Il produttore Guillermo del Toro: The orphanage

Martina D'Antonio

03.02.2022

Resta Aggiornato

Gulliermo del Toro, al suo trentesimo anno di carriera, oltre a essere regista, è anche produttore esecutivo delle sue opere e dei suoi colleghi. Nelle vesti di produttore, insieme a The orphanage, conta all’attivo oltre una dozzina di film tra cui Legittima offesa di Susan Mondford (2008), Kung fu Panda 2 e 3, La madre di Andrès Muschetti (2013) e Splice di Vincenzo Natali (2009).

Quest’ultimo, nello specifico, risulta ancora una volta essere il tentativo di avvicinamento tra l’affettività, la tenerezza e l’orrifico. Del Toro ha inoltre prodotto Biutiful, dell’amico e collega regista Alejandro González Iñárritu. Produttori e registi che, insieme ad Alfonso Cuarón, stanno costruendo il glorioso panorama del cinema messicano contemporaneo.

Del Toro, nel ruolo di produttore, riesce a insinuare, innestare e imprimere la propria cifra stilistica, il proprio sguardo sul mondo e quel carattere perturbante che identifica le sue opere.

Per quanto non ne siano totalmente dipendenti e abbiano una propria autonomia autoriale, i film prodotti dal regista messicano esprimono una certa estetica e ricerca che ci sono familiari.

«Non adattarsi agli standard non è una cosa facile, ma sono sempre rimasto fedele a quello che volevo fare da Cronos fino a ora. Come regista sono fedele a me stesso da venticinque anni. È una scelta che non rende facile promuovere e vendere i miei film, ma rende facile svegliarmi tutte le mattine».

(Guillermo del Toro)

 Del Toro
Guillermo del Toro

Tra i numerosi film possibili, ci concentreremo su The orphanage, diretto da un esordiente Juan Antonio Bayona e prodotto da Guillermo del Toro, che regala a questo film la sua cifra stilistica fatta di colori blu freddi, come freddo è il mare aperto. Un oceano che fa perdere traccia di ogni cosa, come le orme su una spiaggia. Uno stile fatto di favole, di maschere e di nuovi volti.

La prima scena di The orphanage (2008) si apre con un gioco. «Un, due, tre… tocca la parete» e dei bambini in fila devono avanzare per non perdere il gioco. I bambini procedono, e come un risveglio, il gioco riprende. Come un risveglio dall’oblio in cui non si riesce più a rintracciare il confine tra ricordo, realtà e suggestione paranormale. Una parete che metafisicamente separa la cruda realtà di una tragedia dalla fascinazione di una narrazione paranormale.

 Del Toro
Laura e il piccolo Simon che giocano sulla spiaggia verso l’oceano

Laura si trasferisce e rileva insieme alla famiglia, composta da marito e figlio, l’orfanotrofio di cura presso cui era cresciuta. Il piccolo Simon, bambino dotato di una fervida immaginazione, sparisce proprio il giorno dell’apertura del centro, in quella che sembra la magica sovrapposizione di un tempo presente con quello passato.

A partire da quella che sembra a tutti gli effetti una sceneggiatura tipicamente horror, si aggiungono dei tasselli che, assieme alla suspence e all’incertezza, conducono a una tragedia umana, fatta di atroci sensi di colpa.

È in questo tipo di atrocità che si esprime tutto il reale cuore orrifico del film. Questo non si rinchiude in un unico genere di riferimento, ma sfocia, anzi, in un vero e proprio dramma familiare: quello dell’essere stati inconsapevoli e impotenti.

Una favola nell’horror: il tempo dilatato dell’isola che non c’è

Nell’horror prodotto da del Toro si disvela ancora una volta una favola, un rompicapo da sciogliere, una caccia al tesoro da risolvere. Le conchiglie lasciate da Simon sulla spiaggia per farsi ritrovare dall’amico immaginario, nascosto in una grotta, sono le stesse tracce di cui la madre deve servirsi per tornare indietro nel suo passato.

