Biutiful – Iñárritu tra Émile Zola e Francisco Goya

Davide Ceccato

Gennaio 24, 2021

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Biutiful

Il gufo

«Sai cosa fa un gufo quando sta morendo?»

Alejandro González Iñárritu in Biutiful (2010) mette in scena una Barcellona lontana dalle tipiche visioni estetiche a cui tutti siamo abituati: la caotica Rambla, l’ipnotica e variopinta Casa Batllò, la Sagrada Familia e la sua meravigliosa incompiutezza.

In quest’opera invece osserviamo un’altra Barcellona, quella ai margini della società, nei sobborghi. Quella Barcellona irriconoscibile e spogliata dei suoi colori accesi, sostituiti da colori tristi, grigi e spenti. Un organismo parallelo polveroso, in cui il denaro si sposta da palmo a palmo, in cui lo sfruttamento si traveste da lavoro, vige la corruzione e  dove le emozioni sono così amplificate che riempiono gli appartamenti disordinati e sporchi.

Tutto questo pulsa attraverso gli occhi grandi di Uxbal, padre di due figli che di mestiere trova lavoro agli immigrati clandestini.

I figli di Uxbal rappresentano la tenerezza dell’animo di un uomo duro, il suo lato umano, il suo lato al sole. Il contrasto tra la ruvidità del mondo fuori dalla porta e la morbida semplicità del mangiare insieme, del richiamare all’ordine il figlioletto che mangia con le mani al posto della forchetta.

Il contrasto è presente anche in un altro personaggio, Marambra. Moglie di Uxbal affetta da disturbo bipolare, che vuole fingere di non essere malata e vuole occuparsi dei suoi figli e avere una famiglia felice. In lei si scontrano emozioni, un amore per Uxbal e la voglia di avere una vita normale. E il suo lato buio: si prostituisce per il fratello di Uxbal e ribalta la sua concezione di esistenza. Da lei sgorga l’amore, un amore tossico che però porterà anche a un “guardarsi indietro” del protagonista, a quando la sua vita era più semplice, alla prime volte da innamorati, e alla felicità per la nascita dei piccoli.

Il contrasto tra una vita fatta di sotterfugi e di sbagli ai confini della legge. E l’amore e l’insegnamento dell’ educazione tra le quattro mura, l’amore di un padre che nei suoi pargoli trova il suo angolo di luce. Dove sistema i capelli alla figlia e scrive insieme a lei, la parola storpiata dalla tenera età, che da il titolo all’opera.

Ana: «Papà come si scrive Beautiful?»

In Biutiful Iñárritu ci fa camminare attraverso movimenti di macchina umani e tremolanti, nella profondità di un corpo scheletrico, con un attenzione massima ai dettagli che compongono l’ambiente.

Osserviamo i volti, gli occhi delle persone che Uxbal incontra, dai venditori per strada, alla ragazza cinese che fa da babysitter alla piccola Ana. Dai lavoratori cinesi nella fabbrica tessile, ai lavoratori nel cantiere. Incontriamo la moglie di uno dei ragazzi arrestati brutalmente durante una retata per bloccare i mercati clandestini, in cui si vendeva anche droga nel centro di Barcellona. Una delle scene più potenti del film, in cui la povertà e il degrado nascosto nel mosaico della città scoppia e tutto si mescola. Il degrado nascosto esce allo scoperto, come toccare con un dito un formicaio, e porta alla luce l’aspetto superficiale e ipocrita della società contemporanea.

Biutiful è una visione de L’assommoir di Émile Zola in chiave moderna.

L’assommoir o L’ammazzatoio (in traduzione italiana), è un romanzo dello scrittore francese, che venne pubblicato su La Republique des lettres, e poi come libro nel 1877.

Il romanzo segue i fatti di Gervaise Macquartlavandaia parigina. Nella sua vita nella società operaia tra miseria e difficoltà. Dove per far fronte alla rassegnazione di una staticità cupa e al blocco delle ambizioni di una posizione lavorativa meglio rimunerata, dovute proprio alla condizione umana di una parte di popolazione lontana anni luce dalla vita agiata politica che la tiene lei stessa lontana, si rifugia nell’alcolismo, traguardo estremo per anestetizzare la disperazione dovuta all’assenza di vie d’uscita.

Il nucleo dell’alcolismo è appunto, la distilleria di nome L’assommoir. Crocevia di anime che si tengono la testa sotto il liquido dell’assenzio e dei vari liquori, e trattengono il respiro per non respirare la puzza del mondo che li circonda.

Iñárritu in Biutiful è come Zola nel suo romanzo, ci mostra la Realtà, ci narra la Realtà. Entrambi utilizzano in modo analogo la potenza delle immagini, crude e violente. Usano la potenza dei dettagli, il sudiciume delle case, della strade, la decadenza dei palazzi in rapporto alla decadenza dell’umano. Zola andava lui stesso a perdersi tra ubriaconi e topi, tra bottiglie opache e volti spenti, e prendeva appunti in un taccuino.

Il barbone sporco che dorme per terra con il colombo che gli cammina sopra, i palazzi diroccati, l’urina di Uxbal, il night club, gli operai cinesi che dormono nel sotterraneo. Inquadrature che Iñárritu riporta in modo visivo, e Zola attraverso le parole, in epoche differenti, ma comunque con la stessa potenza che ci scuote.

