Buffalora è un piccolo borgo del centro Italia.
Come tutti i borghi del centro Italia che si rispettino, ci sono una piazzetta, dei sanpietrini, le colline, una chiesa medievale, il bar sport, i cipressi, case di mattoni rossi.
Ma soprattutto, un pittoresco cimitero.
Gli ospiti di questo vernacolare camposanto, però, a differenza degli altri cimiteri del centro Italia, almeno a quanto ne sappiamo, hanno un piccolo problema: ritornano in vita.
L’incaricato di tenere sotto controllo tutti questi ritornanti – così vengono chiamati – è il becchino della città: Francesco Dellamorte. Aiutato dal suo prode assistente Gnaghi e da un’enorme pistola, ogni notte Dellamorte ristabilisce ordine e disciplina a colpi di 44 Magnum, come se uccidere i morti fosse normale gesto amministrativo.
Dellamorte Dellamore – Il genere deve morire
Sembra l’incipit del più classico film di zombie, no?
Perfetto, nulla di più sbagliato.
Perché se dovessimo descrivere Dellamorte Dellamore, utilizzando un solo aggettivo, sarebbe uno e uno solo: unico.
Dellamorte Dellamore infatti non ha eguali. E non solo per ragioni stilistiche.
Quando Michele Soavi firma il film, a metà degli anni Novanta, il cinema di genere italiano — e l’horror in particolare — è già un corpo stanco.
I suoi grandi autori hanno da tempo smesso di essere una forza viva e necessaria: continuano a girare, certo, ma spesso per inerzia, tra produzioni impoverite, idee ripetute e un mercato che non crede più davvero nei mostri che ha contribuito a creare. Il genere sopravvive, ma lo fa come i ritornanti di Buffalora: cammina, parla, agisce, senza che nessuno sappia più bene perché. Quel meraviglioso universo filmico che aveva vissuto di shock, invenzione e artigianato feroce ormai era giunto al capolinea: tutto ciò che mancava era una degna sepoltura.
È in questo contesto che Soavi realizza un film impossibile da incasellare, capace di tenere insieme horror, splatter, dramma, ironia e grottesco. Un’opera che non tenta di rilanciare il genere, né di aggiornarlo, ma lo attraversa fino in fondo, sorretta da un senso dell’assurdo che le consente di non prendersi mai troppo sul serio e, proprio per questo, di parlare di tutto. Della morte, dell’amore, del potere, della ripetizione, del vuoto.
Che piaccia o no, Dellamorte Dellamore è un capolavoro perduto del nostro cinema: un film che guarda la morte in faccia e le sorride beffardamente, prendendosi gioco di tutto e tutti.
Anche — e soprattutto — quando tutto muore.

Dellamorte Dellamore – Quando i morti evadono
Francesco Dellamorte – un ottimo Rupert Everrett, bello e dannato, dannatissimo – ha trentadue anni e, come direbbe qualcuno, è un man of simple pleasures.
Oltre a bere vino rosso e fumare, il suo hobby principale consiste nel cancellare dall’elenco telefonico i nomi delle persone che seppellisce. Nulla di più, nulla di meno.
L’uccidere i ritornanti rientra più tra i suoi doveri di becchino. E infatti, lavorando ventiquattr’ore su ventiquattro, un aumento non guasterebbe mica. Ma chi glielo spiega al sindaco che i suoi compianti concittadini hanno preso il brutto vizio di tornare indietro dall’aldilà?
Meglio non rischiare.
L’orribile tedio di Francesco si interrompe quando in cimitero si presenta una bellissima vedova — Anna Falchi — a portare gli omaggi al defunto marito. Dellamorte se ne innamora, lei contraccambia, e come in una fiaba ecco che il becchino sembra aver trovato un senso alla sua vita: l’amore ha rischiarato la sua esistenza.
Peccato che, mentre i due amanti fanno sesso sulla tomba del defunto marito di lei, il morto ritorni e la uccida. Come a dire: senza vita sì, ma con le corna no.
Dellamorte, distrutto, attende che la sua amata ritorni per finire il lavoro: le spara in testa e la ri-consegna ad Ade per sempre. Il tedio ritorna. Pesante, opprimente. Dellamorte è talmente alienato e privo di scopo che persino la morte lo annoia. Il destino — o Ade, chi può dirlo — decide però di giocare ancora con lui. Anna Falchi ritorna.
Ancora.
E ancora.
Di fronte a Francesco si presentano due reincarnazioni della sua amata: prima la segretaria del nuovo sindaco, poi una prostituta. Ogni volta l’amore sembra rifiorire, e ogni volta l’illusione si spezza: la prima lo abbandona, la seconda non lo ama davvero.