La favola non si limita a condire e ad aggiungere fascino a questa pellicola, ma diventa essenziale nella trama e nella maniera in cui prendono vita le vicende. Come la favola di Peter Pan che la madre racconta a Simon, metafora di un tempo bloccato in una stasi rassicurante, ma stagnante.

 Del Toro
La cena inscenata da Laura con le bambole che rappresentano i vecchi bambini dell’orfanotrofio

Un accavallamento di tempi che vede bambini restare bambini e una madre rimanere imprigionata nella stasi dell’oblio rispetto alla scomparsa del figlio, invece di provare ad andare avanti come le intima il marito.

La presenza di un tempo immobile o di piani temporali confusi permette a Simon di parlare con gli stessi bambini scomparsi in quell’orfanotrofio, e allo stesso tempo di far trovare sollievo a Laura in un varco aperto dalla suggestione e dal dolore, un tempo per sempre dilatato con il figlio ritrovato.

Sulla questione temporale, oltre che una misura fiabesca, viene data anche una spiegazione dalla medium dalla quale la madre disperata si reca.

 Medium: «Quando un fatto tremendo accade in un posto lascia una traccia, come un nodo tra due linee temporali. È come un’eco che si ripete e continua all’infinito per essere sentito».

Una spiegazione che ha forse più di psicoanalitico che di paranormale. Un’eco come quella di Peter Pan che continua a chiamare Wendy, che intanto cresce. Allo stesso modo, l’eco di Simon risuona nella madre e la richiama all’ordine del suo profondo e squarciante dolore.

La favola diventa il modo per attraversare questo dolore e vivere – illusoriamente – in pace tramite la messa in scena di un gioco con i suoi personaggi del passato.

Il ribaltamento del mostro in The orphanage

Le narrazioni di del Toro sono spesso atte a ribaltare la visione dell’immaginario collettivo riserbato al mostro: qualcuno da cui scappare per non cadere nella sua fagocitante e mortifera morsa.

I mostri deltoriani non suscitano quasi mai paura, anzi appaiono buffi e teneri, mettendo spesso lo spettatore in condizione di sentirsi in colpa circa le proprie paure e pregiudizi rispetto alla figura.

Ne La forma dell’acqua il mostro assume della caratteristiche addirittura pure, che disarmano lo spettatore, e permettono di accorciare la distanza tra il protagonista umano e la creatura. Parallelamente, accorciando così la distanza anche con il pubblico in sala.

Una creatura goffa dunque, molto spesso sola ed emarginata. Qui sta il significato del mostro, nella rappresentazione di ciò che è differente da noi stessi.

Il bambino incappucciato in “The Orphanage”

In The orphanage questa associazione tra mostro e diversità si dispiega in senso letterale attraverso un orfanotrofio di bambini con disabilità: uno di essi, a causa del suo volto sfigurato, viene allontanato e relegato a vivere da solo, incappucciato. Lo stesso bambino che sembra infestare la vita della madre dopo la perdita del figlio.

Ciò che rappresenta una delle scelte più squisite del film è il fatto che la madre inizi a percepire il fantoccio di questo bambino scomparso trent’anni prima solo quando il figlio scompare. Se prima questa figura era la protagonista del mondo immaginario del piccolo Simon, accolto con tenerezza, ma tenuto poco in conto dai genitori, ora è la madre ad aver bisogno di questa fantasia per tenersi (e tenere il figlio) in un’apparente forma di vita.

In una stasi perfetta di un tempo perduto e allo stesso tempo ancora presente, infinitamente. Nell’isola che non c’è.

Con il suo lavoro del Toro riesce a sancire il grande valore che la produzione esecutiva può apportare a un film. Rendendolo in questo caso una splendida tragedia onirica.

Leggi anche: Crimson Peak – L’amore gotico secondo Guillermo del Toro

Autore

  • Martina D'Antonio

    26 anni, quasi strizzacervelli
    .
    «Il cinema è la scrittura moderna in cui la luce è inchiostro»
    Jean Cocteau

Share This