Da Persona a Persona – Marracash e Bergman a confronto

Carmine Esposito

10.12.2019

Resta Aggiornato

Una maschera per ogni volto, un personaggio al posto di una persona. Al tempo dei Greci, la dramatis persona veniva indossata per favorire la catarsi nelle rappresentazioni teatrali. Tratti marcati, forti e riconoscibili, per aiutare lo spettatore a cogliere le morali tragiche e, da lì, a plasmare una vita retta, rispettosa della natura e degli dèi. Volti nascosti dietro uno schermo di sughero, l’artista che fa un passo indietro rispetto al suo personaggio. Il buio della terracotta sugli occhi, per diventare altro da se stessi; eclissare l’Io in favore di un dio superiore, fino allo spasmo. Fino a dubitare della stessa esistenza, della propria vita. È sangue quello che scorre nelle vene? Oppure si tratta solo di inchiostro, pronto a macchiare le pagine di altri uno, nessuno e centomila copioni?

Persona

Elisabet in Persona di Ingmar Bergman (1966)

«Ero a due passi dalla rovina, a due spanne dalla folliaDue blocchi dall’inferno, a due cocktail dalla sua figaYo, a due grammi dall’overdoseA due zeri da quella Rolls, che mi colse l’idea improvvisaChe ero vuoto, senza scopoHo il cuore spezzato, tu hai lo stetoscopioLo senti, bro?Momenti che era brutta, in cui avrei pregato qualsiasi dioDa dove vengo tutto è truffa, e se fossi una truffa anch’io?».

(Marracash, QUALCOSA IN CUI CREDERE – Lo scheletro)

Elisabet Vogler è un’attrice affermata, famosa e riconosciuta. Ogni sera indossa la maschera di Elettra e si perde nel buio del teatro, aspettando di ritrovarsi dopo un’ora o poco più. Il confine tra palco e realtà è sempre più labile, ogni sera si sposta un poco più in là. Ogni volta l’attrice si spinge oltre, si avventura di un passo in più nel buio che la maschera spande sul suo spirito, rischiando di perdersi nel bosco ostile degli specchi che ha dentro di sé. E se dovesse smarrirsi per sempre? Se non riuscisse più a tornare indietro, lasciando Elettra a vivere al posto di Elisabet?

Il dubbio si insinua come edera sul cemento, nei pilastri delle sue certezze; mette radici e poi, troppo pesante per quel castello di sabbia, distrugge tutto. L’artista non riconosce più se stessa, la persona non si distingue dal personaggio; la consapevolezza si scioglie come neve al sole ed Elisabet si rende conto che nulla nella sua vita è come lei lo aveva immaginato. Il matrimonio, la carriera, il figlio: passi fatti alla cieca, pur di assecondare una rappresentazione artefatta e posticcia della sua quotidianità. Cosa fare per liberarsi dalla rete di aspettative e proiezioni che la attanagliano? Meglio rinchiudersi in religioso silenzio nel tempio della propria anima o ridere ingenuamente della propria tragedia personale?

Persona

Elisabet in Persona di Ingmar Bergman (1966)

«Io sono contro la felicitàContro mia madre, le feste e la puntualitàE puoi viaggiare, però resta dentro di teNon puoi uscire dalla tua pelle».

(Marracash, BRAVI A CADERE – I polmoni)

Meglio le pareti cieche di una clinica che catene rivestite di libertà. Imprigionare il corpo per liberare la mente, sotterrare il personaggio per far finalmente fiorire una persona. Elisabeth sceglie la follia e il ricovero, pur di sfuggire a quell’incubo da benpensanti nel quale si era relegata. Sempre prona alle richieste di tutti, sempre disponibile verso gli appetiti cannibali del pubblico e della famiglia: casa, figli, successo, altari sui quali sacrificare se stessa e le ambizioni di quel sogno disperato di autenticità. Il sogno di guardarsi allo specchio e riconoscersi; viversi in corpo e anima, e non abitare la propria pelle pagando lo scotto di un’esistenza rubata. Nel silenzio della stanza, l’attrice può guardarsi dentro; riesce ora a tracciare il solco nel quale far germogliare il seme di una nuova genesi.

«Siamo tutti in grinta, siamo in guerra, siamo in GalvaButto i soldi a terra come il sale sulla pasta (uoh)Perché fin da piccolo non c’ho capito molto (mai)Di qual era il bene e il male, chi ha ragione o tortoOgni cosa che dicevo al prete, il suo responsoEra, “Fammi dieci Ave Maria e sei Padre Nostro”».

