The Happy Prince – La bella, dolorosa favola di Oscar Wilde
La maestosa statua d’oro del principe felice indica alla rondine gli uomini sofferenti e si priva della ricchezza dei propri organi per donare smeraldi a chi vive nella miseria: le pietre preziose che costituivano i suoi occhi vanno allo scrittore povero, le foglie d’oro che coprivano il suo intero corpo ai bambini affamati. Ciò accade durante un inverno gelido, grazie alla sua amica rondine che, sfinita, gli fa da corriere, rinunciando alla primavera fino a che non muoiono entrambi, ammalati e innamorati.
Ma tra coloro che passano davanti ai loro cadaveri nessuno comprende la bellezza di quella morte, soltanto Dio saprà consacrare quelle vite al Paradiso. Due vite che non hanno scelto il Paradiso e la felicità sulla terra perché hanno scoperto che «più meravigliosa di tutto è la sofferenza degli uomini e delle donne».

Perché questa fiaba, che Oscar Wilde scrisse negli ultimi anni della sua vita, riveste un ruolo chiave all’interno del film The Happy Prince di Rupert Everett, tanto da costituirne il titolo e ritornare ciclicamente, come un filo rosso, sulle labbra del protagonista e nelle orecchie degli spettatori?
Oscar Wilde secondo Rupert Everett
Il film mostra l’ultima danza sul precipizio dello scrittore amato e abbandonato dalla società inglese della fine dell’Ottocento. Quella società ha dato tutto a Oscar Wilde – fama, denaro, un successo che rasentava il gusto del trionfo, scrivono i suoi biografi – per poi toglierglielo, facendolo cadere in profonda disgrazia morale ed economica dopo i due anni in prigione e lavori forzati a causa del processo per la sua omosessualità.

Le atmosfere lugubri dominano mischiate a una sceneggiatura che parla più che altro d’amore: stanco, povero e ammalato, lo scrittore non rinuncia a seguire il piacere e la bellezza, fuggendo col suo amante Alfred “Bosie” Douglas a Napoli, per rimanere ancora una volta deluso e solo.
Non è la ridente e barocca Napoli, ma la piovosa Francia il vero paesaggio sul cui rilievo si stagliano la figura e la vicenda dell’ultimo Wilde. Uno scenario cupo e malinconico, in cui ha luogo l’ultima “resurrezione” del cristologico scrittore (per usare le parole del regista in un’intervista) crudele e attraente fino all’ultimo, raffinato persino nell’ora in cui vene divorato dai propri demoni.
Pare che Rupert Everett, che qui esordisce alla regia, abbia desiderato girare questo film tanto da spingersi sino alla caparbietà e all’ostinazione, quando non trovava produttori pronti a investire. Ha dovuto interpretare Wilde anche a teatro, nella pièce di successo di The Judas Kiss, prima di iniziare il film.
Un approdo inseguito da decenni, un omaggio a un artista chiaramente speciale e spiritualmente affine a Everett, «il primo poeta che liberò gli omosessuali» secondo le parole del regista.
Il risultato di The Happy Prince è visibilmente sofferto e riuscito. La scrittura della sceneggiatura è eccellente e complessa; l’interpretazione contemporaneamente eccessiva e calibrata, di forte impatto nell’incarnazione fisica e espressiva del personaggio.

Sembra allora emergere un lato alquanto inedito dello scrittore. Viene apparentemente messa da parte la sua opera per fare uno zoom su un piccolo pezzo della sua biografia, appunto i suoi ultimi giorni di vita. È innegabile il fascino che esercitano i giorni di quell’uomo che usava dire: «Ho profuso nella vita tutto il mio genio – nelle opere ho messo soltanto il mio talento».
Ma qui non si tratta del lato luminoso dell’esteta, almeno non solo. Everett inquadra l’uomo sconfitto.
Verità e finzione, favola e biografia: il ruolo del montaggio
Pare che Oscar Wilde non conversasse, ma affabulasse, secondo André Gide che l’ha conosciuto e frequentato proprio durante i suoi ultimi anni di vita. Parlava per apologhi, per fiabe fatte per meravigliare. L’espressione era tutto in lui. E, come ben emerge dal film di Everett, Wilde aveva creato un personaggio, un fantasma che precedeva la sua persona: una maschera ostentata che dovesse stupire e far risplendere il genio di una vita che imita l’arte.
The Happy Prince sembra indagare cosa sopravvisse di tutto ciò nell’ultimo atto della vita di Wilde. Quindi esplora il segreto profondo della maschera, il senso di quella finzione.
«Ci sono due mondi: uno che è, senza che se ne parli; si chiama mondo reale, perché non vi è alcun bisogno di parlarne per vederlo. E l’altro, il mondo dell’arte; di questo bisogna parlare, non esisterebbe altrimenti».
(André Gide, citando Oscar Wilde)
Tutto ciò che non è interessante. Non è piacere, non è arte, non vale la pena che costituisca argomento del discorso. Ma il racconto così inteso può definirsi meramente “fiction”? Cosa sono le storie inventate se non un modo per avvicinarsi quanto più possibile allo spettacolo tragico della sofferenza dell’uomo?
È per questo che la fiaba del principe felice incornicia l’intero film e gli conferisce una dimensione circolare: vediamo Wilde narrarla all’inizio ai propri figli e alla fine ai due fiammiferai suoi discepoli. È egli stesso una personificazione dell’uomo splendido e superiore come una statua intenta a scrutare gli uomini, decisa a sacrificare ogni cosa in nome della loro bellezza imperfetta, pervasa dal vizio ma capace di amare.
L’uso sapiente del montaggio e del flashback consente al regista di suggerire il ritmo di una vita scandita dal tempo dei racconti che non è cronologicamente lineare ma dove passato e presente, narrazione e realtà si intrecciano dando spessore al senso della parola più che dell’avvenimento.

Infine, non è possibile terminare le nostre riflessioni su The Happy Prince senza riconoscerlo anche come un’opera sugli amori difficili di Wilde.
Egli è inevitabilmente condotto da se stesso verso la rovina, ammaliante come un canto di sirena. Ma il prezzo da pagare non è per lui mai abbastanza alto se c’è da arrivare vicini alla verità dell’amore. «La sofferenza è nulla quando c’è l’amore, l’amore è tutto».
E tra i tre amori di Wilde ritratti nel film è forse quello che il protagonista più trascura a rivestire maggiore importanza: ne il fedele Robbie (Edwin Thomas), ne l’adorato Bosie (Colin Morgan) ma l’abbandonata moglie Constance (Emily Watson) è il personaggio che rimane più impresso.
L’errore di quel totale abbandono brucia nei sogni di Wilde in modo amaro sul letto di morte, perché è un errore ormai irreparabile. Le scelte sono state tutte compiute. È solo allora che la sconfitta si fa definitiva e il ritratto di Wilde si fa triste e commovente.
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