Cara Rin, ho attraversato le desolanti lande della disperazione, affollate di anime danzati sopra la dannazione eterna. Costretto a vagare senza una meta, lasciavo strascichi, a ogni passo, tanto del ricordo del ragazzo che fui, quanto del rimpianto dell’uomo che sarei potuto essere. Così son diventato prima Tobi, poi Madara Uchiha e, infine, di nuovo Obito, quando ormai però era troppo tardi per ricordare chi fosse.
Dolore, sogni infranti e morte s’incastravano perfettamente nell’alienante puzzle ritraente l’eredità che ho lasciato al mondo, sicuro che, alla fine, del prezzo pagato nessuno avrebbe avuto memoria. Un’illusione avrebbe preso la forma della realtà, facendo tabula rasa di ogni emozione negativa, affinché la mente venisse ripulita dall’inquinamento di un odio senza fine.
Quanto tempo ho indossato una maschera che mi coprisse il viso sfigurato dal più lacerante strazio, gradualmente divenuto apatia. Essere qualcun altro alleggeriva il fardello della mia miserabile esistenza, come se vedere il mondo con gli occhi degli altri restituisse un’immagine neutra, senza interpretazione. Come se farsi carico della volontà altrui consumasse ogni incertezza, financo quella che ti assale quando vieni privato dell’unica fonte di luce in quell’interminabile distesa di fitte tenebre, in cui soffoca persino la realtà.
L’oscurità aveva divorato avidamente ogni colore del mondo, e il mio cuore, da quel niente di luce filtrata dalle iridi, riusciva a leggere solo il bianco e il nero, senza sfumature. Ramingando, disperdevo le mie impronte sopra la cenere fredda dei ricordi più ardenti, bruciati dall’oblio. Eppure, l’incendio che ha carbonizzato la mia natura non è riuscito a trovare quello che, fra tutti, era il ricordo che costudivo più gelosamente.
Una panchina e una promessa avevano arricchito un’anima non ancora corrosa dal dolore: sarebbe stato questo il punto da cui ricominciare, dopo aver alleviato i tormenti dell’umanità.

Invero, cara Rin, non potrei scordarmi di quegli occhi vigili che mai hai staccato da me, proprio come mi avevi promesso. Il tuo sguardo rigoglioso mi ha seguito a lungo, persino nell’oscurità più densa, dove niente si rifletteva nelle lacrime che mi solcavano il volto.
Quando ho posato la vista sul tuo corpo esanime mi si è spezzato qualcosa dentro, come se, assieme a te, si fosse addormentata la mia speranza sul mondo, per sempre. L’odio. Quanto odio ho provato verso quel mondo crudele, selvaggio, inadatto a persone gentili come te. Era un sentimento terrificante eppure non c’era nient’altro a cui potessi aggrapparmi e che riempisse il vuoto che avevi appena lasciato. Quella notte sono morto anche io, rinascendo come figlio del buio.
Da allora ogni decisione, ogni pensiero, ogni respiro è stato viziato da un’ideale, quello di un mondo senza dolore, logorato dalla fallibilità umana. Volevo creare un sogno eterno che ricomponesse i pezzi andati in frantumi di un sogno mortale, sepolto, insieme a te, dentro me stesso. Così lo spirto errante che sono stato così a lungo, alla ricerca prima della vendetta, poi di una pace di plastica e, infine, della redenzione, ha definito i contorni di una fragile esistenza, riempita di un significato granitico soltanto in punto di morte.
Cara Rin, non ne conosco il motivo, ma in questi ultimi istanti mi pervade la nostalgia di un amore mai vissuto – il nostro amore – così come la sento nei confronti di una storia, quella di Naruto, che sarebbe potuta essere la mia, se non mi fossi trascinato dietro l’ombra della maledizione degli Uchiha. Una maledizione carnivora che avrebbe azzannato e si sarebbe cibata del mio fato.

Obito e Rin
Non credevo, tuttavia, che la nostalgia potesse avere un sapore così dolce. Saranno state le parole di Naruto o quelle dell’amico ritrovato Kakashi – non temere, è sempre insopportabile come allora – ma più tornavo sulla via del bene e più sentivo il bisogno di sacrificarmi per ciò che non ha mai smesso di essere reale, anche quando ho tentato di riscriverlo con la penna dell’illusione.
Naruto, proprio lui che più di ogni altro avrebbe dovuto odiarmi, mi ha accettato, comprendendo tutta la sofferenza e restituendomi il calore della vita. È riuscito a trasformare tutto il dolore ricevuto dal mondo in amore da donare all’umanità, come se, dal destino tragico che, da sempre, lo aveva marcato così stretto, avesse tratto tutta la forza necessaria per cambiarlo.
Non avrei potuto desiderare una persona migliore alla quale affidare il mio sogno più sincero, tornato a risplendere con la sua antica forza nella selva oscura, ormai diradata, del mio cuore. Nei suoi occhi vedo il riflesso dell’Obito che sarei potuto essere, finalmente lo riconosco, me ne sono ricordato, e questo è sufficiente per andarmene serenamente.
Cara Rin, manca poco ormai, sento le forze abbandonarmi. Sembrano così lontani i suoni, eppure avverto con chiarezza sia le parole cariche di dolore di Naruto che il silenzio, ancor più denso di sofferenza, di Kakashi.
Mi lascia un po’ di amaro in bocca aver riscoperto l’amicizia così tardi, ma in fin dei conti poco importa, visto che d’ora in avanti veglieremo insieme su Kakashi e su tutti gli altri.