(Marracash, DA BUTTARE – Il c***o)

Partire dalla Genesi e riscrivere la propria Bibbia da capo, mettendoci dentro la voce di un dio meno inclemente di quelli rincorsi finora. Il denaro o la croce: due divinità cieche e sorde ai lamenti e alle richieste imploranti di milioni di fedeli.

Solo ora, eremita dentro la propria psiche, Elisabet si rende conto della crudeltà di quegli dèi ai quali ha sacrificato tutto; ora che si è scrollata di dosso il masso che, come Sisifo, portava sulle spalle, imbelle e sorridente, si rende conto di quanto stupidamente stesse vivendo. Guardando alla tv il seppuku dei monaci buddisti, inorridisce di fronte a tanto dolore; di fronte a quel sacrificio inutile ed efferato, a fronte del silenzio nel tempio vuoto di una divinità in vacanza.

Persona

Elisabet e Alma in Persona di Ingmar Bergman (1966)

«Tutto rolexato e ingioiellatoPer le vecchie strade sembra stranoAcque conosciute in cui nuotavo più a mio agioQuando anch’io ero un cucciolo di squalo».


(Marracash, TUTTO QUESTO NIENTE – Gli occhi)

Dietro al settimo sigillo, non ci sono gli angeli con le trombe e i diavoli coi tromboni: c’è solo la persona. Elisabet non crede più in divinità mendaci e illusorie, crede solo nell’uomo. Per ritrovare se stessa decide di affidarsi alle cure di Alma, un’infermiera molto premurosa conosciuta in clinica, e di spostarsi in campagna: tornare alle origini, riscoprire le radici a contatto con la terra per ricostruire la propria identità; inseguire quel sogno disperato di autenticità, embrione nel grembo di madre natura. Coccolata e spensierata, si dedica alla lettura e alla fotografia, passioni che aveva riposto in un cassetto per far spazio a cascate di aspettative esterne. L’attrice è tornata bambina, mentre apprende una nuova lingua per superare il suo mutismo e disegna il mondo che le piace, illudendosi che sia la sola realtà possibile.

«Fuori c’è la luna pienaQuesta casa è una galeraEsco a bere solo per avereUn altro vuoto in quest’alba nera».

(Marracash featt. Mahmood, NON SONO MARRA – La pelle)

All’infermiera, invece, non fanno bene l’isolamento e il silenzio. Alma è investita di un nuovo ruolo: sostegno materno alla neonata Elisabet. La parte che le viene affibbiata in questa tragedia umana le calza a pennello. Lei, che madre non è riuscita a esserlo nella vita vera, si ritrova gestante dello spirito di una donna, si sente responsabile della vita e dell’incolumità di un nuovo essere umano. Trova nel silenzio della donna un porto sicuro in cui nascondersi, delle braccia forti che possano sostenerla e orecchie finalmente pronte all’ascolto e alla comprensione.

Alma ha finalmente liberato la sua anima. Sulle onde dell’ebbrezza del vino, si lascia andare completamente a questo suo nuovo sogno materno, raccontando esperienze di vita mai confessate prima. Si sente a casa con Elisabet, si sente quasi completa, e aiutare questa donna è un po’ come aiutare se stessa. Si guarda dentro per la prima volta in vita sua; osserva il vuoto che ogni persona ha lasciato dentro il suo spirito e vorrebbe colmarlo ora con nuove aspirazioni. Vorrebbe essere muta e libera, e, perché no, anche famosa.

Persona

Alma in Persona di Ingmar Bergman (1966)

«Le cose care sono solo cose careRaramente diventano care coseNei tuoi sogni non sei così originaleVuoi sentirti dire le parole

Un giorno tutto questo niente sarà tuo».

(Marracash, TUTTO QUESTO NIENTE – Gli occhi)

I sogni si alternano ai deliri dovuti all’alcol; fantasmi che aspettavano il momento giusto per venire fuori. Alma si agita sulle spiagge sassose attorno alla casa come un paguro alla ricerca di un nuovo rifugio e crede di trovarlo nell’attrice. La vede così forte, così impassibile; sembra un castello in cima a una rocca, in una notte di tempesta: la pioggia batte sulle sue mura senza scalfirne le fondamenta. Vorrebbe anche lei diventare così: affermata professionalmente; amata profondamente da un marito che ne asseconda voglie e desideri, senza gettare un’ombra sulle sue aspirazioni; madre affettuosa e profondamente amata da un figlio adorante.

