Cosa manca ad Alien da quasi quarant’anni?

Enrico Sciacovelli

Maggio 9, 2017

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Cosa manca ad Alien da quasi quarant’anni?

Alien

Torniamo indietro a quattro mesi fa, al momento in cui vidi in sala Life, film generico tanto quanto il suo titolo. Nel racconto, degli astronauti recuperano una forma di vita aliena primordiale, la quale col tempo cresce, si evolve e… Sapete già come va a finire, no? Probabilmente potete scrivere la sinossi di questo film senza neanche averlo visto.

Perché? Semplice. Vivete in un mondo in cui Alien, di Ridley Scott, è uscito nel 1979.

L’idea di una creatura aliena che caccia umani su una nave dispersa nello spazio è ormai indissolubilmente legata ad Alien.

Ogni horror successivo ha tentato di creare un mostro tanto iconico quanto lo Xenomorfo del recentemente defunto H.R. Giger, o di progettare un forte personaggio femminile paragonabile a Ellen Ripley, che lanciò Sigourney Weaver nella stratosfera. Si è tentato anche di replicare l’oppressiva atmosfera della USCSS Nostromo, una nave lontana dallo standard posto dai precedenti Star Wars e 2001, perché sporca, arrugginita, metallica, scura, più simile a una fabbrica che a un’astronave.

L’ombra gettata dall’originale è ormai lunghissima, lasciando un’influenza innegabile.

Tuttavia viviamo in una fase cinematografica dove il controllo e la gestione di franchise anche minimamente nostalgici sono la nuova base del blockbuster: dai supereroi Dc e Marvel, ai più recenti Power Rangers o remake live action Disney, persino classici come Ghostbusters o Ben Hur. Nessuno di questi nomi altisonanti è sacro ormai.

Giungiamo quindi a un curioso paradosso in Alien Covenant.

Seguito di Prometheus e prequel semidiretto di Alien, la pellicola è in uscita questa settimana, diretta da Ridley Scott stesso, padre della saga. Oggigiorno è raro vedere un nuovo capitolo di una serie rinomata continuata dalla stessa persona dopo quasi quarant’anni.

Eppure sembra che il film passerà in sordina, circondato da film di registi moderni più rilevanti.

Ciò che mi chiedo in questo articolo è perché?

Quale elemento manca ora alla saga, tanto importante nel catturare l’immaginazione del pubblico nel 1979?

In queste retrospettive il contesto storico va considerato: gli anni Settanta devono essere ricordati per la grande depressione economica e ideologica avvenuta nei paesi più industrializzati dell’Occidente.

L’impatto di questa crisi sull’industria cinematografica è stato quasi universale: Il laureato rifletteva su una gioventù incosciente e dal futuro nebuloso; Taxi Driver su il distacco emotivo e sociale di un veterano del Vietnam (uno di tanti veterani della pellicola, distrutti e svuotati d’empatia); Star Wars, infine, fu in grado di catturare la coscienza dei più giovani, in cerca di escapismo e svago in un mondo deluso.

Alla fine di questa decade, in un’industria ringiovanita dal successo della saga di George Lucas, ricca di ottimismo per le nuove generazioni, Alien si pone invece in una chiave molto più pessimistica.

Pur essendo una fantastica avventura nello spazio, i personaggi non parlano come archetipi narrativi, ma come persone vere. Infatti si lamentano delle condizioni disumane in cui lavorano, pagati in stock azionari dalla Weylan-Yutani, una compagnia che, pur di recuperare l’alieno come arma, considera l’equipaggio sottopagato sacrificabile.

È facile vedere come Ripley e gli altri lavoratori della Nostromo rappresentino diverse sfumature di ansia social economica degli anni Settanta. Trattati ingiustamente da una corporazione indifferente e braccati da una minaccia che sembra adattarsi al suo ambiente, i protagonisti sono indotti alla paranoia o al prendere la situazione di petto (raccogliendo l’eredità della teoria femminista posta nella Ripley di Sigourney Weaver).

Sembra una cosa da poco, ma inserire personaggi verosimili in un contesto fantastico è uno dei piccoli segreti per coinvolgere lo spettatore nell’azione, piccolo segreto che forse oggi è stato dimenticato.

Ritorniamo ora allo stato attuale della saga: con Prometheus e il prossimo Covenant, la lore della serie, ossia l’insieme degli eventi e dei personaggi che fanno parte di questo universo narrativo, sembra prendere una piega più biblica.

Il primo prequel si concentra sulla ricerca dei creatori dell’umanità, il secondo sulla fallita colonizzazione di un nuovo mondo e il proseguimento della precedente ricerca, stando allo slogan pubblicitario «la strada per il Paradiso comincia all’Inferno».

Forse questa nuova visione per il franchise, dopo seguiti confusi come il terzo e Resurrection, era necessaria per dare nuova linfa vitale e renderla più ambiziosa di un comune film horror.

Tuttavia penso abbia tolto a questi capitoli una visione più cinica e rilevante per lo spettatore.

La sceneggiatura dell’ultimo Prometheus infatti soffriva di personaggi piatti e più impegnati a parlare della loro missione, piuttosto che dei loro problemi personali, dividendo troppo nettamente la carne da cannone da chi era destinato a sopravvivere.

Ammetto che questo articolo è frutto di una speculazione, una personale osservazione sul primo film e su un elemento spesso dimenticato, persino dal suo stesso regista.

La mia paura è che l’assenza di questo cinismo sociale possa rendere una delle serie più influenti degli ultimi cinquant’anni retroattivamente generica e insipida per un pubblico moderno.

Tornerò presto su queste pagine, dopo aver visto il nuovo Covenant, per dirvi se la mia paura era infondata o no.

Leggi anche: Archetipo del Villain: Pt. 3 – Il Mostro

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