Hibakujumoku, si è distinto per la sua resistenza il ginkgo biloba, una specie che ha fatto la sua comparsa sulla terra 250 milioni di anni fa.

È proprio un esemplare di ginkgo biloba il Silent Friend del titolo del film di Ildikó Enyedi. Si erge nell’orto botanico dell’Università di Marburgo, testimone e protagonista delle tante storie umane che si intrecciano intorno a lui.

Nel 2020 un neuroscienziato (Tony Leung Chiu-wai) studia la mente dei neonati, ma con lo scoppio della pandemia e la sospensione del suo progetto inizia un esperimento con il ginkgo. Nel 1908 l’albero assiste all’ammissione alla facoltà di Botanica della prima studente donna. Nel 1972 due giovani studenti si innamorano mentre studiano un geranio e se ne prendono cura.

I nostri amici gli alberi
Silent Friend (2025) di Ildikó Enyedi

Tre storie che sono anche tre mondi visivi autonomi, ognuno realizzato con un’estetica tale da richiamare il periodo storico in cui la vicenda si svolge. E sempre a seconda di esse Silent Friend può assumere un tono serio ma calmo, o intenso e commovente, o ancora gioioso e spensierato.  

Alla base ci sono le relazioni: tra esseri umani, che stringono amicizie e si innamorano, e tra esseri umani e piante, che imparano lentamente a conoscersi. È un film sulla gioia della conoscenza e della scoperta del diverso, un po’ come quella che prova l’astronauta di Project Hail Mary, ma con i piedi ben piantati sul pianeta Terra.

«È un film realizzato da esseri umani per i nostri simili: gli spettatori. Riconosciamo e accettiamo umilmente i nostri specifici limiti percettivi. Questo film parla, con l’aiuto di onde luminose e sonore accessibili agli occhi e all’orecchio umani, delle percezioni del mondo al di fuori di questi limiti. Riconosciamo di non essere il riferimento assoluto: il nostro è uno dei tanti mondi, ugualmente validi. Cosa vuol dire essere un albero? Non lo sappiamo. Quindi, non lo mostreremo. Mostriamo invece la curiosità umana, i toccanti e imperfetti tentativi di stabilire un legame, di riconoscere l’“altro” e accettare che per gli alberi il misterioso “altro” siamo noi.»

(Ildikó Enyedi)

Mettere al centro delle storie protagonisti nuovi, cercare di rappresentare sguardi diversi, è uno dei modi per ampliare la nostra sensibilità e la nostra capacità di comprendere. Prima le donne, i bambini, le minoranze discriminate; ora gli animali e, in questi due casi, le piante. Holy Wood Dust e Silent Friend ci fanno guardare agli alberi in un modo nuovo, portandoci così a guardare diversamente anche noi stessi: non più padroni di un mondo fatto a nostra misura, bensì solo una piccola parte di esso.

Allargare lo sguardo, per decentrarlo, per ridimensionarlo: ridimensionare cioè il ruolo dell’essere umano, mettendolo in relazione con gli altri esseri viventi con cui condivide il pianeta. Non una gerarchia verticale, ma una collaborazione orizzontale.

Insomma, torniamo a considerare gli alberi come nostri amici.

I nostri amici gli alberi
Holy Wood Dust (2026) di Victor Kossakovsky

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