In realtà, la vita dell’attrice non è così ricca di affetto e successo. È un guscio vuoto, colmo di tristezza e finti legami; è una vergine di ferro nella quale la donna ha imprigionato il suo corpo, troppo prona al successo che tutti agognano. La cima di una montagna dalla quale ammirare il nulla che circonda l’anima, viandante sul mare di solitudine; Alma non si rende conto di tutto questo. Presa nel suo delirio, ossessionata dal voler diventare come Elisabet, non comprende la miseria che avvolge l’anima di quella donna. Non immagina l’abisso che si porta dentro, fino a quando non decide di esplorarne le profondità.

«Sono su una tela, bro, in pinacotecaCome il Cristo morto, Mantegna».

(Marracash, BODY PARTS – I denti)

Alma decide di sacrificare la sua persona per Elisabet; decide di distruggere la propria autenticità, per saggiare fino in fondo il male di vivere che ha costruito il silenzio. Quando il marito dell’attrice, affranto dalla lontananza della moglie, rompe la quiete della campagna, l’infermiera indossa la maschera di Elettra e si offre alle voglie di quell’uomo cieco. Solo ora l’ebbrezza svanisce; solo adesso Alma realizza il deserto sentimentale che abita il cuore di Elisabet. Non la invidia più, non vuole più essere come lei; anzi, ne disprezza la vita falsa e meschina. Alma assiste inerme al crepuscolo della donna eletta a divinità; mentre, di fronte alla presenza del marito, Elisabet si scioglie come neve al sole. Ecce Homo: il re è nudo, il dio è morto.

Elisabet e Alma in Persona di Ingmar Bergman (1966)

«Perché il successo, fra’, è come se mettiUna lente di ingrandimento su un insettoTi fa sembrare gigante ma allo stesso tempoRivela sempre il vero aspetto

E spesso sei orrendoQuelle zampette che mi danno i brividiUn paio d’antenneMandibole con cui divori i tuoi simili».

(Marracash, TUTTO QUESTO NIENTE – Gli occhi)

Occhi negli occhi, le due donne si confrontano. Si parlano, chi con la bocca e chi con gli occhi, e si riconoscono aride e povere. Nessuna è migliore dell’altra; il disprezzo per lo scarso amore o il ridicolo per le scappatelle sono specchi nei quali riflettere la propria persona. Essere famosi è solo un’altra maschera dietro cui nascondersi: Alma era sicura che Elisabet riversasse il proprio universo nei personaggi che, volta per volta, interpretava sul palco.

E invece scopre che tutti quei volti e tutte quelle persone servono solo a colmare il vuoto che l’attrice si porta dentro. Lo stesso vuoto che alberga nella sua anima e che lei riempie di attenzioni verso i pazienti e di borghesi speranze di affermazione. Sono due facce della stessa medaglia, due metà dello stesso volto. Piccoli e operosi lombrichi, che si agitano e si industriano nella vana speranza, un giorno, di mettere le ali e volare via.

Marracash

Persona, album di Marracash (2019)

Persona

Persona di Ingmar Bergman (1966)

«Ai miei occhi appare come una pelle di serpente piena di formiche. Il serpente è già da tempo morto, mangiato, privo del veleno; ma l’involucro si muove ancora, brulicante di esseri viventi. Se osservo quel che accade, nell’essere una di queste formiche, non posso che chiedermi se c’è qualche ragione di proseguire ulteriormente con l’arte: la risposta è sì».

(Ingmar Bergman, “The Snakeskin” (Ormskinnet))

«Musica, tu allevi e mantieni l’anima intattaDi’ la parola che sveglia il golem, dai un cuore all’uomo di lattaFa’ del palco la mia chiesa, dei testi il mio testamentoTieni la mia mano ferma se e quando verrà il momentoE dammi voce in eterno e cose vere da direSii il mio punto fermo, qualcosa per cui morire».

(Marracash, QUALCOSA IN CUI CREDERE – Lo scheletro)

Vermi, formiche, scarafaggi: siamo solo insetti che si agitano in foreste di cemento, con la schiena cotta dal sole, sperando in un futuro migliore. L’arte è l’unica risposta per sfuggire a una morte miseranda. Pura creazione, slegata dal successo a tutti i costi; l’arte come ricerca della poesia, del substrato immanente dell’essere umano. La fantasia come viatico per sfuggire alla morte della carne; la poesia come ponte tra tanti mondi racchiusi in tante menti, come sentiero che porta da persona a persona.

Alma ed Elisabet si dividono, alla fine, ma non per sempre; ognuna porterà con sé, nel proprio domani, una lezione importante: essere protagoniste in un film chiamato vita, ed essere eroine della propria esistenza.

Leggi anche: Persona – Dal silenzio di Dio al silenzio dell’Uomo

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