Uxbal è Gervaise e Gervaise è Uxbal.

Biutiful

Barcellona

Biutiful

“L’assenzio” di Edgar Degas , Zola diceva, che nel “L’ assommoir”, di essersi ispirato a molti suoi quadri.

Zola e Iñárritu mostrano come le condizioni dell’ambiente circonstante influiscano sull’individuo spesso rendendolo meno umano e più animale per sopravvivere.

A Uxbal viene diagnosticato un cancro. Una metastasi che si è allargata troppo e il medico gli comunica che il tempo che gli rimane da vivere è poco, pochi mesi. Lui lo tiene nascosto, lo confida solo alla madre, le confida la paura, la paura della morte, non vuole crederci, non può lasciare i suoi figli, non può lasciare questo mondo.

Comincia una corsa contro il tempo per riuscire a salvaguardare i figli a tutti i costi, soprattutto economicamente, e nasce in lui un processo di ricerca in mezzo all’oscurità della luce dentro di lui, questa luce che possiamo chiamare redenzione.

La morte è un qualcosa di tremendamente complesso, invisibile, che si nasconde dietro agli angoli delle strade, che ti segue, ti osserva, ti fissa, ti annusa, ti gira intorno, a volte non si avvicina, a volte si avvicina troppo, ti sfiora, ti respira sul collo.

E a Uxbal, succede tutto questo, la morte lo segue, lo pedina, gli appare in più forme.

Viene a contatto con la morte quando si fa pagare per raccontare ai loro cari, così hanno detto prima di morire i loro bambini. Fissa i piccoli, fermi immobili nel velluto dentro le bare.

Uxbal in una scena del film.

La morte gli riappare quando ripensa a suo padre morto a 20 anni in guerra. Quando lo rivede in tomba, ancora integro, sotto formaldeide e lo osserva.

La morte la vede nelle 16 persone morte asfissiate per una fuga di monossido per delle stufe difettose che Uxbal aveva comprato per tenerli almeno al caldo, nel sotterraneo dove dormivano.

I sensi di colpa lo opprimono, lui voleva far del bene, ma è finito tutto in tragedia, uccidendo anche la sua cara amica, la baby-sitter di sua figlia con il suo figlioletto.

La morte lo rincorre, gli passa davanti agli occhi.

Uxbal: «Ho paura di cosa ci sia sotto al mare».

Quel mare che abbraccia e si porta in grembo i corpi delle persone del sotterraneo messi lì dal capo della fabbrica cinese dove lavoravano, per farli sparire, in una scena straziante.

I corpi in riva al mare.

In Biutiful la morte e il tempo sono due flussi che scorrono insieme

Due flussi che diventano colore nel quadro di Francisco Goya Saturno che divora i suoi figli.

Appartenente a una serie di rappresentazioni dette “Pitture Nere”, l’opera in questione rappresenta Saturno (Crono per i greci) che venuto a sapere che i suoi figli lo priveranno del suo potere, e comincia a divorarli uno a uno.

“Saturno divora i suoi figli”

L’opera può contenere più significati, sia dal lato mitologico ma anche dal lato filosofico. In questo caso la morte e il tempo che agiscono in Biutiful, qui vengono a galla, oltre la tela, analizzando più profondamente la scena.

Saturno, che è crono per i greci e Dio del tempo, divora suo figlio, umano, e possiamo interpretarla come il tempo affamato che divora l’uomo. Il tempo che sentiamo masticare a bocca aperta dietro le nostre spalle e che piano piano finiamo tra i suoi denti. Il tempo che divora piano Uxbal e che li strappa piano piano la carne. 

L’esasperazione per la malattia, per i sensi di colpa, la fretta per proteggere i suoi figli e il tempo vorace che corre sempre di più. L’esasperazione raffigurata pure nella tela di Goya, quello sfondo nero che rappresenta l’oscurità presente nella vita di Uxbal.

Però c’è qualcosa che il mostro-tempo non riesce a masticare e che sputa. Qualcosa che non centra nulla con il buio intorno, qualcosa che brilla di luce propria: l’anima.

L’anima, che abbandona il corpo, che racchiude la nostra essenza, la quale in Biutiful, abbandona Uxbal e si siede a fianco al letto dove lui giocava con la sua bambina. L’anima di un padre che ha tentato di trovare la luce e chissà se l’ha trovata. Essa ha fatto di tutto per i suoi figli e per le persone a lui care, che gli ha amati, che ha sbagliato ma la vita e l’ambiente gli hanno remato contro e ha tentato di rimediare. L’anima di Uxbal mantiene la sua purezza nonostante il contesto sociale.

Lei che è la nostra verità, che viaggia fuori dal tempo ordinario. L’anima che proteggerà per sempre i suoi due piccoli, che abbandona in pace il suo corpo. 

L’anima che è ciò che sputa il gufo quando muore, sotto forma di palla di pelo.

In tutto quel degrado, nella povertà, esiste la bellezza, nelle anime delle persone. Biutiful.

Uxbal e Ana si tengono la mano.

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