Anche la morte muore
E così Francesco Dellamorte si arrende di fronte all’evidenza dei fatti: l’amore non esiste, e nulla lo salverà dalla monotonia di Buffalora.
L’amore, infatti, così come il senso stessa dell’esistenza, è una mera illusione, un ammaliante ed eterno ritorno privo di ogni scopo, volto ad abbindolare e far soffrire.
E il tedio avanza, ancora e ancora. E l’amore muore. E la morte pure.
Dellamorte Dellamore.
Dellamore Dellamorte.
Il dramma, sempre sotteso, velato dalla meravigliosa ironia che avvolge tutta la pellicola, si annida proprio nella ripetizione: più gli avvenimenti si ripetono, più si assomigliano pur non assomigliandosi, più perdono completamente il loro senso.
Persino la morte, a Buffalora, non ha più uno scopo.
L’’unica cosa che di definitiva esiste a questo mondo, cessa di esserlo, si aliena, muta la sua forma incontrovertibile e quasi perde di significato.
La morte non uccide più.
Anche perché i ritornanti di Soavi sono senzienti, non bestie prive di raziocinio: mordono, certo, ma parlano, mangiano, ridono, amano.
Buffalora è, dunque, la morte del senso. L’assurdo fatto città. Una bolla di cristallo dove amore e morte si fondono, muoiono, e poi ritornano in continuazione.
Ancora.
E ancora.
La ridondanza è cosmica.
E Dellamorte lo sa fin troppo bene:
Francesco Dellamorte: «Tra morti viventi e vivi morenti, siamo tutti uguali.
Tutti la stessa razza.»

Dellamorte Dellamore – L’Etranger
Ma si sa, anche in un mondo dove la morte ha perso il suo valore simbolico e l’amore non consola più, il potere deve comunque tentare di tenere tutto sotto controllo.
Ed ecco dunque che, dopo una serie di morti di troppo, la polizia inizia ad indagare.
Il nome del commissario incaricato? Beh, quanto meno emblematico: Straniero.
Straniero è un uomo di mezza età all’apparenza ingenuo, poco scaltro, bonaccione, simpatico sicuramente, ma non decisamente acuto. Insomma, un idiota.
Un imbecille assolutamente incapace di capire che l’assassino che cerca – non assiduamente, quello no – sta davanti ai suoi occhi: Francesco di nome, Dellamorte di cognome.
Il becchino si è infatti stancato di ammazzare i morti e, su consiglio della Morte stessa, ha iniziato ad ammazzare i vivi.
La Morte: «Smettila di uccidere i morti! Quelli sono già miei… Se vuoi evitare che i cadaveri ritornino in vita, tanto vale che tu uccida i vivi, sparandogli in testa. Ma mi stai ascoltando?!»
Sì, cara Morte, ti ha ascoltato.
Peccato però non faccia assolutamente nulla per nascondere i suoi crimini. D’altro canto, nessuno fa nulla per cercarlo.
La morte ha smesso di interessare. Sia i vivi che i morti.
Ma la noia lo assale ancora. E ancora. L’omicidio diventa nuovamente atto amministrativo: un automatismo privo di valore simbolico e morale. Un mero atto volto a togliere quella vita che, tanto, uno scopo non ce lo ha mai avuto.
Nessuno lo cerca, nessuno lo nota. Vita e morte si fondono e si annullano: si sa, infatti, che il valore di due zeri sommati darà sempre zero.

Killing an Arab
Ma nel silenzio del cimitero, intorno a mezzogiorno di solito, se si fa attenzione, succede qualcosa di molto particolare – e no, non ha a che fare coi morti che tornano.
Il vento, oltre a disturbare le foglie che giacciono serene sull’erba, porta con se una strana melodia. Un motivetto lontano, lontanissimo. Un’armonia rovente, che sa di salsedine e sudore.
Trasporta un caldo torrido, fastidioso, irritante.
Fa più o meno così.
«Standing on a beach
With a gun in my hand
Staring at the sea
Staring at the sandStaring down the barrel
At the Arab on the ground
To see his open mouth
But I hear no soundI’m alive
I’m dead
I’m the stranger
Killing an Arab»
Sì, è la sua voce. È Robert Smith. Sono i Cure.
Ma perché la si sente a Buffalora?
Perché l’assurdo non ha geografia. Poco importa se ci troviamo a vicino Terni o ad Algeri. Cambiano i paesaggi, non la condanna.
E il commissario Straniero questo lo sa bene.
Egli non è lì per capire. Non gli è richiesto. Anzi, a dirla tutta, probabilmente ha pure capito, ma non gli interessa. La sua carica istituzionale gli consente un privilegio raro: l’indifferenza.
Straniero non nega l’assurdo.
Lo timbra.
E la condizione disperata di Francesco, che lo conduce ad una giustificabilissima follia omicida, è data proprio dall’orribile realizzazione.
L’assurdo è stato inglobato dal sistema, diventando normalità.
L’eterno ritorno è istituzionalizzato, e non vi si può fuggire.
La ricerca di un senso — nell’amore, nella morte, o nel tentativo di evitarla — non produce fratture.
L’assurdo non è più una ferita.
È un mero collante.
E anche quando l’assurdo diventa prassi, ecco che la follia può finalmente indossare l’elegante completo della normalità.

Dellamorte Dellamore – L’epitaffio del genere
Michele Soavi non ha la faccia da impiegato delle poste.
Eppure è proprio lui a consegnare il souvenir finale, folle e kitsch, di un cinema di genere che aveva già smesso di funzionare.
Dellamorte Dellamore seppellisce di fatto quel cinema horror che da anni aveva perso i suoi nomi più illustri: zombie anacronistici incapaci di ammettere realmente la fine della propria epoca, condannati a ripetersi per inerzia.
Al di fuori di Buffalora, d’altronde, la morte è sempre difficile da accettare. Si preferisce fingere che qualcosa si muova ancora, anche quando ha già cessato di vivere.
Soavi fa esattamente come il suo protagonista: con la cicca in bocca, la .44 Magnum in mano, sentenzia.
Francesco Dellamorte: «Il maltempo s’è guastato»
Poi spara.
Senza enfasi, senza rabbia, senza bisogno di spiegazioni. È un gesto necessario, quasi automatico.
Un atto amministrativo.
Dellamorte Dellamore non inaugura nulla.
Anche perché non c’è più niente da inaugurare.
Non rilancia il cinema di genere italiano. Ne constata il decesso.
Non apre una strada. Prende atto che è crollata.
Non lascia eredi, perché non c’è più nulla da ereditare.
E anche se ci fosse qualcosa, non ci sarebbero comunque ereditieri.
Dellamorte Dellamore esce nel 1994, portando con sé la stessa sensazione di quando si chiude un ufficio che non serve più a nessuno.
Si spengono le luci.
Si chiude la porta.
Si consegnano le chiavi.
E non ci si guarda mai più indietro.
La serranda resta abbassata.
Servizio sospeso.




